L’attenzione alla catena di fornitura è la nuova frontiera della sostenibilità. È un aspetto su cui, soprattutto le aziende di maggiori dimensioni che dovranno rispettare la CSDD, la direttiva sulla due diligence dell’UE, sono sempre più chiamate a rendere conto. Non basta infatti che un’impresa riduca gli impatti negativi della propria attività, ma deve farsi promotrice di un miglioramento di tutta la filiera nella quale è inserita, coinvolgendo quindi anche le imprese di dimensioni minori che ne fanno parte e innescando in questo modo un circolo virtuoso nel momento in cui, a propria volta, tali aziende devono fornire garanzie su come vengono gestiti i processi della relativa supply chain. E, diversamente da come intuitivamente verrebbe da pensare, non si tratta solo di compliance perché potere contare su salde relazioni con i propri fornitori e clienti permette di ridurre i rischi e porta a benefici per le aziende, anche se non senza contraddizioni. Se ne è parlato durante l’evento Acquisti sostenibili: più efficienza, meno rischi, uno degli incontri del palinsesto dell’ultima giornata del Salone della CSR e dell’innovazione sociale che ha avuto luogo dal 9 all’11 ottobre in Bocconi. Protagonisti sono stati Veronica Rossi, Sustainability Senior Manager di Lavazza Group, Sofia Provenzano, CSR Manager di Biesse, Giorgio Bertolini, Managing Director di ClimatePartner Italia e Valerio Pedroni, Consigliere Comunale, Presidente della Commissione Speciale per l’Economia Civile Comune di Milano, moderati da Alessandra Frangi, Founder e Ceo di ESGnews, media partner dell’evento.
Il controllo della filiera non è cosa semplice. Non lo è nemmeno quando come Lavazza, grande azienda che produce caffè (e solo caffè) da 130 anni, si opera in un determinato business da tanto tempo. “Facciamo parte di un’industria che è apparentemente semplice, ma che in realtà porta con sé una grande complessità dovuta al fatto che la materia prima è prodotta da 12,5 milioni di piccoli produttori in tutto il mondo di cui l’85% sono famiglie che hanno poche piante nel giardino di casa”, afferma Rossi. E inoltre, prosegue la sustainability manager, “il caffè è coltivato per la maggior parte dei casi in maniera artigianale e la raccolta dei chicchi avviene per lo più a mano in condizioni che dipendono dalla morfologia territoriale, eccetto in Brasile dove il processo è meccanizzato”. Sono quindi condizioni spesso di fortuna e di piccole dimensioni, dipendenti da dinamiche e cultura locali, e soggette a rischi elevati sia ambientali che sociali. Nel primo caso connessi al cambiamento climatico i cui impatti hanno effetto diretto sulle coltivazioni di caffè, ma i contadini non hanno le competenze da soli per farvi fronte, mentre nel secondo legato ai diritti umani, soprattutto al lavoro minorile.
“Non ci piace dare prescrizioni ed eliminare dalla supply chain il fornitore che non riesce a rispettarle” continua Rossi, “Quello che cerchiamo di fare è un lavoro congiunto, anche con il supporto di realtà esterne o Ong – una fra tutte Save the children – per capire, a tutti i livelli, quali sono le complessità, provare a individuare i problemi da risolvere e poi costruire progetti per risolverli”.
Un lavoro non banale considerando, per esempio, che sono molti – circa 20, sostiene Rossi – i passaggi da un chicco alla tazzina che beviamo al mattino: dai collettori locali, ai magazzini locali, a quelli di città, di regione, nazionali, e poi gli agenti, le compagnie di navigazione, i magazzini e i trader internazionali (che in Europa sono per lo più a Ginevra e Amburgo), i mercati finanziari (il caffè dopo il petrolio è la materia prima più scambiata in borsa) e così via. Prendersi cura di tutta la catena di fornitura significa monitorare e riuscire ad avere una relazione diretta, stabile e di collaborazione con almeno un operatore in ciascuna delle aree del processo. Non basta far firmare un Codice Etico e lavarsene le mani.
Il grado di complessità si eleva poi ancor di più quando un’azienda lavora in differenti settori, come nel caso di Biesse, azienda metalmeccanica che produce macchinari e linee per la lavorazione di diversi materiali – legno, pietra, vetro, materiali compositi, metalli – impiegati in diversi settori, come l’automotive, l’autospace, il furniture, ciascuno con le proprie caratteristiche. Considerando anche l’elevata capillarità della rete, la sua filiera è eterogenea e formata sia da fornitori di grandi dimensioni, come le multinazionali, sia da altri molto piccole, con attività locali. Il primo passo compiuto da Biesse è stato dunque nell’ultimo anno quello di introdurre un progetto di due diligence per cominciare a mappare e a comprendere le tipologie di aziende che fanno parte della supply chain. “Dobbiamo individuare i nostri fornitori e capire come si comportano, non soltanto nell’approvvigionare un prodotto che rispetti determinati canoni qualitativi, ma anche dal punto di vista del rispetto dei criteri ambientali, dei diritti umani e della tutela in materia di salute e sicurezza” dichiara Provenzano. “In un’ottica di gestione del rischio questo programma è fondamentale perché ci permette di mappare il nostro parco fornitori e individuare le aree più o meno critiche, comprendendo dove e come intervenire. Infatti, non necessariamente tutti gli indicatori di rischio che individuiamo hanno una stessa risposta, bisogna comprendere qual è la necessità specifica a seconda del contesto e poi agire di conseguenza”.
È il primo di una serie di passi che l’azienda dovrà compiere, conclude la CSR Manager, per poter poi creare relazioni virtuose e riuscire a far comprendere che tenere in considerazione anche gli aspetti di sostenibilità è un vantaggio in termini di business continuity oltre che di riduzione di rischi.
Mappatura e monitoraggio richiedono due elementi fondamentali, sottolinea e aggiunge Bertolini, che sono l’utilizzo di software e la disponibilità di dati. Se del primo se ne può far carico il capo filiera, o chi decide di intraprendere azione di due dilgence, per poter fare analisi sensate i dati devono essere forniti da ciascun operatore. “Il mio consiglio è spiegare il motivo per cui si mettono in campo questo tipo di azioni: il fornitore più piccolo non ha sicuramente gli stessi strumenti e le stesse esigenze. È importante rendere la filiera consapevole anche attraverso l’educazione” dichiara il Managing Director di Climate Partner.
Le logiche e le regole con cui la PA definisce le policy per gli acquisti sostenibili
A prendere parte alla discussione anche Valerio Pedroni, Consigliere Comunale, Presidente della Commissione Speciale per l’Economia Civile Comune di Milano. “Economia civile vuol dire proprio premiare il mondo imprenditoriale che fa della sostenibilità ambientale e sociale uno dei suoi assi strategici” afferma Pedroni. L’amministrazione può farlo attraverso gare d’acquisto che premiano e avvantaggiano chi si occupa e preoccupa di questi aspetti: “quando la PA deve decidere a chi dare in gestione dei servizi è importante che dia priorità a quelle realtà radicate territorialmente e virtuose da un punto di vista sia ambientale che sociale. Il punto è premiare la qualità del servizio offerto e la capacità di generare valore sociale e non solo il risparmio economico. È così che la pubblica amministrazione può guidare il cambiamento. E il comune di Milano sta andando in questa direzione”.
Il sistema degli acquisti pubblici, il public procurement, può dunque essere una leva importante in questa direzione, considerando che è un business molto grande stimato in Italia in 290 miliardi di euro (nel 2022). “Ciò che acquista l’istituzione, dai ministeri, alle regioni, agli enti locali, cuba 290 miliardi in un solo anno, che è divisibile in tre fasce.” spiega il consigliere comunale, “da una parte c’è l’acquisto di fornitura di beni, che cuba 101 miliardi, dall’altra abbiamo la fornitura di lavori, dei lavori pubblici, come sistemare una strada o rifare una scuola, che cuba 108 miliardi ed è la parte più rilevante, e poi l’acquisto di servizi, 80 miliardi”. E se è vero che queste tre dimensioni vanno trattate diversamente tra loro, al contempo tutte possono essere motore di cambiamento positivo in ambito sociale.
“Per esempio, attraverso la fornitura dei lavori (manutenzione del verde, degli immobili, data entry, custodie, tutti lavori ad alto impiego di mano d’opera), si potrebbe lavorare di più sull’inclusione lavorativa delle fasce fragili. Affidando l’appalto non solo a partecipate o a private senza considerare criteri sociali, come avviene ora, bensì avvantaggiare quelle realtà come le cooperative sociali che fanno dell’inclusione lavorativa delle fragilità un tema dominante”.
