Il Carbon Action Report 2026 di EcoVadis e Kearney, basato su oltre 56mila aziende, rileva una possibile sottostima fino a 2,7 volte delle emissioni Scope 3 upstream quando i dati dei fornitori sono poco affidabili. Solo il 4% utilizza dati primari.
Le aziende potrebbero sottostimare le proprie emissioni Scope 3 upstream fino a 2,7 volte quando utilizzano dati poco affidabili sui fornitori. È uno dei principali risultati del Carbon Action Report 2026, realizzato da EcoVadis e Kearney sulla base dei dati relativi a 56.061 aziende valutate attraverso EcoVadis Carbon Action Manager tra luglio 2025 e giugno 2026. Nel campione, il 40% delle imprese dichiara dati Scope 3, ma soltanto il 4% utilizza dati primari dei fornitori per effettuare il calcolo, mentre la maggior parte si affida a medie del settore o non rendiconta lo Scope 3.
Il problema emerge, infatti, confrontando la qualità dei dati utilizzati. Le aziende che si basano su dati a bassa affidabilità riportano un valore mediano dello Scope 3 upstream pari a 2,5 volte le proprie emissioni operative Scope 1 e 2. Tra quelle che utilizzano dati ad alta affidabilità o verificati, il rapporto sale invece a 6,8 volte. Per EcoVadis e Kearney, la differenza indica una possibile sottostima della footprint Scope 3 upstream fino a 2,7 volte.

Il problema emerge, infatti, confrontando la qualità dei dati utilizzati. Le aziende che si basano su dati a bassa affidabilità riportano un valore mediano dello Scope 3 upstream pari a 2,5 volte le proprie emissioni operative Scope 1 e 2. Tra quelle che utilizzano dati ad alta affidabilità o verificati, il rapporto sale invece a 6,8 volte. Per EcoVadis e Kearney, la differenza indica una possibile sottostima della footprint Scope 3 upstream fino a 2,7 volte.
Scope 3, solo il 4% usa dati primari dei fornitori
Per calcolare le emissioni Scope 3, le aziende devono infatti ricostruire una parte significativa della propria impronta a partire dalle attività dei fornitori. Il problema è che solo una quota molto ridotta delle imprese dispone di dati primari, cioè informazioni sulle emissioni fornite direttamente dai propri partner della supply chain. Nel network analizzato da EcoVadis, il 56% delle imprese condivide dati Scope 1 e 2, mentre il 40% comunica anche dati Scope 3. Ma soltanto il 4% utilizza dati primari dei fornitori per il calcolo dello Scope 3. Per la maggior parte delle aziende, quindi, la misurazione delle emissioni indirette si basa ancora su informazioni meno dettagliate, come stime legate alla spesa sostenuta o valori medi associati ai diversi settori.
La qualità dell’informazione diventa ancora più critica man mano che ci si allontana dal fornitore diretto. Secondo il report, per molti acquirenti la visibilità sulle emissioni si riduce già oltre il Tier 1 e tende a diventare molto limitata oltre il Tier 2. La quantità di dati disponibili, quindi, non coincide necessariamente con la capacità di rappresentare le emissioni effettive della catena di fornitura. EcoVadis definisce questo fenomeno anche attraverso il concetto di Fragility Gap, cioè la distanza tra quanto le aziende ritengono resilienti le proprie catene di fornitura sulla base del volume di dati climatici e delle informazioni disponibili e quanto rimangano effettivamente esposte quando quei dati non sono verificati. Il tema assume maggiore rilevanza in un contesto in cui la supply chain è sottoposta contemporaneamente a tensioni geopolitiche, blocchi commerciali e impatti climatici: il rischio non riguarda soltanto la disponibilità delle informazioni, ma la possibilità che una valutazione incompleta nasconda una vulnerabilità reale.
Anche il quadro regolatorio aumenta la necessità di disporre di dati più solidi. In Europa, il Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM) è entrato nella fase definitiva nel 2026 e riguarda le emissioni incorporate in determinate merci importate; l’acquisto dei certificati CBAM da parte degli importatori inizierà da febbraio 2027. Negli Stati Uniti, la SB 253 della California prevede la rendicontazione delle emissioni Scope 1 e 2 dal 2026 e dello Scope 3 dal 2027 per le imprese interessate dalla normativa.
C’è inoltre un effetto da considerare quando un’azienda passa da dati stimati a dati più affidabili. La propria carbon footprint può inizialmente aumentare, non perché le emissioni siano effettivamente cresciute, ma perché una misurazione più precisa può far emergere emissioni che le stime precedenti non avevano rilevato. Il valore del dato più accurato sta quindi anche nel fornire una base di partenza più realistica dalla quale misurare le successive riduzioni.
Anche tra le imprese che comunicano i propri dati operativi emerge una distribuzione molto ampia dei livelli di affidabilità. Su circa 31.500 aziende che riportano dati operativi, il 33% presenta dati classificati a bassa affidabilità, mentre un altro 33% rientra nella categoria ad alta affidabilità. Il livello più elevato, quello dei dati Scope 1 e 2 verificati da terze parti, riguarda invece il 12% delle aziende. Questa distinzione è importante perché un dato disponibile non è necessariamente un dato sufficientemente solido per rappresentare la reale dimensione delle emissioni. EcoVadis utilizza infatti quattro livelli di affidabilità, basso, medio, alto e verificato, valutati sulla base delle evidenze disponibili, delle modalità di contabilizzazione, dell’allineamento agli standard e della plausibilità del dato rispetto ai benchmark di settore. Nel livello verificato si aggiunge la verifica indipendente da parte di un soggetto terzo.

I vantaggi, in termini di emissioni, dei dati Scope 3 affidabili
La differenza non riguarda soltanto la rendicontazione. Nel periodo 2022-2024, le aziende con dati Scope 1 e 2 ad alta affidabilità o verificati hanno ridotto le proprie emissioni operative del 4,5%, contro il 3% registrato dalle aziende con dati a bassa o media affidabilità. EcoVadis traduce questo divario in un potenziale risparmio di circa 5 dollari per tonnellata di CO2e all’anno entro il 2030. Per capire la dimensione economica dello scenario, il report applica questo differenziale a un caso specifico: una grande impresa che gestisce 1 milione di tonnellate di CO2 equivalente (tCO2e) in emissioni operative, come quelle operanti nei settori dei beni di consumo, della vendita al dettaglio o dell’approvvigionamento di beni, potrebbe ottenere risparmi sui costi pari a 135 milioni di dollari all’anno entro il 2030.
Anche il raggiungimento degli obiettivi climatici presenta una differenza. Tra le aziende che hanno fissato science-based targets, quelle con dati verificati risultano in linea con le scadenze nel 77% dei casi, contro il 54% delle imprese con dati meno affidabili. Il report collega inoltre una maggiore maturità nella gestione del carbonio a riduzioni più rapide delle emissioni operative.
L’azione sullo Scope 3 sembra avere un ruolo anche nella gestione delle emissioni dirette. Le aziende che riportano lo Scope 3 hanno ridotto le proprie emissioni operative a un ritmo mediano dell’8,4% in due anni, rispetto a quelle che rendicontano soltanto Scope 1 e 2. Quando alla rendicontazione Scope 3 si aggiungono dati operativi altamente affidabili, la riduzione arriva al 9,3%.
Perché coinvolgere i fornitori è fondamentale
Un altro elemento centrale riguarda il coinvolgimento diretto dei fornitori. Soltanto il 7% delle aziende analizzate dichiara di coinvolgerli sul tema del carbonio. La percentuale sale al 37% tra le imprese che dispongono di dati Scope 1 e 2 verificati, contro circa il 4,5% tra quelle con dati a bassa affidabilità. Le aziende con dati verificati risultano quindi circa otto volte più propense a coinvolgere i fornitori.
Il coinvolgimento è associato anche alla capacità di rispettare gli obiettivi climatici. Nel campione, circa il 5% delle aziende che non coinvolgono i fornitori raggiunge i propri science-based targets, contro il 31% tra quelle che li coinvolgono. Tra le imprese che hanno già attivato questo tipo di collaborazione, la presenza di dati ad alta affidabilità o verificati aumenta ulteriormente il tasso di raggiungimento degli obiettivi.

Inoltre un numero ridotto di fornitori ad alto impatto è fondamentale per migliorare i progressi. Il top 10% dei fornitori più inquinanti è responsabile del 95% di tutte le emissioni della rete ed è collegato in media a 72 acquirenti ciascuno, il doppio rispetto al resto dei fornitori. Migliorare la qualità dei dati di un solo fornitore ad alte emissioni può incrementare la visibilità per dozzine di acquirenti contemporaneamente.

Infine, i dati verificati possono attrarre più opportunità di business. Le aziende che condividono dati verificati sulle emissioni Scope 1 e 2 contano in media 31 connessioni con acquirenti, quasi il triplo rispetto alle 11 registrate da chi dispone di dati a bassa affidabilità. Questo divario è guidato quasi interamente dalla collaborazione nell’ambito delle EcoVadis Sector Initiatives, suggerendo che le imprese stanno già riscontrando il vantaggio commerciale derivante da una maggiore trasparenza. Le Sector Initiatives sono gruppi di aziende appartenenti allo stesso settore che affrontano problematiche comuni nelle proprie catene di fornitura. Il modello permette ai membri di condividere le valutazioni dei fornitori in un ambiente comune, evitando che uno stesso fornitore debba rispondere separatamente a richieste simili da parte di più clienti. I membri possono inoltre utilizzare dati aggregati e strumenti di analisi per individuare i principali rischi del settore, confrontare le performance e lavorare insieme sul miglioramento dei fornitori.

Per EcoVadis e Kearney, la gestione dello Scope 3 passa quindi dalla capacità di migliorare progressivamente la qualità dei dati, concentrando le risorse sui fornitori più rilevanti per le emissioni e più connessi alla rete. Il passaggio successivo riguarda i dati a livello di prodotto: le Product Carbon Footprints consentono infatti di collegare le emissioni ai materiali e ai componenti acquistati e di utilizzare queste informazioni nelle decisioni di approvvigionamento.
“Il report evidenzia che la criticità risiede nella qualità dei dati, non nelle ambizioni di sostenibilità”, ha affermato Angela Hultberg, Global Head of Sustainability di Kearney. “Le aziende che faranno affidamento su dati reali potranno prendere decisioni più consapevoli nei prossimi cinque anni. La chiave per agire in fretta è concentrarsi prima sui fornitori più impattanti, usando contratti e incentivi, senza pretendere di trasformare l’intera filiera in un solo colpo”.
