In un contesto globale come quello attuale, caratterizzato da instabilità geopolitica, mercati volatili e rapide trasformazioni tecnologiche, il bilancio di una società non può più limitarsi ai soli dati numerici. La rendicontazione diventa uno strumento strategico, capace di raccontare non solo la performance economica, ma anche la gestione dei rischi, i risultati operativi e le informazioni ambientali, sociali e di governance.
Il bilancio rappresenta quindi un punto fermo, ma non statico: evolve insieme alle esigenze degli stakeholder e richiede nuovi dati e competenze innovative. L’affidabilità resta la sua caratteristica distintiva ed è proprio questa a rendere il bilancio uno strumento centrale di orientamento e decision-making in un tempo che non si ferma.
In questa intervista a ESGnews, Ernesto Lanzillo, Presidente del Consiglio di Amministrazione di Deloitte & Touche S.p.A., che ha svolto il ruolo di Technical Supporter nell’edizione 2025 dell’Oscar di Bilancio dal titolo “Il tempo non si ferma”, ci guida tra le sfide della CSRD, le novità dell’Omnibus, la lotta al greenwashing e il ruolo sempre più centrale del CFO come garante di un ecosistema informativo integrato, capace di generare valore e fiducia.
Qual è il ruolo della rendicontazione nell’attuale contesto economico e perché oggi il bilancio non può più limitarsi ai soli numeri?
Nel contesto attuale, caratterizzato da instabilità geopolitica, rapida evoluzione tecnologica e mercati sempre più volatili, la rendicontazione svolge un ruolo centrale e strategico. Come società di revisione siamo tradizionalmente coinvolti nell’Assurance dei bilanci, un ambito che per lungo tempo è stato prevalentemente considerato, dai non esperti, come di attestazione della correttezza dei dati numerici. L’importanza e rilevanza dell’informativa, oltre ai dati numerici, ai fini della attestazione che il bilancio è veritiero e corretto, non è mai stata secondaria, ma punto cardine delle procedure di revisione. La valenza dell’informativa, oggi, è tuttavia ancora più accentuata.
In un mondo che accelera, le regole di rendicontazione ed i principi contabili di riferimento evolvono, come le aspettative degli stakeholder, inclusi le autorità di vigilanza, che diventano sempre più articolate e complesse, la rendicontazione resta un punto fermo. È lo strumento che consente di leggere il presente e guardare al futuro con maggiore consapevolezza. Quanto più il contesto diventa imprevedibile tanto più il linguaggio comune del bilancio si rivela essenziale per orientare le decisioni e costruire fiducia.
Proprio per la sua valenza strategica, non può più essere una semplice fotografia numerica della performance passata, bensì deve essere un sistema informativo complesso che integra elementi quali l’identificazione e la gestione dei rischi, le performance operative chiave e le informazioni ambientali, sociali e di governance.
Il bilancio, dunque, è diventato uno strumento di comunicazione integrata della strategia, della solidità e della reputazione dell’impresa.
Come possono le aziende stare al passo con i cambiamenti continui delle regole e con l’incertezza normativa che ne consegue?
Un disegno completo e consapevole dei processi, insieme a un solido sistema di controlli interni, consente all’impresa di reagire in modo tempestivo ed efficace a tutti i cambiamenti: normativi, tecnologici e di mercato.
L’attuale dibattito sul pacchetto Omnibus, che riscrive le regole del gioco per evitare la sovra regolamentazione introdotta dalla CSRD, può essere un momento proficuo di riflessione collettiva su come riuscire a mantenere l’equilibrio tra la complessità normativa e la necessaria completezza dell’informativa. Perché se c’è un elemento che non muta a prescindere dalle regole è che l’affidabilità del bilancio deve restare granitica.
Da questo punto di vista, le aziende, nonostante la fase di incertezza regolatoria, devono considerare che l’aspettativa dello stakeholder che legge il bilancio rimane invariata: ovvero ricevere una rappresentazione veritiera e corretta della realtà aziendale. Garantire questa affidabilità è oggi una sfida complessa, che richiede multidisciplinarietà, competenze specialistiche e un dialogo continuo tra chi prepara il bilancio e chi lo revisiona.
In quest’ottica, la qualità della governance, nel garantire una raccolta di dati ed informazioni completa ed accurata da tutte le funzioni aziendali e dall’esterno, determina non solo la credibilità della rendicontazione, ma anche la capacità dell’azienda di generare valore e fiducia per tutti i suoi stakeholder.
La CSRD era stata introdotta per far fronte all’eccessiva flessibilità degli standard di rendicontazione ESG internazionali che dava spazio, tra l’altro, a fenomeni di greenwashing. Come leggere questa frenata da parte delle istituzioni UE?
Lo “stop the clock” e l’Omnibus rappresentano un momento di ripensamento rispetto a quello che è stato probabilmente un eccessivo livello di complessità introdotto dalla Direttiva CSRD. È importante però avere in mente da dove nasceva l’esigenza di una Direttiva Europea che regolamentasse la rendicontazione di sostenibilità: il framework e gli standard del GRI prevedevano regole e principi non cogenti e molto flessibili che davano spazio a narrazioni di sostenibilità poco sostanziali. Le centinaia di datapoint definiti dalla CSRD sono state introdotte perché, evidentemente, in alcuni casi si stava aprendo la strada a dichiarazioni non sempre supportate dai fatti. Questo non è ammissibile, perché il bilancio deve essere affidabile. Gli stakeholder devono avere la certezza che la sostenibilità non venga solo dichiarata, ma messa in pratica e non millantata.
La soluzione normativa di reazione alla flessibilità del GRA è stata una richiesta di dettaglio estremo che ha messo in grande difficoltà le società quotate, impegnate in una vera e propria corsa alla raccolta dei dati. Il risultato, spesso, è stato paradossale: relazioni obbligatorie sulla gestione di 300 pagine, ricche di tabelle, poi “riassunte” in un secondo documento sintetico facoltativo, un bilancio di sostenibilità più tradizionale e leggibile, per consentire di capire davvero di cosa si stesse parlando, al di là dell’enorme mole informativa.
Non sappiamo ancora con precisione dove ci porterà questa evoluzione, tuttavia resta un fatto fondamentale: il mondo che evolve sta generando nuovi stakeholder, in particolare le giovani generazioni. Sono investitori che vogliono comprendere se un’azienda opera davvero in modo responsabile e per i quali la sostenibilità è centrale tanto quanto l’affidabilità dei numeri.
Per questo motivo, indipendentemente da quello che sarà l’obbligo dimensionale di redigere un bilancio di sostenibilità secondo la CSRD anziché con standard volontari GRI, chi vorrà restare competitivo dovrà comunque spingersi oltre. Sarà necessario adottare indicatori solidi e credibili, per evitare di essere percepiti come comunicatori “di serie B”. Paradossalmente, questo aspetto è ancora più rilevante per le PMI: sicuramente escluse da obblighi di rendicontazione, dovranno essere comunque in grado di produrre dati e story telling puntuali e supportati della loro azione sostenibile ambientale, sociale e di governance, per rispondere ai questionari e richieste del sistema bancario, degli investitori istituzionali interessati alla entrata nel capitale o naturale sbocco in caso di passaggio generazionale accidentato, e dei grandi clienti che, pur non più obbligati dalla CSRD a controllare in modo esteso la catena di fornitura, vorranno avere informazioni minime che li tranquillizzino nella scelta di fornitori “coerenti al loro disegno di sostenibilità”
Come sta evolvendo la governance per rispondere alle nuove esigenze di rendicontazione integrata?
La crescente necessità, che è poi anche un’opportunità, di misurare le performance sulla sostenibilità aziendale, richiede alle imprese lo sviluppo di un sistema di rendicontazione unitario, nel quale le performance economico-finanziarie possano dialogare in modo coerente con gli impatti ambientali e sociali. Il bilancio diventa così un ecosistema informativo integrato, capace di rappresentare in modo completo la creazione di valore dell’impresa nel tempo.
In questo contesto, uno dei cambiamenti più significativi riguarda il ruolo del Chief Financial Officer. Tradizionalmente custode dei numeri finanziari, il CFO è oggi sempre più chiamato a presidiare tutte le informazioni, quindi anche quelle ESG. La ricerca di Deloitte “Governance e Sustainability Reporting. Il ruolo del CFO” fornisce evidenze concrete di questa trasformazione. Nel campione analizzato la maggioranza delle aziende ha attribuito al CFO la responsabilità del reporting di sostenibilità: il 79% nel settore finanziario e l’81% nel settore non finanziario. Il CFO diventa quindi il garante di un flusso informativo unico, in cui le performance finanziarie si integrano con quelle ESG: i rischi climatici entrano nelle valutazioni strategiche accanto ai rischi di mercato e il capitale umano viene misurato con lo stesso rigore riservato agli asset materiali.
Si tratta di una trasformazione profonda, che ridefinisce sia le competenze richieste sia la visione stessa del reporting aziendale.
In che senso?
Quando milioni di imprese rendicontano in modo chiaro e strutturato sia gli indicatori finanziari sia quelli ESG, si crea un ecosistema informativo diffuso che consente di misurare non solo la performance delle singole aziende, ma anche lo sviluppo economico complessivo. Non è un caso quindi che l’ESMA, l’Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati finanziari, alla quale partecipa anche la CONSOB come autorità nazionale competente per l’Italia, ha richiamato, in vista della chiusura dei bilanci dell’anno, le società quotate a prestare particolare attenzione alla disclosure sulle incertezze di scenario. Si tratta di elementi alla base della capacità delle imprese di creare valore di lungo periodo: riguardano temi quali i dazi, i tassi di cambio, l’energia l’andamento del costo dei fattori produttivi per effetto del più complesso movimento logistico connesso ai conflitti, e, più in generale, i fattori esogeni che incidono sulla comprensione del modello di business e delle prospettive future dell’impresa.
Torniamo a quanto evidenziato precedentemente: una comunicazione trasparente su questi aspetti rafforza la fiducia degli stakeholder, perché consente di valutare quanto l’impresa sia solida, resiliente e capace di affrontare contesti complessi. Per questo motivo la governance deve evolvere. E mentre il CFO fa da regista e centro di integrazione di tutti dati, al contempo le informazioni, per essere realmente utili, devono poggiare su un sistema di controllo adeguato: assetti organizzativi chiari, deleghe e procure definite, processi e procedure strutturati. Solo così è possibile garantire che ogni informazione contenuta nel bilancio, nelle note e nella relazione sulla gestione sia affidabile, verificabile e coerente.
Gli stakeholder hanno però bisogno anche di informazioni comparabili per poter direzionare i capitali. In un contesto come quello attuale è possibile uniformare i bilanci?
Il percorso verso l’uniformazione dei bilanci è in realtà già avviato, ed è guidato in modo sempre più deciso dal Regolatore, non solo in ambito di sostenibilità. Un esempio concreto è rappresentato dall’introduzione, a partire dal 2027, dell’IFRS 18, che segna un passaggio importante in questa direzione.
Storicamente, il framework IFRS è nato sotto il segno della massima flessibilità: il principio cardine è sempre stato quello della prevalenza della sostanza sulla forma, lasciando alle imprese un certo grado di libertà nella predisposizione dell’informativa agli Stakeholder. È un’impostazione diametralmente opposta a quella del Codice civile italiano (artt. 2423, 2424 e 2425) che prevede schemi rigidi e voci standardizzate.
Con l’IFRS 18, a distanza di quasi vent’anni dalla prima adozione degli IFRS nel 2006, si assiste a un ritorno verso una maggiore standardizzazione del bilancio. Si tratta di un modello che introduce schemi e regole più definite anche nella costruzione delle Misure Alternative di Performance (indicatori non direttamente desumibili dal bilancio ma costruiti dalle aziende partendo dal bilancio stesso), con necessità non solo di puntuale riconciliazione, ma di posizionamento all’interno del fascicolo del bilancio in specifico paragrafo che li ricomprenda tutti e ne consenta una facile lettura ed individuazione. A partire dal 2027, tutte le società quotate che redigono il bilancio secondo gli IFRS e, più in generale, tutti i soggetti che adottano tali principi, dovranno seguire criteri strutturali comuni, con l’obiettivo di rafforzare la comparabilità delle informazioni finanziarie.
E in Italia?
Anche l’Italia si sta progressivamente adeguando a questo percorso. L’OIC, l’Organismo Italiano di Contabilità, ha ormai assorbito molte delle logiche di misurazione e rendicontazione tipiche degli IFRS. Con l’introduzione dell’OIC 34, lo scorso anno, si è di fatto adottato l’IFRS 15 anche nel contesto italiano. Inoltre, l’OIC sta lavorando sulla standardizzazione del leasing, un ambito in cui permangono ancora alcune differenze tra chi redige il bilancio secondo i principi contabili italiani e chi applica gli IFRS, ma dove i principi di sostanza economica sono ormai sostanzialmente allineati.
È evidente che continueranno a esistere differenze nelle scelte contabili e nelle opzioni di rendicontazione, legate sia ai diversi framework normativi sia alle specificità delle singole imprese. Tuttavia, proprio in un’ottica di trasparenza, il redattore del bilancio è chiamato a esplicitare in modo chiaro le “accounting choices” adottate da ogni società, consentendo a un lettore, adeguatamente informato, di comprendere se e dove esistano differenze significative.
In questo senso, l’armonizzazione dei bilanci non significa eliminare ogni diversità, ma rendere le differenze leggibili, comparabili e comprensibili, anche in un mondo che, sul piano geopolitico ed economico, procede sempre più per traiettorie complesse e non lineari ed omogenee.
