Solo insieme è possibile vincere la sfida della sostenibilità. Facendo sistema tra i diversi attori di mercato e coinvolgendo tutti gli stakeholder, senza lasciare indietro nessuno, in una logica che veda al centro la competitività del sistema economico italiano. E creare questo ecosistema è l’obiettivo di Open-es, l’iniziativa di Eni che riunisce il mondo industriale, finanziario e istituzionale su una piattaforma digitale per supportare le imprese nel percorso di crescita sulle dimensioni della sostenibilità. Open-es ha fatto il punto sui primi due anni di attività nel corso del primo evento in presenza che è stato l’occasione per mostrare i risultati dell’analisi del Navigatore ESG, innovativo strumento grazie al quale sono state individuate le 12 priorità e le 6 azioni chiave su cui un’azienda deve concentrarsi in ambito sostenibilità.
“Uno dei risultati principali della piattaforma è stato quello di essere realmente riusciti a creare una potente alleanza e a fare sistema tra diversi attori economici.” ha dichiarato Stefano Fasani, Program Manager di Open-es e Head of Supplier Sustainability, Coordination & Development di Eni, coordinatore dell’iniziativa che ha avuto un notevole successo e alla quale hanno aderito oltre 10.400 imprese, attive in 86 paesi e 66 settori industriali.
“Grazie all’analisi dei dati emersi dalla piattaforma e attraverso la collaborazione con gli esperti che fanno parte di questo network, abbiamo cercato di capire quali fossero i gap principali e le priorità in ambito di sostenibilità. Un’analisi”, ha spiegato Fasani, “che ci ha permesso di creare uno strumento in grado di consentire a ogni impresa di valutare il suo livello di avanzamento del percorso di sviluppo sostenibile e fornire le soluzioni concrete per supportarlo”.
All’incontro hanno partecipato alcuni tra i principali partner industriali della piattaforma, che hanno raccontato la propria esperienza diretta: quali processi di sostenibilità stanno mettendo in atto, in che modo coinvolgono l’intera filiera e quali sono i requisiti in ambito ESG richiesti ai propri fornitori. Inoltre, sono stati messi in evidenza le soluzioni e gli strumenti attualmente disponibili, grazie anche al contributo e alle testimonianze di PMI che sono più avanti nel processo di integrazione delle pratiche di sostenibilità. Se l’intento era quello di tirare le somme, offrendo una panoramica del punto in cui siamo al momento, e fornire strumenti e conoscenza per avanzare sul fronte sostenibilità, le suggestioni emerse durante l’evento hanno raggiunto lo scopo.
Open-es è nata con l’obiettivo di creare “un’alleanza aperta e di sistema in un’ottica di supporto” ha sottolineato Costantino Chessa, Head of Procurement di Eni. Per la società del cane a sei zampe, intraprendere un percorso di sviluppo sostenibile significa mettere in campo risorse e impegno nella transizione energetica che possa essere equa e giusta e disporre di tecnologia all’avanguardia. E per fare ciò, “Eni ha bisogno di avere a fianco le aziende con cui lavora” ha ribadito Chessa.
Quello dell’importanza dell’estensione delle pratiche di sostenibilità lungo tutta la filiera è infatti stato un tema centrale. Perché sostenibilità significa cambio di paradigma e di cultura aziendale, “riguarda il modo di fare impresa” ha ricordato Paolo Gerardini, Presidente Piccola Industria Assolombarda, e non può che coinvolgere tutti gli attori economici di tutti i settori per essere davvero tale. Ne è convinto anche Francesco Donato, Chief Purchasing Officer di Iveco Group, che ha dichiarato che il gruppo “può essere sostenibile solo se lo è il suo parco fornitori”. Iveco vede i propri fornitori come partner primari nella creazione di valore di lungo periodo e proprio per questo devono condividere i quattro impegni che il gruppo si è dato in tema sostenibilità, ossia carbon zero al 2040, sicurezza, prodotti circolari e sostenibili, ambiente di lavoro inclusivo e accogliente in cui le diversità siano un punto di forza.
D’altronde spesso è proprio la filiera a rappresentare la variabile di maggiore impatto di un’azienda. Lo ha ricordato Paolo Albini, Director Procurement Supply Chain, Digitalization e ICT di Saipem: “lavoriamo con circa 23.000 aziende di cui 5000 italiane. Su un fatturato di 10 miliardi l’anno tra i 7 e gli 8 miliardi costituiscono costo di filiera, la cifra che spendiamo per acquistare servizi e prodotti dai fornitori della catena produttiva. Open-es è quindi uno strumento fondamentale per crescere tutti, facendo sistema”.
Ed è dello stesso parere Enrica Danese, Institutional Communication, Sustainability and Sponsorship di Tim che ha dichiarato come “Open-es per Tim significa un miglioramento di ciò che l’azienda acquista”. La piattaforma digitale è quindi vista dai partner come un “abilitatore del processo che possa stimolare domande e generare risposte costruttive, e attivare la consapevolezza e la competenza per crescere tutti insieme” ha aggiunto Loris Spaltini, Executive Vice President Corporate Services di Snam.
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Non si può essere competitivi sul mercato se non si investe in sostenibilità
Ormai c’è sempre maggior evidenza e convinzione del fatto che per essere competitivi bisogna essere sostenibili. “Oggi non si può più pensare di essere competitivi sul mercato se non si investe sulla sostenibilità” ha dichiarato Claudio Notarantonio, Chief Supply Chain Officer di Webuild, aggiungendo che da questo punto di vista l’attenzione e l’implementazione delle pratiche ESG non deve essere visto come un costo bensì come un investimento in quanto ha un ritorno in termini sia economici, che di reputazione, che di riduzione del rischio.
La sostenibilità è dunque conveniente. E tale convenienza “riguarda due aspetti”, sottolinea Gerardini, “l’opportunità e la capacità delle imprese di restare competitivi sul mercato di riferimento e la capacità di chiedere credito”.
A fornire qualche dato è poi Marco Tonegutti, Managing Director & Senior Partner, leader dell’area Climate&Sustainability di Boston Consulting Group: “A livello di conto economico i prodotti green hanno un margine superiore in media del 20% e le aziende che investono in sostenibilità possono vantare un Ebit superiore dal 2% al 12% rispetto a chi non lo fa.” Tonegutti ha inoltre ricordato che le aziende che puntano sulla sostenibilità sono anche più attrattive per i nuovi talenti, fondamentali per un’impresa, e ha citato un sondaggio effettuato tra 6000 millennial in cui il 45% ha dichiarato che per scegliere il proprio employer guarderà agli aspetti ESG dell’azienda.
Governance: una sfida fondamentale per la sostenibilità
Non può esserci una reale integrazione della sostenibilità e delle tematiche ESG se a guidarle non c’è una governance solida e un consiglio di amministrazione competente in materia. Lo ha ricordato Roberta Marracino, Managing Director Growth & Strategy di Accenture, Chapter Zero Italy: “Le agenzie di rating ESG attribuiscono infatti oltre il 40% alla componente G nelle proprie valutazioni”.
Il board guida le strategie e indirizza i piani aziendali, pertanto deve lavorare in sinergia con il responsabile sostenibilità per una integrazione efficace. Il modello organizzativo e di execution, la garanzia del presidio, il controllo e il monitoraggio sono elementi del fattore governance che non possono essere sottovalutati. “Una buona governance permette di avere una struttura forte e un piano di sviluppo chiaro e monitorato” ha ribadito anche Notarantonio.
Un tema che risulta fondamentale soprattutto per le PMI che caratterizzano il sistema economico italiano, ha inoltre sottolineato Gerardini: “Un sfida grande per le PMI è la G di governance che si interseca con due fattori: il primo è superare confini e recinti dell’impresa familiare, modello che non è da abbattere ma da far evolvere, e il secondo è l’accountability: quanto più sapremo cogliere i temi e saremo capaci di valutarli e quantificarli per poi rendicontarli e raccontarli all’esterno, tanto più avanzeremo”.
Dalla consapevolezza all’azione: misurare, monitorare e rendicontare
Ma se ormai la consapevolezza sui temi ESG sembra avere fatto passi avanti, con aziende che cercano di definire una strategia ESG e di darsi degli obiettivi di sostenibilità, la concretezza delle azioni non sembra esserlo altrettanto. A evidenziare questo aspetto è stato Sandro Orneli, Accenture Europe Sustainability Strategy Lead: “oltre il 70% delle aziende ha definito un piano ESG e si è dato obiettivi chiari, eppure solo il 20% ritiene di avere integrato quegli obiettivi nella strategia aziendale e solo il 10% è realmente “on track” rispetto al raggiungimento dei target prefissati”.
È quindi tempo di passare dalla teoria alla pratica, ha esortato Carlo Panella, Head of b-ilty Division, tra le prime banche ad aver aderito all’iniziativa di Eni, il quale ha portato al tavolo di discussione l’esperienza di chi deve darsi dei criteri, per scegliere le pmi da supportare, che non possono più escludere considerazioni sugli aspetti di sostenibilità. “Sicuramente il rating ESG è uno strumento ormai imprescindibile, anche se migliorabile, soprattutto per le grandi operazioni” ha dichiarato Panella.
Al contempo, bisogna tenere a mente che “la sostenibilità è un percorso” ha ricordato Andrea Mignanelli, CEO di Cerved Group. Gli step sono ormai chiari: il primo passo per un’azienda è effettuare la propria analisi di materialità, individuando i temi di rilevanza per il proprio business e per gli stakeholder in ambito ESG. Il secondo è poi stabilire gli indicatori chiave per misurare a che punto si è e definire la direzione da intraprendere. Questo tipo di analisi permette di comprendere i propri punti di forza e quelli di debolezza, oltre che i gap da colmare. Un esercizio che può essere implementato anche da imprese di piccole e medie dimensioni, come è stato per Sdi automazione industriale, ha raccontato Andrea Peraboni, Sales and Marketing Director presso Sdi automazione industriale, pmi che – grazie a Open-es – quest’anno riuscirà a pubblicare il primo Bilancio di sostenibilità.
La rendicontazione degli aspetti ESG resta quindi la chiave per passare all’azione e riuscire a monitorare i propri progressi. Da questo punto di vista il tema dei dati è fondamentale: “non possiamo governare i processi di sostenibilità se non governiamo i dati” ha osservato Fabrizio Fiocchi, CEO & Co-Founder di ESGeo che ha aggiunto “Per il monitoraggio dei dati è importante disporre di strumenti informatici in grado di minimizzare il costo di gestione”.
Eppure, ad oggi tecnologia e strumenti esistono per rafforzare questi aspetti, non solo per la misurazione, ma anche per effettuare il monitoraggio in tempo reale e fare previsioni attendibili, come testimoniato da Natalino Mori, CEO di Transadriatico Transport & Logistics. Quello che manca è quindi più spesso l’implementazione.
Una possibile risposta al perchè intraprendere questo paventato ma auspicato percorso di sostenibilità prova a darla in prima battuta Paolo Moretti, Chief Executive Officer di RINA sottolineando come la misurabilità e tracciabilità delle proprie azioni ESG fa si che “ciò che la governance decide di mettere in campo non sia tracciato di greenwashing” – facendo così salire a galla un altro tema caldo riguardante questo tipo di tematiche.
Come rendere la sostenibilità un vero valore per le aziende
Ma, “lavorare insieme sulla sostenibilità” significa anche creare una visione di sistema comune, una standardizzazione dei processi e una condivisione dei contenuti. Significa costruire una nuova cultura del “business as usual” che preveda l’integrazione dei fattori ESG come “conditio sine qua non” per inserirsi in maniera competitiva sul mercato. E allora ecco una risposta accademica che va al nocciolo del quesito.
Senza scivolare in facile ottimismo, come ricordato, in chiusura da Francesco Perrini, Associate Dean for sustainability SDA Bocconi, per cogliere le opportunità bisogna quindi cambiare approccio. Solo se si integrano le pratiche ESG nei processi aziendali in modo reale e si cambia il modo di fare le cose, gli investimenti in sostenibilità non rappresentano un costo aggiuntivo.
“In finanza gli investimenti che possono essere definiti costi sono quelli differenziali. Se si afferma quindi che “la sostenibilità è un investimento e non un costo”, vuol dire che la sua implementazione, che determina delle uscite finanziarie iniziali, determinerà l’aumento del flusso di cassa, del tasso di attualizzazione e del valore terminale, creando maggiore valore futuro. Ma se a livello di governance globale condivido un approccio di business comune che preveda la piena integrazione di modalità sostenibili nella produzione e nell’organizzazione, l’ESG non è più un “costo differenziale” bensì un fattore comune del “business as usual”, permettendo di ridurre i costi a livello sistemico e conveniente per tutti” spiega Perrini.
