Brambilla Deloitte

intervista

Brambilla (Deloitte): il ruolo del revisore ai tempi della CSRD 

La nuova prospettiva introdotta dalla CSRD, che prevede l’integrazione della rendicontazione di sostenibilità con quella finanziaria, non rappresenta solo una trasformazione significativa per le aziende, ma richiede anche un nuovo approccio da parte delle società di revisione e di consulenza contabile. Nonostante l’approvazione del pacchetto Omnibus abbia ridotto l’ampiezza della sua obbligatorietà, la Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD) ha, infatti, segnato un cambio di paradigma profondo nel modo in cui le imprese europee raccontano, e soprattutto governano, la propria attività. Non si tratta più di aggiungere un capitolo ESG alla fine del bilancio, né di adempiere a un obbligo formale di trasparenza. Bensì di introdurre una logica diversa che prevede l’integrazione sostanziale tra informazioni economico-finanziarie e dati ambientali e sociali, costringendo le aziende a ripensare processi, responsabilità interne, sistemi informativi e modelli decisionali.

In questo nuovo scenario, anche il ruolo dei revisori e degli advisor si trasforma. La sostenibilità diventa parte della struttura portante dell’impresa, un elemento che attraversa strategia industriale, investimenti, supply chain e governance, e che deve essere rendicontato con lo stesso livello di rigore, coerenza e verificabilità dei numeri di bilancio. La sfida non è solo tecnica o regolatoria, ma culturale e organizzativa.

Valeria Brambilla, Amministratore Delegato Deloitte & Touche, la società di revisione e organizzazione contabile del network Deloitte, racconta come il gruppo abbia anticipato l’impatto della CSRD investendo in competenze e integrazione dei team, superando la storica separazione tra revisione contabile e sostenibilità. Un percorso che riflette ciò che oggi viene richiesto alle imprese: coerenza tra dichiarazioni e scelte industriali, standardizzazione delle informazioni e capacità di trasformare la compliance in leva di efficienza e valore. Guardando al 2026, tra l’ingresso delle aziende “Wave 2” nel perimetro della direttiva e l’evoluzione dei principi, l’ESG si conferma uno dei principali banchi di prova per la maturità del sistema industriale italiano.

Alla luce della revisione della CSRD, come cambia l’approccio di una grande società di revisione contabile come Deloitte & Touche nell’accompagnare le imprese in un contesto regolatorio in continua evoluzione?

Come grande gruppo che accompagna le aziende nei propri percorsi di rendicontazione abbiamo iniziato ad adeguare la nostra organizzazione e il nostro approccio ben prima dell’entrata in vigore della CSRD. Circa due anni fa, consapevoli dei cambiamenti normativi in fase di definizione, abbiamo fatto un investimento molto significativo sulla formazione delle persone, accelerando in modo deciso un percorso iniziato da tempo. Era necessario preparare i nostri professionisti sia ad accompagnare le imprese nella nuova rendicontazione sia a svolgere il ruolo di revisori e assurance provider anche sulle tematiche ambientali, sociali e di governance.

Conclusa questa prima fase, il vero passaggio distintivo è stato organizzativo. Prima della CSRD, la revisione dei dati di sostenibilità e quella dei dati economico-finanziari erano gestite da team separati. Con l’arrivo della CSRD abbiamo integrato il processo sotto un’unica responsabilità e un unico gruppo di lavoro, in cui convivono competenze ambientali, sociali e contabili. È esattamente la filosofia della direttiva: i documenti devono “parlarsi” e rappresentare in modo coerente le stesse variabili aziendali.

Perché l’integrazione tra sostenibilità e bilancio è così centrale?

Perché le scelte industriali e di investimento hanno effetti trasversali. Se un’azienda dichiara nel report di sostenibilità di voler ridurre le emissioni attraverso nuovi investimenti, quegli stessi investimenti devono essere coerentemente rappresentati nella rendicontazione di sostenibilità e nella disclosure finanziaria. La coerenza e la consistenza dei documenti sono fondamentali, ed è ciò che anche il regolatore si aspetta.

L’integrazione porta benefici concreti: per le imprese significa avere un unico interlocutore e una maggiore efficienza operativa, per il mercato e le autorità, significa una rendicontazione più solida e affidabile.

Quanto pesa oggi la sostenibilità nel vostro business?

È difficile isolarla come voce autonoma. La sostenibilità è ormai completamente integrata nel nostro lavoro. Nei primi anni di implementazione, l’impatto è stato naturalmente più rilevante perché tutte le imprese dovevano adeguarsi quindi il carico di lavoro per impostare le nuove procedure è stato superiore. 

Il punto però non è solo quantitativo. La CSRD ha avuto un effetto molto più ampio: ha spinto le imprese a interrogarsi sulla propria organizzazione, sui processi, sulla catena di fornitura. E noi per primi come azienda l’abbiamo vissuta integrandola nella nostra organizzazione per poi trasferire questo know-how anche ai clienti. Quando si parla di ESG, si parla dell’intera azienda, non di un singolo processo. Ed è lì che si genera un volano importante, anche per servizi integrati di consulenza.

In che modo la CSRD attiva questo “volano” per le imprese?

Pensiamo, per esempio, agli obiettivi di neutralità climatica. Non si raggiungono con un singolo investimento. Le aziende devono ripensare tecnologia, organizzazione, procurement, supply chain. Devono misurare i propri fornitori, dialogare con il sistema finanziario, rispondere a nuove richieste delle banche.

Questo porta a una trasformazione più profonda, che va oltre la compliance. Come gruppo riusciamo ad affiancare le aziende nei loro processi di crescita e di cambiamento organizzativo e strategico per raggiungere gli obiettivi di sostenibilità che si sono poste.

Le tematiche ESG, insieme a tecnologia e intelligenza artificiale, sono le grandi variabili con cui oggi, le imprese che vogliono mantenere un elevato livello di competitività, non possono non confrontarsi.

Guardando al 2026, quali saranno le vostre priorità sull’ESG?

Nell’anno in corso, per le imprese quotate continueremo il percorso avviato, con un focus sempre maggiore su standardizzazione e razionalizzazione. Ci sono state recenti modifiche ai principi e il nostro obiettivo è essere non dei semplici attestatori, ma portare valore al mercato, facilitando il dialogo e accompagnando le imprese verso una rendicontazione più matura e comparabile

In quest’ottica avete già attivato anche momenti di confronto tra imprese?

Sì, abbiamo creato veri e propri tavoli di lavoro settoriali. Siamo partiti dagli istituti finanziari, poi dal farmaceutico e stiamo lavorando su altri settori come, per esempio, il food e il pharma. L’incorporazione della sostenibilità nella strategia presenta specificità fortemente settoriali e il confronto tra pari è fondamentale.

Ma non solo, anche il mondo accademico ha un importante ruolo nel dialogo tra imprese. Il nostro ruolo è mettere a disposizione la nostra conoscenza tecnica, facilitare il dialogo e contribuire in modo propositivo, anche verso le istituzioni.

Se pensiamo alle imprese non quotate, quali saranno le principali novità nel 2026?

Il 2026 sarà l’anno delle cosiddette Wave 2 ossia il momento in cui grandi imprese non quotate entreranno nel perimetro CSRD. In questa fase potremo mettere a frutto l’esperienza maturata con le imprese quotate e questo ci permetterà di accompagnarle con maggiore consapevolezza.

Per le imprese più piccole, il focus sarà diverso. Il nostro compito sarà quello di aiutarle in modo semplice, concreto e pragmatico a misurare i primi KPI rilevanti, in linea con gli standard VSME, partendo da ciò che è davvero utile per il mondo economico e finanziario. L’Italia è fatta di grandi gruppi ma anche di una vastissima platea di PMI e le esigenze vanno affrontate in modo differenziato.

In questa fase di cambiamento, quanto conta il tema culturale?

È molto importante. Abbiamo investito in modo rilevante non solo in formazione, ma anche in cultura organizzativa. Oggi, in un’organizzazione come la nostra, con oltre 3.300 professionisti, non c’è nessuno che non abbia almeno le basi dell’ESG. I soci sono preparati e in grado di dialogare con le imprese nel modo che oggi è davvero utile.

È questo, alla fine, il valore che possiamo portare: competenza tecnica, visione integrata e capacità di accompagnare le aziende in una trasformazione che non è più opzionale.

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