La Securities and Exchange Commission (SEC) guidata da Paul Atkins sposa la politica di deregolamentazione trumpiana e spinge per l’abrogazione dell’obbligo federale di disclosure climatica per le aziende statunitensi. Il rischio, soprattutto per le multinazionali, è un patchwork regolatorio con obblighi diversi a seconda delle giurisdizioni.
La Securities and Exchange Commission (SEC) ha avviato formalmente il processo per l’abrogazione della norma sulla trasparenza dei rischi climatici adottata nel 2024 sotto l’amministrazione Biden. L’agenzia ha trasmesso una proposta di revoca, intitolata Rescission of Climate-Related Disclosure Rules, all’OIRA (Office of Information and Regulatory Affairs) e notificato la decisione alla Corte d’Appello federale.
La decisione riflette fedelmente il cambio di rotta della SEC guidata da Paul Atkins, in linea con l’impostazione di deregolamentazione della nuova amministrazione. Secondo quanto riportato in un comunicato ufficiale dell’autorità, la norma presenta criticità sia sul piano giuridico sia su quello economico e “le disposizioni eccedono l’autorità statutaria della Commissione e i costi superano i benefici attesi”.
Il nuovo orientamento punta a riportare la vigilanza sul principio della “materialità”, cioè sull’obbligo di rendicontazione limitato alle informazioni realmente rilevanti per gli investitori. “La Commissione è concentrata sul ritorno al proprio mandato principale, basato su un approccio alla regolamentazione dei mercati dei capitali centrato sulla materialità”, hanno chiarito i portavoci della SEC.
Il regolamento era stato originariamente adottato nel marzo 2024 sotto l’amministrazione Biden, ma non era mai entrato pienamente in vigore a causa dei numerosi ricorsi legali che ne avevano bloccato l’applicazione. Pur ridimensionato rispetto alla proposta iniziale, con l’esclusione dell’obbligo sulle emissioni Scope 3, il dettato normativo imponeva alle società quotate requisiti dettagliati di disclosure. Le imprese, quindi, avrebbero dovuto comunicare l’impatto finanziario dei rischi climatici, le emissioni Scope 1 e Scope 2 e le strategie di gestione e mitigazione del rischio. L’obiettivo era di fornire agli investitori dati standardizzati e comparabili, ma il settore corporate aveva criticato l’aumento degli oneri di compliance e delle responsabilità legali.
L’abrogazione del regolamento non sarà immediata. La SEC dovrà seguire l’iter formale di “notice-and-comment”, pubblicando la proposta, raccogliendo osservazioni da stakeholder e rispondendo alle obiezioni prima di arrivare alla decisione finale. Un processo che potrebbe richiedere diversi mesi e aprire la strada a ulteriori contestazioni legali.
Nel frattempo, il quadro normativo statunitense rischia di diventare sempre più frammentato. Alcuni Stati, come la California, stanno infatti portando avanti proprie regole sulla disclosure climatica, mentre altri, come New York, stanno valutando iniziative simili. Per le aziende, soprattutto le multinazionali, la revoca della norma federale non elimina le pressioni sulla trasparenza climatica. Al contrario, secondo molti osservatori, si rafforza il rischio di un vero e proprio patchwork regolatorio con obblighi diversi a seconda delle giurisdizioni.
Le società statunitensi attive a livello internazionale dovranno comunque adeguarsi a normative esterne sempre più stringenti, come la CSRD europea, oltre a standard globali in evoluzione. In questo contesto, la sfida per le aziende non è più se raccogliere dati climatici, ma barcamenarsi nella crescente incoerenza tra regole locali, federali e internazionali.
