Interviste

Pignatelli: nell’arte come nell’economia la circolarità è centrale

Affrontare il tema dell’abitare da un punto di vista sociale, prendendo in considerazione variabili che non siano solo fisiche ma anche emotive e relazionali. È questo lo scopo del Manifesto dell’Abitare pensato e scritto dal gruppo di ricercatori di Strategy Innovation e promosso da Blend In, boutique di consulenza di comunicazione focalizzata sulle strategie di sostenibilità. In questo dibattito aperto dagli autori del Manifesto, e che proseguirà in maniera diffusa per tutto l’anno, può l’arte avere un ruolo? In che modo un’artista guarda alla casa? Quali sono le connessioni tra l’arte e l’abitare e l’arte e la sostenibilità? Quali le direzioni da prendere? ESGnews e Stefania Tagliabue di Strategy Innovation lo hanno chiesto all’artista milanese Luca Pignatelli in occasione della serie di talk, organizzate in occasione della Design Week e ospitate da Casa Platform.

Luca Pignatelli

Pignatelli è un artista milanese che, nel corso degli anni, ha raggiunto un ruolo iconico all’interno dell’arte contemporanea italiana, esponendo in musei e istituzioni tra i più importanti a livello italiano e internazionale.

La sua è una ricerca pittorica legata ai temi della memoria e di un tempo circolare, ispirate dalle idee sulla crescita sedimentaria della storia, incontrate durante la sua formazione universitaria in architettura.

La città e la storia dell’arte rappresentano per l’artista una sorta di scena fissa delle vicende dell’uomo, oltre che una dimensione con cui intrattenere una ricerca e operare delle analogie, inusuali stratificazioni e associazioni di soggetti, ere e materiali.

Esiste una connessione e quale tra l’arte e la casa o tra l’arte e l’abitare?

La filosofa ungherese Ágnes Heller ha definito l’arte, e in particolare l’opera d’arte, come una persona dotata di una propria dignità individuale, una singolarità che parla di sé e rivela il proprio spirito. A me piace moltissimo questa definizione perché effettivamente quello tra un individuo e un’opera d’arte è un incontro capace di generare un effetto di reciprocità, un effetto calamita. Quando siamo attratti da un’opera è perché probabilmente stiamo incontrando un mondo che ci appartiene o che ci apparteneva. Quindi l’opera è qualcosa immediatamente capace di mettere in luce un allineamento di pensieri. Quella galleria personale che ognuno di noi accumula nel corso di una vita e che ripercorre guardando quell’opera, come in un’autobiografia cronologica all’indietro. La casa rappresenta questo nella maniera più straordinaria. Infatti, noi possiamo guardare le case come opere d’arte. Siamo subito capaci di emettere un giudizio tra una bella dimora, una che ci ha lasciati indifferenti o una che nemmeno possa essere valutata come casa in quanto assolutamente priva di quelle forme e di quei contenuti che ci permettono di sentire quello spazio come un patrimonio personale.

Se dovesse immaginare un abitare del futuro, in una casa, quale stanza in più dovrebbe esserci?

Una stanza del futuro, una stanza da aggiungere in una casa sarebbe una stanza di passaggio, di attesa, una sorta di deposito. Un deposito magari ordinato, un simil studio, dove poter accumulare e far sì che la casa come opera d’arte possa rappresentare anche un luogo dove lasciar sedimentare. Trovo che la casa dovrebbe essere un po’ disorientante, quantomeno non eccessivamente ordinata. Un luogo che sia lo specchio di chi la vive nella sua interezza e che quindi comprende il passato, ciò che si è costruito e lasciato. Capita a tutti di riordinare librerie e scafali e trovare input dal passato, credo che questa azione non sia legata a un desiderio di riaccendere sempre la memoria in una forma nostalgica o comunque di rimembrare che cosa abbiamo perduto, ma è soprattutto un reminder di ciò che abbiamo costruito e di ciò che stiamo facendo, lasciando delle tracce. È un concetto questo che vuole riprendere la visione della casa antica che ha una capacità, oltre che pratica e logica, anche evocativa. Per me la casa è custodia di un tempo e di una sua vulcanica interiorità. La casa ha, secondo me, anche un forte valore di insegnamento proprio in quanto è sempre rimasta uguale. E forse soltanto oggi possiamo vedere con occhi e sguardo libero dai pregiudizi culturali portati da teorici e architetti del movimento moderno.

Crede quindi che il movimento moderno sia ormai sorpassato e i progetti e le opere frutto di quella corrente non corrispondono più a esigenze contemporanee? In effetti, oggi, molti architetti stanno cercando nuovi paradigmi a cui appoggiarsi e su cui fondare la pratica. Quale potrebbe essere secondo lei questo paradigma?

La questione del moderno è che nasceva, secondo me, con un intento specifico che era quello di azzerare qualsiasi rifioritura di ogni cosa che appartenesse al passato. Si voleva formare un nuovo uomo contemporaneo azzerando tutto il precedente, in una sola direzione che era quella della tecnologia e del funzionalismo. Secondo me oggi questa visione è caduta. Si sta riscoprendo il senso più naturale, più vivo e più urgente del progettare e del progettare bellezza. Non è un caso che molti architetti stiano ridisegnando gli archi che erano stati banditi dal movimento perché appartenenti alla classicità.

Quale consiglio dà, come artista che trae ispirazione da tutto ciò che lo circonda, a chi affronta il progetto del Manifesto dell’Abitare?

Io punterei tutto sul rapporto tra la casa e la natura dove la natura può essere anche una piantina grassa alta un centimetro, ma che aiuti a vivere spiritualmente. Mi piace l’idea della casa come un luogo importante di crescita. Per me l’abitazione deve essere un luogo dove poter coltivare il proprio pensiero e quindi quantomeno una parte della casa deve essere destinata a queste cose. Ed è indipendente dalla grandezza. Anche una casa piccola può rispecchiare questi aspetti. La casa di Michelangelo Buonarroti, per esempio, aveva “il pensatoio” che era davvero piccolo. Eppure, guardandolo, faceva venire il desiderio di possedere nella propria abitazione un pensatoio, o un luogo così. Il tempo e lo spazio sono il lusso assoluto, ma lo spazio va visto in varie dimensioni. Anche spazi fisicamente piccoli e ridotti possono essere non discutibili per il vantaggio che possono dare e portare nella nostra vita. Mi piace molto l’idea del Manifesto di pensare alla casa come qualche cosa che non è più solamente misurabile in termini appartenenti solo a un canale mercificato.

Nelle sue opere trovano spazio materiali poveri e di recupero, come tele ferroviarie, legno, ferro, tappeti persiani e gomma a cui dà nuova vita. Una trasformazione e riuso che si lega al concetto di sostenibilità ed economia circolare in cui le pratiche del riciclo sono centrali. Qual è l’importanza della circolarità nell’arte come nell’economia?

Da bambino andavo a cercare i materiali in una fiera e tutto il materiale che c’era veniva dalle guerre ed era tutto completamente scolorito perché il sole aveva bruciato il pigmento di tutte le cose. C’era un tono quindi che andava dal bianco ai colori dello iodio o della sabbia o della corda ed era tutto molto simile: bandiere, legni, impalcature, legni. Questo mi affascinava molto perché era come trovarsi di fronte a un linguaggio morto ma ancora in grado di essere rimesso insieme e quindi poter generare nuove costruzioni, linguaggi e significati.

Provo a lavorare soddisfacendo le aspettative di una mia ricerca molto lunga che porto avanti e che riguarda il cercare di ridare un interesse. Credo che oggi molto di ciò che riguarda me come essere di fronte alle opere, all’arte contemporanea, sia l’aver suscitato o no la curiosità di interessarsi di fronte a quello che stiamo guardando. È tutto lì. Tanto è vero che mi capita di tornare negli stessi luoghi o musei per rivedere cose che mi hanno interessato per scoprire sempre nuovi dettagli. Questo avviene anche quando cammino e sono attratto da tutto ciò che riesce a immergermi nel desiderio di trovare. Osservo forme che hanno una loro appartenenza al tempo ma questo viene dimenticato perché improvvisamente diventano una novità nelle modificazioni che hanno subito e attraversato. Questo provo a fare nelle mie opere quando metto in atto il cambio di destinazione d’uso. Per cui adopero le tele che rivestivano i vagoni dei treni oppure i ferri che erano i tetti delle case o tanti di questi elementi su cui cerco di intervenire.

Una capacità di guardare nuova, un nuovo sguardo, serve forse questo all’economia del futuro.

Secondo me l’economia è un tema centrale oggi. A mio avviso è molto importante far presente che la proprietà non è soltanto un fatto materiale solido e fisico ma è anche e soprattutto culturale. Una visita al museo serve perché guardando un’opera ti arricchisci senza dover dire “sto comprando questo”. Respirare di questa dimensione secondo me è molto importante. Ha a che fare con l’economia anche, credo, perché quello culturale è un possesso che è difficile da definire e quindi da attribuire un valore economico. Voglio dire: in che modo si è proprietari di una percezione, di una condivisione, di un pensiero? Pensiamo agli NFT, sembra pongano le basi sull’assoluto diritto alla proprietà esclusiva che è solo un vanto alla sera da pub per miliardari (per dire “io ho comprato la villa di Adriano su NFT e l’ho pagata 100 milioni ed è solo mio”) ma alla fine non hai niente in mano.