Il nuovo Ocean State Report di Copernicus rileva una forte perdita di ghiaccio nell’Artico, mari europei sempre più caldi e un continuo aumento del livello del mare.
L’oceano sta cambiando rapidamente e gli effetti del riscaldamento sono sempre più visibili non solo negli ecosistemi marini, ma anche sulle coste, sulle infrastrutture e sulle comunità. È quanto emerge dalla decima edizione dell’Ocean State Report di Copernicus, il monitoraggio europeo che raccoglie dati sull’evoluzione degli oceani dal 1960. Tra i segnali più rilevanti ci sono la forte riduzione del ghiaccio marino artico, l’aumento del livello del mare e le ondate di calore marine da record registrate nel Mediterraneo e nel Mar Nero.
L’Artico, però, rappresenta uno dei fronti più critici. Secondo la relazione, tra il 1979 e il 2025 l’estensione del ghiaccio marino è diminuita di circa 490.000 km² per decennio, una superficie paragonabile a quella della Spagna. La perdita di ghiaccio modifica inoltre le condizioni del mare e aumenta l’esposizione delle coste artiche a vento, onde ed erosione. Secondo i dati riportati dalla Commissione europea, circa il 60% delle infrastrutture costiere dell’Artico è diventato quindi vulnerabile all’erosione e all’innalzamento del livello del mare.
Il fenomeno non riguarda però soltanto le regioni polari. Nel 2024 il Mediterraneo e il Mar Nero hanno registrato ondate di calore marine eccezionali, con temperature superiori di oltre 4,6 °C rispetto alla norma. Il riscaldamento dei mari può avere conseguenze anche sugli ecosistemi, sulla pesca e sulle attività economiche che dipendono dalla salute degli ambienti marini. Il precedente Ocean State Report di Copernicus aveva già evidenziato un aumento della frequenza e dell’intensità delle ondate di calore marine e un riscaldamento particolarmente rapido dei mari semi-chiusi, tra cui il Mediterraneo.
Un altro indicatore riguarda il livello del mare. Dal 2012 la crescita media globale è stata di circa 4,2 millimetri all’anno, secondo i dati citati dalla Commissione. L’innalzamento progressivo aumenta l’esposizione delle aree costiere a erosione, allagamenti e altri rischi climatici. La vulnerabilità è particolarmente elevata per i piccoli Stati insulari in via di sviluppo: il rapporto rileva infatti che il 65% delle loro zone economiche esclusive complessive ha sperimentato un’accelerazione dell’innalzamento del livello del mare dal 1999.
Il valore del rapporto sta quindi nel collegare i cambiamenti fisici dell’oceano alle loro conseguenze concrete. La riduzione del ghiaccio artico, il riscaldamento delle acque, l’aumento del livello del mare e l’intensificazione degli eventi estremi non sono fenomeni isolati: incidono sulla biodiversità, sulla sicurezza alimentare, sulle infrastrutture e sulle comunità costiere. Per questo il monitoraggio diventa uno strumento essenziale per l’adattamento. Attraverso Copernicus, l’Unione europea raccoglie e rende disponibili dati sull’evoluzione degli oceani per sostenere politiche di protezione della biodiversità, riduzione dell’inquinamento e rafforzamento della resilienza climatica. La sfida, evidenzia la relazione, non è più soltanto misurare quanto sta cambiando il mare, ma utilizzare queste informazioni per preparare infrastrutture, economie e comunità a condizioni oceaniche sempre più diverse da quelle del passato.
