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Google, dopo le sanzioni dell’Antitrust i competitor chiedono risarcimenti da 10 mld

Da oltre un decennio Google è al centro dell’offensiva europea contro gli abusi di posizione dominante nei mercati digitali. Oggi, Il confronto con le autorità europee della concorrenza sta producendo effetti che vanno ben oltre le sanzioni amministrative. Gli accertamenti con cui Bruxelles e i giudici europei hanno riconosciuto l’abuso di posizione dominante del colosso di Mountain View stanno infatti alimentando una crescente ondata di azioni civili promosse dalle imprese concorrenti, che chiedono il risarcimento dei danni subiti a causa delle pratiche anticoncorrenziali.

Dopo oltre 10 miliardi di euro di multe accumulate negli ultimi dieci anni, comprese le prime sanzioni adottate nell’ambito del Digital Markets Act (DMA), Google rischia ora di affrontare una seconda fase dell’enforcement europeo, in cui al potere sanzionatorio delle autorità si affianca quello dei giudici civili chiamati a quantificare il danno economico subito dai competitor.

Al centro delle contestazioni vi è il modo in cui Google avrebbe utilizzato il proprio potere di mercato per favorire sistematicamente i servizi offerti all’interno del proprio ecosistema, alterando le dinamiche concorrenziali nei mercati digitali.

Secondo la Commissione europea, tale strategia si sarebbe manifestata attraverso pratiche di self-preferencing, ovvero il trattamento preferenziale dei propri servizi nei risultati di ricerca, e attraverso restrizioni imposte agli sviluppatori di applicazioni affinché non indirizzassero gli utenti verso canali di acquisto alternativi e meno costosi rispetto a Google Play.

Queste condotte, secondo Bruxelles, hanno ridotto la contendibilità del mercato, limitando la capacità dei concorrenti di competere ad armi pari e restringendo le possibilità di scelta di consumatori e imprese.

Negli ultimi anni Bruxelles ha inflitto a Google una serie di sanzioni record per violazioni delle regole europee sulla concorrenza.

Tra le più rilevanti vi sono la multa da 2,42 miliardi di euro nel caso Google Shopping, quella da 4,1 miliardi relativa al sistema operativo Android e, più recentemente, la prima sanzione adottata nell’ambito del Digital Markets Act, pari a circa 890 milioni di euro, per il mancato rispetto degli obblighi imposti ai gatekeeper digitali.

Quest’ultima decisione assume un’importanza particolare perché non rappresenta soltanto una sanzione amministrativa, costituisce anche un autorevole accertamento dell’illiceità della condotta che può essere utilizzato dai soggetti danneggiati per fondare le proprie azioni civili di risarcimento.

In altre parole, le imprese che ritengono di aver subito un pregiudizio economico non devono più dimostrare da zero l’esistenza della condotta anticoncorrenziale, ma possono fondare le proprie pretese su un illecito già riconosciuto dalle autorità europee. Il contenzioso si sposta così sulla quantificazione del danno e del nesso causale tra la violazione e le perdite economiche subite.

A guidare questa nuova stagione di contenziosi sono soprattutto le piattaforme europee di comparazione prezzi e i motori di ricerca specializzati, che sostengono di aver perso traffico, utenti e ricavi a causa delle pratiche di auto-preferenziazione adottate da Google.

Tra le azioni più rilevanti figura quella di Idealo, che in Germania ha ottenuto un risarcimento di 465 milioni di euro, mentre PriceRunner, Kelkoo, Moltiply Group (proprietaria di Trovaprezzi.it) e altri operatori hanno promosso richieste per importi complessivamente pari a diversi miliardi di euro.

Il conto delle azioni risarcitorie promosse nei confronti di Google potrebbe sfiorare i 10 miliardi di dollari.

Parallelamente, nei Paesi Bassi sono state avviate ulteriori azioni collettive sostenute da fondi specializzati nel finanziamento del contenzioso.

Al di là dell’impatto economico per Google, il caso rappresenta uno dei segnali più evidenti dell’evoluzione del diritto europeo della concorrenza.

L’attività della Commissione europea non si esaurisce più nell’irrogazione di sanzioni amministrative, ma diventa il punto di partenza di un sistema di private enforcement sempre più incisivo, nel quale le imprese danneggiate sono incentivate ad agire davanti ai giudici nazionali per ottenere il ristoro delle perdite subite.

Le decisioni delle autorità antitrust, soprattutto quando confermate dai giudici europei, costituiscono infatti un punto di partenza particolarmente solido per le successive azioni civili. L’obiettivo non è più soltanto sanzionare il comportamento illecito, ma anche compensare concretamente i danni economici prodotti dalle distorsioni della concorrenza.

In questa prospettiva, il Digital Markets Act e le tradizionali norme sull’abuso di posizione dominante non operano soltanto come strumenti di regolazione del mercato, ma anche come catalizzatori di un contenzioso civile destinato a incidere in misura crescente sulle strategie delle grandi piattaforme digitali.

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