La comprensione dei fenomeni ESG è oggi un presupposto fondamentale per la valutazione dei rischi aziendali. La gestione dei fattori ambientali, sociali e di governance e dei rischi relativi sono quindi diventati elementi imprescindibili per i professionisti d’impresa, in primis i commercialisti. Un bagaglio di conoscenze necessarie non solo a stare al passo con lo scenario economico, ma che rientra tra le competenze specialistiche necessarie per rispondere prontamente agli adempimenti di compliance normativa per la sostenibilità sistemica in un contesto normativo in forte evoluzione. A iniziare dalla CSRD, la nuova normativa sul bilancio di sostenibilità che è diventata un passaggio fondamentale per la rendicontazione di impresa. “Il mancato sviluppo di competenze per la sustainability economics”, sottolinea, intervistato da ESGnews, Gian Luca Galletti, Consigliere del Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili (CNDCEC) con delega all’area Sviluppo sostenibile, “è uno dei rischi di oggi e tra le attività di CNDCEC vi è anche quella di contribuire a ridurre il divario tra le competenze richieste dalle imprese sul mercato del lavoro per l’adempimento delle attività di compliance e di sostenibilità strategica e le competenze professionali richieste dalle imprese ai professionisti. Con un approccio chiaro da parte dell’organismo di rappresentanza istituzionale di circa 120mila commercialisti in Italia: sostenibilità ed etica dei comportamenti (aziendali e individuali) si influenzano a vicenda”.
La nuova normativa sulla rendicontazione di sostenibilità, la CSRD, mette i commercialisti al centro del processo di trasformazione dell’economia. Come sta cambiando la professione e quali nuove competenze devono essere acquisite?
La comprensione dei cambiamenti in corso nella professione economica passa attraverso il loro corretto inquadramento nell’ambito di un cambiamento più ampio, radicale e articolato, in una parola “sistemico”, dello scenario generale, sotto i profili sia politico-istituzionale sia economico-produttivo.
Il concetto chiave intorno al quale muovere il ragionamento è quello di rischio. Mai prima d’ora, in epoca contemporanea, abbiamo sperimentato una tale rapidità e una tale immediatezza nelle ripercussioni generate dai fenomeni esogeni alle singole giurisdizioni nazionali e sovranazionali sui contesti produttivi e sociali locali, e sulla vita delle aziende e delle persone. Questi elementi riducono la capacità di prevedere la portata dei potenziali impatti degli eventi e connaturano una nuova dimensione del concetto di rischio, tanto sul piano geopolitico quanto su quello economico.
Sono molti i settori professionali toccati da questi processi: la finanza, il reporting e la governance spiccano per la molteplicità delle disposizioni e la complessità delle prassi che li riguardano e per la crescente interconnessione che li caratterizza, cui occorre associare una serie di competenze diverse rispetto a quelle inerenti alle attività più tradizionali delle professioni economiche; altre attività e funzioni, non meno importanti – negli ambiti della pianificazione strategica, del controllo e della valutazione d’azienda, per citarne alcuni –, sono parimenti coinvolti dal cambiamento che la sostenibilità impone e sono oggi oggetto revisione o calibrazione, sul piano tecnico o normativo, o insieme tecnico e normativo.
Dal punto di vista della professione, l’esigenza di svolgere nuove attività e di pianificare o integrare in azienda nuove funzioni – per ragioni di compliance normativa, di pianificazione strategica, di gestione operativa o di organizzazione aziendale e produttiva – può richiedere un mix diverso di competenze dove la gestione dei fattori ESG (e quindi la valutazione dei relativi rischi) risulta determinante per “sostenere” la continuità aziendale. In questa prospettiva, per gestire tali fattori nella sequenza degli elementi “continuità-rischi-controlli-assetti”, non si può prescindere da un insieme minimo di “competenze di sostenibilità trasversali” (anzi meglio, “sistemiche”), volto a svolgere attività manageriale e strategica di presidio delle tematiche ESG e, dall’altro, da una base di “competenze di sostenibilità specialistiche” per rispondere prontamente agli adempimenti di compliance normativa introdotti nell’ordinamento per perseguire obiettivi di sostenibilità sistemica.
A che punto sono i professionisti della contabilità nel comprendere l’importanza di questo cambiamento e nella familiarità con il nuovo sistema di reporting?
Credo che i fattori principali che variamente si compongono nell’attuale movimento del sistema vanno identificati nella pressione normativa (cui può seguire anche una certa “ansia di compliance”), nei rischi sistemici e, non meno rilevante dei primi due, nella convinzione etica delle aziende e degli individui.
I primi due fattori si stanno mostrando potenti motori di sensibilizzazione degli operatori economici. In effetti, credo siano ormai pochi coloro che non abbiano colto i pericoli di trascurare lo sviluppo delle competenze nella sustainability economics, specialmente quando i suoi aspetti siano in linea con gli orientamenti etici delle persone e con l’idea di sostenibilità che abbiamo politicamene condiviso nell’Agenda 2030 e negli SDG. Da questo punto di vista, ben venga il momento della regolazione… D’altro canto, è assolutamente vero che una parte del sistema, in Italia come in Europa (e in tante altre giurisdizioni), non è ancora capace di muoversi, sul piano della disclosure come su quello della governance di sostenibilità, nel modo in cui riteniamo opportuno, nella tempistica in cui riteniamo necessario. Questa circostanza mina alle fondamenta – con riflessi paradossali – anche la nostra convinzione sulla bontà del percorso, facendo sorgere dubbi e incertezze che ci allontanano dai nostri obiettivi di fondo. Lo stiamo vedendo in questi mesi, in questi giorni, in quante parti del sistema emergano riflessioni e iniziative che, muovendo da una legittima riflessione sulla possibilità di un allargamento delle maglie regolamentari e operative, si spingono poi pericolosamente fino ad arrivare a convinzioni e movimenti “climate change denial” e “global warming denial”.
Quali sfide si prospettano per i commercialisti con l’introduzione della CSRD?
Senza dubbio esiste oggi un divario tra le competenze richieste dalle imprese sul mercato del lavoro per l’adempimento delle attività di compliance e di sostenibilità strategica e le competenze professionali richieste dalle imprese ai professionisti, quando chiamati a fornire consulenza, o a svolgere funzioni relative alla sostenibilità, o a realizzare attività in cui sia indispensabile possedere talune competenze di sostenibilità. Ed esiste un gap temporale tra lo sviluppo delle capacità all’interno delle imprese (e all’interno della professione) e le esigenze del sistema economico: questa circostanza rappresenta un elemento di rischio per tutto il sistema delle imprese nel raggiungere i propri obiettivi di transizione energetica ed ecologica. Questo vale per l’applicazione della CSRD, ma vale altresì per tanti altri ambiti coinvolti dai processi di cambiamento complessivi nel panorama economico europeo e internazionale.
Occorre quindi trovare meccanismi alternativi rispetto a quelli attuali per colmare questi divari. Ora, sul fronte della formazione e dello sviluppo delle competenze, anche a livello di organizzazione internazionale della professione, mi sembra che stiamo operando con adeguate risorse nell’ottica di integrare la sostenibilità nei processi formativi, nelle aree professionali tradizionali e nelle prassi operative. Più difficile è invece governare il fenomeno nel rapporto con le aziende, e tra le aziende e altre componenti del sistema, in particolare il settore bancario e creditizio.
La CSRD è solo un tassello di un grande mosaico. Occorre far comprendere che la norma cambia di continuo e in misura significativa e le imprese (anche le banche), per essere tutelate, devono cambiare i propri assetti e le proprie regole in funzione non della norma ma della convinzione della correttezza (e della necessità) del ripensamento della cultura dell’impresa, che li porti a integrare nel purpose la sostenibilità nelle sue diverse dimensioni, anzi, a cucire il purpose sulla sostenibilità, contribuendo alla genesi di quella che Robert Edward Freeman – matematico, filosofo ed economista, tra gli artefici della “Stakeholder Theory” – chiama la “nazione di imprenditori nella sostenibilità”, un insieme di persone che sappia riflettere sui processi di trasformazione, perché l’innovazione, in fondo, risiede nella “immaginazione creativa” di ciò che già ci circonda (anche rispetto alle relazioni tra gli enti e tra le persone).
Qual è la sua opinione sull’impostazione della CSRD e su come è stata recepita in Italia?
Credo che, nel suo impianto di fondo, la CSRD rappresenti un balzo in avanti per il sistema economico e per la trasparenza informativa tra operatori economici e cittadini. È chiaro che l’intellegibilità della disclosure, dei requirement, dei datapoint, dipenderanno dallo sviluppo teorico e dalla volontà politica di proseguire sul percorso che abbiamo tracciato. Ma più che fornire un giudizio su come la direttiva sia stata recepita in Italia, in questo momento mi sembra di gran lunga più importante rimarcare che è stata recepita: questo è ciò che conta. In realtà, sia l’impostazione sia la calibrazione dei vari meccanismi che andranno apportati all’orologio saranno di portata più o meno ampia in funzione di una scelta di fondo: dobbiamo bilanciare (diciamo, frenare) una presunta invasività della norma con procedure e strumenti che introducano, anzi, che potenzino gli elementi di flessibilità nel sistema o dobbiamo, invece, accelerare nella regolazione perché riteniamo che quest’approccio ha mostrato comunque di ottenere dei risultati positivi in tempi molto ristretti? Pensiamo a dove eravamo anche solo dieci anni fa… Sul piano ambientale, pensiamo a quanto si siano ridotte le emissioni di gas serra in Europa: secondo i dati dell’European Environment Agency (EEA), lo scorso anno le emissioni nette totali di gas serra nell’Unione sono diminuite dell’8%, risultando, nel 2023, oltre il 37% in meno rispetto ai livelli del 1990 e segnando un progresso significativo verso la neutralità climatica per l’Unione. Il problema è che lo European Climate Risk Assessment della stessa Agenzia ha anche rilevato che l’impatto del cambiamento climatico sta accelerando rispetto alle nostre previsioni.
Dobbiamo però fare attenzione a un altro aspetto fondamentale. Nel mondo di oggi, dove vediamo ampliarsi i dislivelli, le disparità, le disuguaglianze, le povertà (perché ce ne sono di diverse forme), è imperativo muoverci con la stessa determinazione anche sul piano sociale per cambiare le relazioni, quelle tra l’azienda e il suo personale, tra le persone dell’azienda, tra gli operatori economici, tra i cittadini, tra le persone. La “S” della sigla ESG necessita di una riflessione da parte del legislatore, delle aziende, e anche dei professionisti. In questo senso, nell’iniziativa di respiro internazionale volta all’integrazione della sostenibilità nella prassi professionale e alla relativa revisione dei meccanismi dell’istruzione e della formazione delle professioni economiche, tra i differenti approcci alternativi, abbiamo sposato con decisione quello in cui assegnare all’ambito “Ethics and professional values” la funzione di alveo in cui incanalare le regolazioni dei principi e i contenuti delle attività oggetto di modifica: del resto, sostenibilità ed etica dei comportamenti (aziendali e individuali) sono fenomeni strettamente legati e reciprocamente influenti.
Le aziende sono pronte per questo passaggio o prevedete difficoltà nel fornire i dati necessari?
Le rispondo in modo tranchant. La scienza può dirci molto su come dovrebbe comportarsi il sistema nel suo complesso. Altra cosa è capire invece come dovrebbe (o potrebbe) comportarsi ogni singola componente del sistema.
Certamente vi saranno difficoltà e rallentamenti nella raccolta, nella trasmissione e nella diffusione delle informazioni. Ma stiamo tutti lavorando per ridurre le problematiche connesse a questo particolare aspetto: istituzioni governative, imprese, professioni, standard setter. D’altro canto, non credo che l’eterogeneità di piattaforme digitali proposte o presunti oneri operativi di processo rappresentino questioni che non possano essere risolte dalla convergenza di strumenti informativi e template di data collection da adottare nei vari contesti con ragionevoli calibrazioni rispetto a criteri di proporzionalità. Su questi piani, non vedo perché non si giunga, anche in tempi rapidi, a soluzioni condivise e appropriate: in fondo, gli obiettivi primari sono i medesimi per tutte le tipologie di stakeholder (sostenibilità del sistema e sostenibilità delle sue componenti).
Nello scenario attuale della sostenibilità, però, i comportamenti possono discostarsi, per vari motivi, da quelli delineati nella teoria. Noi chiediamo alle imprese di cambiare visione, di assumere una prospettiva ad ampio raggio e di lungo periodo. Anche il legislatore e gli standard setter dovrebbero però porsi a loro volta nella medesima prospettiva: dobbiamo mitigare il pericolo di essere guidati solo dalla “direttrice normativa” (il che non vuol dire annacquare le norme ma introdurle dove servono). C’è un rischio concreto nelle aziende che pianifichino la propria strategia solo per conformarla o adeguarla a ciò che il sistema ha identificato come “sostenibilità”, senza riflettere sulle conseguenze etiche delle proprie azioni. D’altra parte, un’azienda non “stretta” nelle maglie degli obblighi giuridici di comunicazione, potrebbe comportarsi nel modo ritenuto eticamente corretto, ma controcorrente rispetto al movimento generale, senza per questo rinunciare a una propria strategia di sostenibilità produttiva e di continuità aziendale (una norma, infatti, potrebbe essere economicamente sostenibile ma ritenuta eticamente discutibile dall’azienda).
Si tratta di una questione molto attuale in molteplici campi professionali che affondano le radici nella sostenibilità, specie in una cornice giuridica europea sempre più articolata nei settori del reporting, della governance e del controllo. Non possiamo obbligare un’azienda a sposare una specifica idea di valore (cioè che identifichino nella sostenibilità “il” valore, l’ultimo valore), ma possiamo confrontarci sul rapporto tra sostenibilità e valore. Ciascun soggetto, che sia un’azienda, un’organizzazione, una persona, costruirà il proprio concetto di valore a seconda dell’interpretazione del proprio ruolo. Dobbiamo però essere liberi di analizzare (e, nel caso, censurare) i fattori che determinano oggi le caratteristiche della sostenibilità come valore dentro l’impresa. Dall’altra parte, il sistema non deve chiudersi al dialogo, e anzi deve promuoverlo, introducendo momenti di assessment che aiutino tutti a tararsi sulla realtà, perché alla fine della fiera, al culmine della gerarchia dei valori, ci siano cose tangibili, non solo regole o metriche.
Come associazione, quali azioni state intraprendendo per accompagnare questa trasformazione?
Il CNDCEC è coinvolto in attività attinenti alla sostenibilità ormai da molti anni, con intensità crescente, similmente ad altre organizzazioni ed operatori economici e svolge la propria attività su tre piani: istituzionale, formativo, scientifico.
In collaborazione con organizzazioni nazionali di settore e organismi professionali internazionali alle quali aderiamo (tra i quali l’International Federation of Accountants) esaminiamo e affrontiamo problematiche di prassi aziendale e professionale; come membri di Accountancy Europe e interlocutori dei ministeri competenti, approfondiamo l’interpretazione della norme in materia di sustainability reporting e sustainability assurance; nella qualità di membri dell’Organismo Italiano di Contabilità (OIC) e di primarie organizzazioni internazionali coinvolte nelle attività di standard setting (tra cui l’IFRS Sustainability Alliance), forniamo contributo tecnico nella predisposizione o nell’applicazione di standard di rendicontazione e di asseverazione dell’informativa di sostenibilità; come membri di diverse organizzazioni di ricerca scientifica (tra le quali il Gruppo Bilanci e Sostenibilità), collaboriamo, tra gli altri, con istituti universitari e istituzioni accademiche per approfondire argomenti teorici e pratici relativi alla CSR, ai fattori ESG e alla sostenibilità, per indagarne le implicazioni e le conseguenze nel campo della prassi e della normativa.
Come ho accennato, l’International Federation of Accountants (IFAC) sta portando a termine il progetto di revisione agli International Education Standards (IES) volte a integrare la sostenibilità, in senso lato, e specifici suoi elementi costituenti – dall’analisi di scenario alla rendicontazione, fino all’asseverazione – nella formazione degli “aspiring professional accountants” (dunque, dei soggetti che intendano acquisire la qualifica – nelle sue varie forme esistenti nelle diverse giurisdizioni del pianeta – di professionisti economico-contabili), nell’ottica della modernizzazione e dell’allineamento concettuale, terminologico e applicativo a good practice esistenti, esercizio che include l’introduzione di nuovi principi che enfatizzano l’integrità, l’autenticità, l’equità e l’inclusione dell’attività professionale.
Stiamo ponendo grande impegno nelle attività di formazione professionale continua, attraverso il supporto tecnico agli Ordini territoriali, cui è demandata normativamente l’attuazione dei programmi formativi, e il lavoro di quindici Scuole di Alta Formazione (SAF) su tutto il territorio nazionale, che stanno integrando nella propria proposta corsi di specializzazione completamente dedicati ai sustainability matter. Infine, abbiamo istituito presso il CNDCEC un Osservatorio sulla sostenibilità, che possa agevolare gli interventi del vertice consiliare nel muoversi con rapidità e, se richiesto, informalità nei rapporti con uffici ministeriali, associazioni di categoria ed organizzazioni economiche, in funzione di sustainability issue legati a problematiche normative o contingenti dello scenario nazionale.
Questa nostra attività, questo impegno, in linea con il concetto di sostenibilità che condivido con tanti consiglieri, con tanti colleghi, non può che realizzarsi attraverso un’attenzione primaria alle esigenze e alle problematiche delle nuove generazioni, e in particolare di quanti appartengono alle Generation Z. A loro dobbiamo essere capaci di mostrare le opportunità della fusione tra i riflessi della sostenibilità e i comportamenti aziendali e le ripercussioni positive sulla sostenibilità che può generare l’attività professionale. Come ho detto, non abbiamo, da soli (nessuno di noi), le risorse intellettuali e le energie fisiche indispensabili per condurre in porto questi processi. Abbiamo bisogno della curiosità dei giovani, del loro desiderio di trasformare quella curiosità in linfa per preservare questo pianeta.
