Si è conclusa ieri a Palazzo Mezzanotte l’Euronext Sustainability Week 2025, un appuntamento che ha visto imprese, istituzioni e investitori confrontarsi sul futuro della finanza sostenibile. Dopo un percorso ricco di tavole rotonde e workshop, l’ultima tappa si è concentrata sulla sostenibilità lungo le filiere, intesa come terreno di collaborazione strategica tra grandi aziende e PMI.
Il tema è tutt’altro che teorico. Oggi il 90% delle imprese a livello globale è costituito da piccole e medie aziende, che impiegano il 70% della forza lavoro. E le emissioni indirette generate dalle catene di fornitura risultano fino a undici volte superiori a quelle dirette del solo perimetro aziendale, come ha ricordato Guido Alfani, Partner di ERM, nel panel di apertura della giornata. È quindi su questo terreno che si gioca una parte decisiva della transizione ovvero la capacità dei capofiliera di trasmettere obiettivi e standard e quella delle PMI di cogliere la sostenibilità come leva di crescita, non come un fardello regolatorio.
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Il ruolo strategico del capofiliera
In questo obiettivo di coinvolgimento della filiera, ci sono però ancora delle barriere che devono essere superate. In particolare due sono i macigni che pesano di più, continua Alfano, ovvero la poca conoscenza da parte delle pmi degli strumenti di accesso al mercato dei capitali con soluzioni vantaggiose per chi integra nel modello di business la sostenibilità, fattore che potrebbe velocizzare di molto i processi, e la percezione che l’implementazione di una logica ESG sia un costo e non un investimento.
Eppure la transizione, a partire da quella energetica, non può essere affrontata da un singolo attore, ma richieda una logica di sistema che coinvolga grandi aziende e PMI. Lo ha ricordato, in prima battuta, Rossano Francia, Head of Global Procurement di Eni Plenitude: “la supply chain è parte integrante della trasformazione, un ecosistema in cui grandi e piccoli devono muoversi insieme”, ha spiegato. Plenitude, società benefit del gruppo Eni, ha inscritto questo approccio nella propria missione fissando obiettivi concreti come raggiungere la neutralità climatica entro il 2040 e portare la capacità installata da fonti rinnovabili a 15 GW entro il 2030, partendo dagli attuali 4,5. Un percorso che si basa su un modello che bilancia rendimento e investimento, dove la sostenibilità diventa anche un fattore di competitività, capace di attrarre talenti, stimolare innovazione e migliorare l’efficienza.
Dal lato telco, Laura Esposito, Head of Sustainability di TIM, ha sottolineato che coinvolgere l’intero ecosistema di fornitori oggi è cruciale per raggiungere gli obiettivi ESG e rafforzare la competitività. “Il 2024 è stato per TIM un vero anno zero: con la trasformazione industriale e organizzativa e l’adozione dei nuovi standard europei, la supply chain è diventata un fattore materiale da presidiare”, ha spiegato. “Oltre il 90% delle nostre emissioni deriva dallo Scope 3 e più del 60% dagli acquisti: per questo chiediamo ai partner prodotti e servizi a minor impatto, inseriamo criteri ESG nei contratti e guidiamo le PMI in percorsi di capacity building e certificazione della carbon footprint”. Esposito ha ricordato come la CSRD rappresenti una sfida, ma anche un’opportunità per aumentare trasparenza e resilienza: “TIM è stata la prima Telco in Europa rendicontare secondo questi standard in un contesto di spin-off. Oggi il compito più arduo è accompagnare una filiera eterogenea, fatta di grandi player e tante PMI, verso la decarbonizzazione, in un contesto in un cui le regole normative non sono ancora uguali per tutti, trasformando un rischio in un vantaggio competitivo”.
Anche secondo Francesco Micheletti, VP Procurement Digitalization & Group Vendors Management di Fincantieri, la competitività dipende dalla capacità di sostenere i partner più piccoli. Da qui l’impegno a ridurre la burocrazia, investire in formazione e creare occasioni di confronto diretto, come i roadshow nei cantieri o gli incontri annuali CEO-to-CEO, che favoriscono trasparenza e condivisione delle strategie. Una logica di vero e proprio “welfare di filiera”, che rafforza coesione e responsabilità comune, trasformando la collaborazione tra grandi e piccoli in un elemento distintivo di competitività. “Il nostro Made in Italy è frutto anche dell’ultimo tassello della catena”, ha sottolineato Micheletti.
In questo scenario, un forte alleato non possono che essere le banche che hanno il compito di fare da cinghia di trasmissione tra gli obiettivi delle grandi imprese e le reali capacità delle PMI, ha sottolineato Andrea Lo Giudice, VP ESG Advisory di UniCredit. La sostenibilità, ha spiegato, è un driver di valore: per le piccole aziende significa efficienza, resilienza agli shock esterni e riduzione dei costi grazie a modelli circolari; per i capofiliera, invece, è strategico coinvolgere fornitori sostenibili per ridurre rischi e rafforzare la competitività. UniCredit supporta questo percorso con strumenti come l’adesione alla piattaforma di Eni, Open-es, oltre a mini-bond e basket bond, vere e proprie “palestre” per il mercato dei capitali. Anche nelle operazioni di M&A, ha aggiunto, gli aspetti ESG sono ormai determinanti, perché la sostenibilità è diventata un criterio fondamentale nelle valutazioni strategiche e di mercato.
A chiudere la prima tavola rotonda è stata, infine, Marta Testi, CEO di ELITE, che ha posto l’accento sul tema della governance come fattore decisivo per la crescita sostenibile delle PMI. Testi ha infatti sottolineato l’importanza di “uscire dalla torre d’avorio e sporcarsi le mani”, lavorando a stretto contatto con le PMI per comprenderne la realtà e accompagnarle nei percorsi di sviluppo. Secondo Testi, è il capofiliera a fare la differenza: senza un’adeguata pianificazione e una visione di lungo periodo, le fragilità delle PMI possono mettere a rischio anche i piani industriali dei grandi gruppi. Per questo servono ascolto, obiettivi condivisi e strumenti concreti che trasformino la relazione tra fornitore e capofiliera in un patto di sostenibilità e competitività. A titolo di esempio, ha citato i Basket Bond per l’energia rinnovabile, strumento messo in campo con Eni, che hanno consentito a numerose aziende di avvicinarsi al mercato dei capitali. Tra queste anche una PMI familiare campana che, con il supporto di ELITE, ha elaborato il suo primo piano industriale, diversificato la base clienti e ridotto la dipendenza da un unico committente, aprendo così nuove opportunità di crescita.
Il ruolo delle istituzioni
Il keynote speech di Luca Ferrais, Head of Unit Sustainable Finance and International Affairs (MEF) ha offerto una lettura più ampia, collocando il dibattito in una prospettiva macroeconomica e normativa. “Gli eventi climatici avversi e le pronunce giuridiche dimostrano che la sostenibilità non è più opzionale, ma un driver di competitività”. Ferrais ha richiamato l’esperienza del Tavolo per la Finanza Sostenibile, che promuove il dialogo volontario tra banche e PMI, e ha annunciato l’avvio di corsi formativi modulari e gratuiti per diffondere competenze ESG di base. Tra le priorità individuate c’è anche la costruzione di dataset sui rischi ambientali (dal dissesto idrogeologico agli incendi boschivi fino al rischio sismico) per aiutare le imprese a valutare meglio il proprio contesto operativo e a prendere decisioni più consapevoli.
PMI tra governance e finanza
La seconda tavola rotonda, moderata da Luca Tavano, Head of Mid & Small Caps di Borsa Italiana, ha approfondito gli strumenti per la crescita sostenibile delle PMI. Massimo Pasquali, Head of Corporates di Banco BPM, istituto che in Italia conta come clienti anche circa 420 mila PMI, di cui 20 mila di dimensioni più ridotte, spesso le più esposte alle fragilità del mercato. Per aiutarle nella loro crescita Banco BPM ha messo a disposizione 1.600 gestori dedicati, momenti di formazione e strumenti come i questionari ESG, fondamentali per le aziende che non hanno ancora un bilancio di sostenibilità. Tuttavia, la differenza la fa la visione dell’imprenditore: se la sostenibilità è percepita come un costo diventa un freno, mentre se è considerata un investimento apre opportunità di crescita, reputazione e accesso al credito. “Sapere che un imprenditore è consapevole dei rischi ESG, anche e soprattutto fisici, è rassicurante e determinante per concedere credito”, ha osservato Pasquali, ribadendo che solo un percorso condiviso tra imprese, banche e capofiliera può rendere la transizione sostenibile davvero efficace.
Un esempio virtuoso in questo senso è quello di ICOP, Società Benefit tra i principali operatori europei nel settore del microtunneling e delle fondazioni speciali, che nell’estate 2024 ha debuttato sull’Euronext Growth Milan. Giacomo Petrucco, IR & Board Member di ICOP, ha raccontato il percorso di trasformazione della propria azienda, con la creazione di un comitato di giovani talenti e una governance orizzontale popolata da ingegneri, segno che la sostenibilità deve essere integrata nei processi tecnici oltre che comunicativi.
Proprio quello della governance resta infatti un nodo centrale, ha ribadito Cesare Nonnis Marzano, CEO di SosteniAbilita, sottolineando anche come una guida aziendale lungimirante è consapevole del fatto che, nonostante l’allentamento della pressione normativa a seguito del pacchetto Omnibus, l’esenzione per molte PMI dalle normative europee di rendicontazione sulla sostenibilità come CSRD e CSDD, non rimanda la questione in una prospettiva di reale crescita e competitività. Molte pmi si troveranno comunque, infatti, a dover fornire dati e informazioni lungo la catena di fornitura. “Il processo è irreversibile, dobbiamo uscire dall’ossessione della regolamentazione e accelerare”, ha dichiarato, citando alcuni numeri: “se il 50% delle grandi imprese dispone già di strumenti operativi, tra le PMI la percentuale scende al 25%, per carenza di risorse dedicate e competenze interne“. Per questo i driver del cambiamento saranno i capofiliera, gli istituti finanziari e i capitali privati, ma l’evoluzione non sarà lineare, pesano ancora troppo gli ostacoli culturali, dalla paura dei CEO di perdere controllo alla percezione dei costi. “Per questo”, ha concluso, “con le PMI serve un approccio graduale, che dimostri nel concreto i benefici di lungo periodo di una gestione sostenibile”.
D’altro canto, Andrea Rumiz, Director di South Pole, ha richiamato l’urgenza della decarbonizzazione, ricordando che l’Italia deve contribuire al contenimento della temperatura globale e che le PMI hanno un ruolo decisivo in questo percorso. Per questo è fondamentale fornire loro strumenti concreti, come il software sviluppato insieme a Intesa Sanpaolo che consente alle imprese di calcolare la propria carbon footprint, individuare gli hotspot emissivi e tracciare traiettorie di riduzione, accompagnate da suggerimenti pratici per abbattere i consumi. Questi strumenti, uniti ad attività di capacity building, aiutano le PMI non solo a ridurre l’impatto ambientale ma anche a diventare più competitive: migliorando i punteggi nei rating, attraendo nuovi talenti e rispondendo meglio alle richieste del mercato. “Occorre far percepire alle aziende il reward della sostenibilità”, ha osservato Rumiz, citando casi internazionali come quello di Starbucks che, a seguito del lancio della tazza compostabile ha modificato i criteri di selezione dei propri fornitori, per dimostrare come anche piccoli cambiamenti possano generare vantaggi tangibili.
A tirare le fila della giornata è stata Patrizia Celia, Head of Large Caps Italy di Borsa Italiana, che ha ricordato nuovamente come la sostenibilità non possa più essere letta soltanto in chiave di compliance, ma vada considerata un fattore competitivo a tutti gli effetti. Secondo Celia, che ha ripercorso le giornate della Sustainability Week che hanno animato dal 4 all’11 settembre Palazzo Mezzanotte, il compito delle grandi aziende è assumersi la responsabilità di accompagnare i fornitori più piccoli, mentre per le PMI la transizione rappresenta l’occasione per rafforzare resilienza e credibilità sul mercato. Banche e istituzioni, dal canto loro, devono rendere disponibili strumenti semplici e percorsi di formazione, così da favorire un ecosistema coeso. “Solo con un approccio sistemico, fondato su prossimità e fiducia reciproca, la filiera può trasformarsi da anello debole a leva strategica per la competitività e la crescita sostenibile del Paese”, ha concluso.
