green premium

La parola all'esperto

Green premium: cos’è e perchè è il vero nodo della transizione climatica

Il green premium è il costo aggiuntivo che si sostiene quando si sceglie un’opzione a basse o zero emissioni rispetto a una soluzione basata sui combustibili fossili. È una differenza di prezzo apparentemente semplice, ma che può determinare il successo o il fallimento delle strategie di decarbonizzazione.

Per anni, il concetto di green premium ha aiutato a spiegare perché molte tecnologie climatiche faticassero a scalare e perché la transizione procedesse più lentamente delle ambizioni politiche. Oggi, però, questo paradigma è entrato in crisi. In un contesto segnato da instabilità geopolitica, pressioni inflazionistiche e crescente attenzione alla competitività industriale, non è più realistico attendere che la sostenibilità “costi di più” né pretendere che imprese e consumatori paghino un sovrapprezzo solo perché un’opzione è verde.

Su questo argomento ospitiamo il contributo di Andrea Maggiani, Expert Contributor di ESGnews, che mette ordine tra dati, esperienze dirette e riflessioni strategiche, mostrando perché la riduzione, e in ultima analisi l’eliminazione, del green premium sia la vera chiave della transizione. Dal funzionamento dell’ETS europeo ai settori hard-to-abate, dalle rimozioni di CO₂ ai transition credits per l’uscita dal carbone, il testo ricostruisce l’architettura economica che può rendere la decarbonizzazione non solo necessaria, ma conveniente.


Il green premium

Una riflessione sul mondo di oggi

Nelle ultime settimane ho cercato di mettere ordine tra appunti e riflessioni sul Green Premium: il costo aggiuntivo che si paga scegliendo un’opzione pulita invece di una basata sui combustibili fossili. Questo concetto semplice è alla base di ogni percorso di decarbonizzazione nelle principali economie. Per anni il Green Premium ha aiutato a spiegare perché le soluzioni climatiche avessero difficoltà a scalare e perché l’innovazione facesse fatica ad affermarsi. Ma il mondo è cambiato. Non possiamo più aspettare la parità di costo, né possiamo aspettarci che persone o aziende paghino di più solo perché qualcosa è “green”. Questa aspettativa è crollata, messa sotto pressione dall’instabilità geopolitica e da una narrazione crescente secondo cui la sostenibilità aumenta i costi e riduce la competitività.

Bill Gates lo ha detto chiaramente in un recente saggio per il MIT Technology Review: “Se potessi dare un solo consiglio a ogni azienda che lavora su tecnologie a zero emissioni, sarebbe questo: concentrarsi sulla riduzione e sull’eliminazione del Green Premium.”

Perché, in ultima analisi, la transizione si riduce a un’equazione semplice:
Green Premium = Costo dell’opzione pulita – Costo del fossile

Quando questo numero si avvicina allo zero, il mercato si muove. È per questo che solare, eolico, veicoli elettrici, batterie e pompe di calore sono riusciti a diffondersi su larga scala: i costi sono scesi, le curve di apprendimento hanno accelerato e improvvisamente l’opzione pulita non era più quella più costosa. Quando il Green Premium scompare, entra in gioco l’economia.

Lo abbiamo già vissuto. Le rinnovabili nei mercati emergenti sono diventate finanziabili solo quando qualcuno ha assorbito il Green Premium iniziale: PPA, feed-in tariff, sussidi, CfD, aste e, in molti Paesi, finanza del carbonio. Questi strumenti hanno sostenuto il rischio iniziale. Poi la scala ha fatto il resto. Oggi le rinnovabili costano meno dell’energia fossile. Esattamente come dovrebbe funzionare la transizione.

Il quadro cambia completamente nei settori hard-to-abate: aviazione, navigazione, cemento, acciaio, calore industriale ad alta temperatura, rifiuti, fertilizzanti, agricoltura. Sono “difficili” perché il Green Premium è ancora enorme e perché spesso le tecnologie pulite non esistono ancora su scala. Hard-to-abate non significa che i processi siano fisicamente complessi, ma che economia e livelli di maturità tecnologica non sono allineati con le tempistiche climatiche.

La maggior parte delle opzioni di abbattimento interno negli impianti reali soggetti all’ETS – efficienza, fuel switching, CCS, riprogettazione dei processi – costa circa 100–150 euro a tonnellata (€/t). Con i prezzi ETS in salita verso 150–200 €/t, pagare per emettere diventa più costoso che ridurre le emissioni. L’ETS fa esattamente ciò per cui è stato progettato: rende l’abbattimento interno la scelta razionale ogni volta che l’opzione esiste.

Guardiamo ora le rimozioni. Oggi il BECCS costa 200–300 €/t. Il DAC varia tra 600 e 900 €/t. Anche negli scenari più ottimistici al 2040, il BECCS si colloca a 150–200 €/t e il DAC a circa 300 €/t, ancora ben al di sopra dei probabili prezzi ETS.

La logica è semplice: se puoi ridurre internamente le emissioni a 120 €/t, non comprerai rimozioni a 200–300 €/t. Nessuno lo farà. E non dovrebbe farlo.

Le rimozioni si applicano quindi solo all’ultima fetta di emissioni, dove il CCS è tecnicamente impossibile o dove ogni altra opzione è ancora più costosa. L’aviazione è un esempio perfetto. È qui che si colloca il vero punto di contatto tra Green Premium e settori hard-to-abate: le ultime tonnellate sono costose perché le tecnologie semplicemente non ci sono ancora.

Questo ci riporta alla domanda di Bill Gates: come riduciamo il Green Premium il più possibile?

Durante una roundtable sui mercati del carbonio all’IEA di Parigi, un esperto lo ha sintetizzato perfettamente: “L’ETS spinge l’abbattimento interno. I governi spingono l’adozione di nuove tecnologie.”

I dati recenti lo confermano. L’ETS funziona dove l’economia lo consente: le emissioni del settore elettrico sono oggi inferiori del 50% rispetto al 2005; solo nel 2024 sono scese di quasi l’11%, con le emissioni totali da combustione in calo del 9%. Nel frattempo, l’ETS ha generato 38,8 miliardi di euro nel 2024 (oltre 250 miliardi dalla sua introduzione), creando un bacino di risorse che finanzia la fase first-mover della decarbonizzazione profonda, dove il Green Premium resta elevato.

E queste entrate stanno già sostenendo la prossima ondata di tecnologie climatiche.
Il Fondo per l’Innovazione dell’UE, finanziato direttamente dalle aste ETS, è oggi uno dei più grandi programmi di investimento in clean tech al mondo, a supporto di progetti CCS, BECCS e cattura nei waste-to-energy in tutta Europa.

Ne ho avuto esperienza diretta mentre affiancavo una grande utility italiana su CDR ed emissioni biogeniche. Il loro primo progetto di CCS su un impianto waste-to-energy è diventato realizzabile solo quando è intervenuto il Fondo per l’Innovazione a coprire parte del CAPEX. Le sole previsioni sul prezzo ETS non avrebbero mai giustificato l’investimento. Il Fondo ha colmato il Green Premium e ha reso il progetto concreto: senza, non si sarebbe costruito nulla.

C’è poi uno sviluppo recente che sta guadagnando slancio a livello globale: i transition credits per la chiusura anticipata delle centrali a carbone. Sono uno degli esempi più interessanti di come uno strumento di finanza del carbonio – in questo caso i crediti – possa ridurre un Green Premium altrimenti impossibile da assorbire. L’economia della chiusura anticipata del carbone è spietata: si perde una produzione di base economica e già ammortizzata, che va sostituita con nuova capacità più costosa. Nessuna utility può giustificarlo basandosi solo sui segnali di mercato. I transition credits trasformano le emissioni evitate dalla chiusura anticipata in un flusso di ricavi, riducendo il Green Premium quanto basta per rendere la transizione fattibile. È carbon pricing a livello di progetto, non di sistema. E sebbene la domanda sia ancora volontaria, il momentum sta crescendo in Indonesia, Vietnam, Sudafrica e in diversi Stati indiani. I transition credits dimostrano una verità semplice: i mercati del carbonio non possono sostituire le politiche pubbliche, ma possono sbloccare transizioni che altrimenti resterebbero bloccate.

Tutti questi esempi, dall’abbattimento guidato dall’ETS al supporto del Fondo per l’Innovazione, dalla diffusione del BECCS ai transition credits, puntano alla stessa realtà di fondo: ogni soluzione climatica dipende da come gestiamo il Green Premium. Il carbon pricing può spingere le aziende verso le opzioni di abbattimento interno più economiche, ma solo dove le soluzioni esistono già. Il supporto pubblico può rendere investibili nuove tecnologie molto prima che il mercato sia pronto. E la finanza del carbonio, tramite rimozioni o meccanismi di transizione, può colmare il divario dove l’innovazione ha bisogno di tempo prima che la scala faccia il suo lavoro.

Non esiste un singolo strumento capace di eliminare ogni Green Premium. Ma insieme, questi strumenti definiscono l’architettura economica della transizione: il carbon pricing crea pressione, i fondi pubblici assorbono il costo iniziale dell’innovazione e i mercati del carbonio sbloccano gli spazi intermedi. Man mano che le tecnologie scalano, il premium si riduce, proprio come è successo per le rinnovabili.

Alla fine, la questione non è ideologica ma pratica: come distribuiamo il Green Premium nel tempo e tra gli strumenti, affinché le tecnologie possano diventare accessibili e diffuse su larga scala? La decarbonizzazione non avverrà perché il mondo deciderà improvvisamente di pagare di più. Avverrà perché progetteremo sistemi che rendono l’opzione pulita quella economicamente più conveniente.


Andrea Maggiani è esperto di climate tech, angel investor e fondatore di Carbonsink, la principale società italiana di consulenza sul clima e sviluppo di progetti di riduzione e rimozione delle emissioni di CO2. Vanta oltre 15 anni di esperienza nei mercati del carbonio, nella sostenibilità e nelle strategie di decarbonizzazione.

Se vuoi leggere altri approfondimenti di Andrea Maggiani, segui Climate Playbook, lo spazio di riflessioni e analisi critiche su mercati del carbonio, finanza climatica e tecnologie per la transizione su Substack.

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