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Non un passo indietro dell’agenda ESG, ma un’occasione per meglio adeguarsi ai requirement della CSRD, integrando la sostenibilità nei piani aziendali. Le imprese quotate restano pienamente coinvolte, mentre per le altre la sostenibilità diventa sempre più una scelta strategica guidata da mercati, filiere e persone. A confermarlo è Valeria Brambilla, AD di Deloitte & Touche.
Le modifiche introdotte dal pacchetto Omnibus alla Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD) hanno ridotto il numero di imprese soggette agli obblighi di rendicontazione, alimentando il dibattito su un possibile arretramento dell’agenda ESG europea. Ma, secondo Valeria Brambilla, amministratore delegato di Deloitte & Touche, la lettura è più articolata. Non si parla di un vero e proprio arretramento perché la sostenibilità resta un asse strategico per le imprese, soprattutto per quelle quotate, che non hanno fatto alcun passo indietro ma hanno semplicemente evoluto il percorso dalla DNF alla CSRD. Per il resto del tessuto imprenditoriale la revisione normativa concede tempo, senza ridurre le pressioni esercitate da mercati finanziari, filiere produttive e stakeholder.
Il Parlamento europeo ha approvato una significativa riduzione del numero di imprese soggette alla CSRD. Quali effetti produrrà questa scelta sul sistema economico europeo e, in particolare, sul tessuto imprenditoriale italiano?
Le modifiche dell’Omnibus vanno lette con attenzione, perché non impattano in modo uniforme su tutto il sistema. Le imprese quotate, in particolare le grandi, restano pienamente nel perimetro CSRD e continueranno ad affinare il percorso che hanno già avviato, mentre il cambiamento riguarda soprattutto le imprese non quotate di medie dimensioni.
Per queste realtà, l’Omnibus ha effettivamente comportato un rallentamento dei processi avviati per prepararsi a scadenze che erano molto stringenti. Un rallentamento che, dal nostro osservatorio, è tuttavia da leggere in modo positivo, perché ha dato loro il tempo per riflettere con maggiore profondità sull’obiettivo primario della sostenibilità: non la sola compliance, ma l’integrazione dei fattori ESG nella strategia d’impresa. Integrare davvero ambiente, sociale e governance nei modelli organizzativi richiede, infatti, cambiamenti strutturali che difficilmente possono essere completati in un arco di un anno o un anno e mezzo.
I fattori ESG restano quindi un pilastro strategico per il futuro delle imprese, in particolare per quelle europee e italiane, anche perché l’esigenza di sostenibilità non nasce dalla norma, ma dal contesto esterno all’impresa. I finanziatori e gli investitori continueranno infatti a considerare i rating ESG un elemento rilevante nelle loro decisioni, tanto più che il mercato quotato resta pienamente soggetto alla CSRD. Ma accanto al mercato finanziario conta sempre di più il ruolo delle persone. Dipendenti, soprattutto giovani, consumatori e utenti mostrano una sensibilità crescente verso i temi ambientali e sociali e scelgono sempre più spesso aziende coerenti, etiche e sostenibili.
Questo significa che le imprese, anche in assenza di un obbligo immediato, non possono permettersi di arretrare.
La CSRD era stata presentata come una rivoluzione rispetto alla precedente DNF. Alla luce delle modifiche, molti osservatori parlano di un passo indietro. È davvero così?
Parlare di passo indietro rischia di essere fuorviante. La DNF si applicava già obbligatoriamente alle imprese quotate e quelle stesse imprese oggi sono pienamente soggette alla CSRD. Non c’è stata alcuna abolizione né riduzione degli obblighi per il mondo delle quotate, ma solo un’evoluzione del quadro regolatorio.
Il passaggio dalla DNF alla CSRD ha segnato infatti un cambiamento profondo sulle grandi e grandissime imprese. Al di là dell’elevato numero di datapoint, il vero elemento di discontinuità è il principio della doppia materialità, che impone di integrare in modo strutturale la dimensione economico-finanziaria con quella ambientale e sociale, superando la tradizionale separazione tra reporting finanziario e sostenibilità.
Questo ha avuto un impatto organizzativo rilevante. La rendicontazione CSRD confluisce sotto la responsabilità del dirigente preposto e del CFO, introducendo un maggiore rigore e obbligando le imprese a ripensare processi interni, flussi informativi e assetti di governance. Molte grandi imprese e istituzioni finanziarie hanno colto questa trasformazione come un’occasione per rivedere l’organizzazione nel suo complesso, andando ben oltre l’adempimento normativo e integrando i processi di misurazione e rendicontazione non più attraverso due strutture parallele, quella della sostenibilità e quella della misurazione finanziaria che sono invece strettamente interrelate.
Le aziende che hanno già iniziato ad applicare la CSRD riconoscono che il processo può diventare un’opportunità strategica per rafforzare competitività, trasparenza e accesso ai mercati internazionali o prevale ancora una lettura della normativa come onere burocratico?
La CSRD è stata implementata innanzitutto da chi era obbligato, quindi principalmente dalle imprese quotate. Stando ai risultati di una nostra indagine che ha analizzato le 85 società quotate all’Euronext di Milano, nel primo anno è prevalsa inevitabilmente una lettura orientata alla compliance, anche perché si tratta di una normativa complessa e impegnativa, persino per organizzazioni di grandi dimensioni. Nella prima fase abbiamo colto una maggiore difficoltà ad arrivare a una sintesi di tipo quantitativo sugli effetti della doppia materialità, rispetto a una prima descrizione qualitativa.
Allo stesso tempo, però, si sta già osservando un’evoluzione nell’approccio. Le imprese che hanno affrontato il percorso iniziano a riconoscerne il valore strategico, soprattutto in termini di maggiore trasparenza, integrazione dei dati e credibilità nei confronti di investitori e mercati internazionali. La CSRD obbliga infatti a rendere esplicite scelte, investimenti e risultati, rafforzando la qualità del dialogo con il mercato finanziario
Anche le imprese non obbligate non hanno smesso di rendicontare. Molte continuano a utilizzare standard volontari riconosciuti a livello internazionale, come il GRI, o stanno analizzando i contenuti della CSRD per adeguare progressivamente le proprie rendicontazioni.
La rendicontazione, infatti, deve testimoniare azioni concrete e programmi di lungo periodo. Temi come la riduzione delle emissioni, la parità di genere o l’equità retributiva sono ormai entrati stabilmente nelle strategie aziendali, non per obbligo normativo ma perché riconosciuti come fattori di competitività. Operare e produrre in modo sostenibile resta dunque un elemento distintivo del modello europeo rispetto ad altri sistemi economici, e la CSRD, pur con le sue complessità, sta contribuendo a rafforzare questa direzione.
Quali novità stanno emergendo per le grandi aziende nel secondo anno di rendicontazione secondo la CSRD?
Si osserva una crescente attenzione verso una maggiore standardizzazione e razionalizzazione della documentazione prodotta. Nel primo anno di applicazione è emersa una forte eterogeneità nei report, evidente anche dalle notevoli differenze in termini di lunghezza: si va da documenti di circa 50 pagine fino a oltre 380.
Il report CSRD è, e rimarrà, un documento di natura tecnica, pensato per un pubblico con competenze specifiche e interessato a un’analisi approfondita, come analisti e autorità di vigilanza. Le aziende che lo riterranno opportuno potranno affiancare a questo documento un bilancio di sostenibilità più sintetico e divulgativo, pensato per coinvolgere anche quegli stakeholder che adottano un approccio meno tecnico.
Questo vale ovviamente anche per le aziende non soggette ad obbligo, che possono scegliere di redigere un report di sostenibilità per comunicare le iniziative e performance in ambito ESG ai propri stakeholder (tra cui anche banche e istituti di credito). Questo può favorire il rafforzamento del posizionamento delle aziende, garantendo in primo luogo benefici strategici e finanziari, garantendo tra gli altri aspetti anche un più efficace accesso al credito ed una tempestiva risposta di richieste di dati ESG da intermediari finanziari. In secondo luogo, benefici operativi, grazie al miglioramento della trasparenza della catena di approvvigionamento e ad una riduzione dei rischi. Infine, i benefici sono anche reputazionali e di mercato, in un mondo in cui la sostenibilità è sempre più elemento attenzionato dai consumatori, soprattutto quelli più giovani.
Accanto alle grandi imprese che continueranno a seguire i dettami della CSRD, ritiene che il modello VSME diventerà lo standard maggiormente seguito?
Il modello VSME è estremamente semplice, quindi rappresenta sicuramente un buon punto di partenza per le imprese che finora non avevano intrapreso alcun percorso di misurazione, che non significa che non disponesse già di pratiche sostenibili. Per esempio, molte aziende già prestano attenzione ai consumi interni, ma spesso non li misurano formalmente, soprattutto se di dimensioni più ridotte e meno strutturate. In questo senso, il VSME offre un primo indicatore chiaro e accessibile.
C’è però da dire che vi sono anche imprese più strutturate che avevano già implementato strumenti più complessi e riconosciuti a livello internazionale, come il già citato Global Reporting Initiative. Di fatto quindi, chi ha già intrapreso percorsi di misurazione potrebbe continuare a seguirli, in attesa di ulteriori evoluzioni normative.
Qualunque sia il background dell’azienda, in ogni caso il VSME rappresenta un valido strumento introduttivo, soprattutto per le aziende di piccole dimensioni, e contribuisce a rafforzare la sensibilità verso la sostenibilità dell’intero sistema economico europeo.
