Per Enrico Giovannini (ASviS), la sostenibilità è una leva di competitività, che ancora troppo spesso è percepita come un costo. Mentre la transizione digitale è vista come un’opportunità, quella green incontra maggiori resistenze nonostante i dati dimostrino benefici concreti per crescita, investimenti e produttività delle imprese.
Mentre crisi geopolitiche, cambiamento climatico, instabilità economica e tensioni sociali rafforzano la rilevanza strategica della sostenibilità, il dibattito pubblico appare sempre più polarizzato e persino l’Europa ha scelto di rallentare su alcuni dei principali strumenti normativi ESG.
Eppure i numeri raccontano una storia diversa. Le imprese che investono in sostenibilità crescono di più, attraggono maggiori investimenti e rafforzano la propria competitività. La vera sfida, dunque, non sembra essere la sostenibilità in sé, ma la capacità di comprenderne il valore.
A confrontarsi su questi temi, nel corso del panel “Oltre la compliance: il ruolo della sostenibilità nell’era della policrisi” tenutosi a Milano in occasione della presentazione del Piano di sostenibilità di Alkemy, sono stati Enrico Giovannini, co-fondatore e direttore scientifico di ASviS, e Zornitza Kratchmarova, ESG & Sustainability Director di Alkemy Group.
La sostenibilità è diventata un tema divisivo. Quale ruolo può giocare nell’attuale era della policrisi?
Se guardiamo ai rapporti del World Economic Forum sui rischi globali, emerge un quadro molto chiaro. Nel rapporto pubblicato a gennaio, prima dell’escalation in Medio Oriente, al primo posto tra i rischi a breve termine figuravano gli scontri geoeconomici e geopolitici; seguivano disinformazione, polarizzazione sociale, eventi climatici estremi e conflitti tra Stati. Se però allarghiamo l’orizzonte a dieci anni, le prime tre posizioni sono occupate da rischi direttamente collegati ai temi ESG, come eventi climatici estremi, perdita di biodiversità e alterazione dei sistemi naturali della Terra. Sono tutti fattori sì di crisi, ma anche aree di opportunità.
C’è poi un altro dato interessante. Un rapporto del World Economic Forum sui costi dell’inazione climatica ha evidenziato che i CEO delle principali imprese mondiali comprendono perfettamente i rischi che il cambiamento climatico rappresenta per il proprio settore. Quando però viene chiesto se la loro singola azienda sarà colpita, emerge un forte bias cognitivo: il problema sembra sempre riguardare qualcun altro. Questa è una dinamica molto diffusa anche in Italia. Basti pensare ai blackout che, in questi giorni, hanno colpito Milano a causa delle temperature elevate e dell’aumento dei consumi energetici, anche in questo caso il problema viene spesso percepito come qualcosa che riguarda altri, quando in realtà coinvolge cittadini e imprese.
In questo quadro complesso c’è però una buona notizia ed è che la sostenibilità continua a essere fortemente desiderata dalla società italiana. Il 90% di studenti e famiglie considera l’Agenda 2030 importante o molto importante; nella business community la percentuale supera l’80%. Inoltre stiamo assistendo a un riequilibrio tra sostenibilità ambientale e sociale, anche perché le disuguaglianze stanno crescendo rapidamente. Tuttavia la domanda di una transizione sostenibile resta forte. Il problema nasce quando entrano in gioco interessi che continuano a descrivere la sostenibilità come un costo. I dati raccontano invece altro: la sostenibilità è un investimento che genera competitività e produttività.
I numeri confermano davvero il vantaggio competitivo della sostenibilità?
Sì. I dati Istat sulle imprese manifatturiere italiane mostrano un differenziale di crescita pari a circa il 16% tra le aziende che investono in sostenibilità e quelle che non lo fanno. Tra l’altro è importante sottolineare che l’analisi prende in considerazione gli investimenti effettuati tra il 2016 e il 2018 e ne misura gli effetti nel triennio successivo. Questo significa che i ritorni arrivano in tempi relativamente brevi, non dopo cinque o dieci anni, ma in un orizzonte compatibile con le esigenze delle imprese. È un elemento fondamentale per comprendere che la sostenibilità non rappresenta un sacrificio economico, bensì una leva di crescita.
Ci sono settori che beneficiano più di altri dagli investimenti ESG?
Le analisi Istat mostrano che i maggiori benefici si registrano nei comparti più vicini al consumatore finale quali alimentare, bevande, tessile, abbigliamento, farmaceutico e chimico. In questi casi l’impatto positivo risulta superiore rispetto a quanto osservato in settori più orientati al B2B, come la meccanica.
Molto interessante è anche il lavoro del Centro Studi Tagliacarne sul periodo 2017-2024, che evidenzia come il fenomeno riguardi non solo le grandi imprese ma anche le PMI. Le aziende con un profilo ESG elevato hanno registrato una crescita dei ricavi del 65%, contro il 55% delle imprese con profilo ESG basso. Sul fronte occupazionale il differenziale è più contenuto (40% vs. 28%), ma sugli investimenti è molto significativo, con +49% per le imprese high ESG contro +27% per quelle low ESG.
Un aspetto particolarmente interessante riguarda l’impegno. I maggiori benefici non derivano da interventi isolati, ma da un approccio integrato che coinvolge l’intera organizzazione. Il differenziale di crescita del 16% si registra infatti nelle imprese che adottano un modello di sostenibilità avanzato e onnicomprensivo, capace di permeare tutti i processi produttivi e l’intera filiera. Per le aziende con un profilo ESG intermedio, invece, il vantaggio si riduce a circa il 5%.
Lo stesso principio vale sia per le grandi imprese sia per le PMI, comprese le realtà familiari, dove i risultati migliori si osservano quando la sostenibilità viene affidata a una governance manageriale strutturata e si traduce in una revisione complessiva dei processi e della catena del valore.
Nonostante i dati sembrino premiare le imprese più sostenibili, l’Europa ha recentemente rallentato il percorso avviato con il Green Deal. Come interpreta questo passo indietro sulla CSRD e sulla CSDDD?
Lo considero un grave errore. Questo non significa che le direttive non avessero bisogno di essere semplificate. La Commissione europea, nella fase di costruzione della CSRD e degli altri provvedimenti, ha probabilmente recepito sistemi di reporting eccessivamente complessi, che molte imprese faticavano a gestire. La semplificazione era quindi necessaria. Il problema è che il pendolo si è spostato troppo. Invece di ridurre il numero dei datapoint richiesti, si è deciso di restringere drasticamente il perimetro di applicazione delle norme, innalzando significativamente le soglie dimensionali. È un errore che la stessa Banca Centrale Europea ha criticato apertamente.
Innanzitutto perché queste regole stavano finalmente creando condizioni di concorrenza più eque, imponendo standard analoghi anche alle imprese extraeuropee che operano sul mercato europeo. In secondo luogo perché si rallenta la spinta delle imprese verso la sostenibilità, che abbiamo visto essere un fattore di competitività. Ed è proprio di competitività che l’Europa ha bisogno.
Infine, la BCE ha ricordato che il sistema finanziario continuerà comunque a richiedere queste informazioni. Le banche, infatti, hanno bisogno di valutare i rischi legati alla sostenibilità, perché finanziare attività non sostenibili significa aumentare i rischi finanziari futuri.
Lei sostiene che il vero ostacolo alla transizione sia l’idea, ancora molto diffusa, che la sostenibilità rappresenti un costo. Come si spiega questa percezione, nonostante le evidenze economiche sembrino raccontare una storia diversa?
Prendiamo il tema energetico. Grazie agli sviluppi tecnologici, il cosiddetto trilemma dell’energia può essere affrontato in modo molto diverso rispetto al passato. Investire nelle fonti rinnovabili significa ridurre la dipendenza strategica dall’estero, contenere i costi energetici e, allo stesso tempo, aumentare produttività e competitività.
Vale allora la pena osservare un apparente paradosso. Le due grandi transizioni che stanno ridisegnando l’economia, quella digitale e quella ecologica, presentano molte caratteristiche comuni: richiedono investimenti significativi, comportano trasformazioni profonde dei modelli produttivi e possono avere impatti sul mercato del lavoro. Eppure vengono percepite in modo molto diverso. La transizione ecologica viene spesso descritta come un percorso oneroso e pieno di rischi, mentre quella digitale è generalmente considerata un fattore di progresso e competitività.
Una possibile spiegazione è che la transizione energetica mette in discussione equilibri economici consolidati e interessi costruiti attorno alle fonti fossili, mentre nella trasformazione digitale molti degli attori dominanti hanno tutto l’interesse a favorire e accelerare il cambiamento. Per questo è fondamentale aiutare imprese e cittadini a leggere correttamente i dati e a compiere scelte lungimiranti. Le decisioni strategiche non dovrebbero essere guidate dalle narrazioni del momento, ma da una valutazione concreta dei costi dell’inazione e delle opportunità offerte dalla transizione.
Energia, rinnovabili e nucleare: l’Italia sta costruendo una strategia di lungo periodo?
Lo scostamento di bilancio autorizzato dalla Commissione europea per sostenere la transizione energetica rappresenta certamente una buona notizia, purché le risorse vengano effettivamente utilizzate per accelerare la transizione e non per liberare fondi da destinare ad altre finalità. L’Italia continua infatti a sostenere con oltre 20 miliardi di euro all’anno attività legate alle fonti fossili. È una contraddizione che andrebbe affrontata con maggiore coerenza.
Sul nucleare, invece, occorre distinguere. Investire nella ricerca sulla fusione è assolutamente positivo, perché potrebbe rappresentare una soluzione di lungo periodo. Diverso è il discorso sul cosiddetto nucleare di nuova generazione. Non esistono ancora applicazioni commerciali mature e non abbiamo elementi sufficienti per considerarlo una risposta ai problemi energetici nel breve periodo. Il rischio è che il dibattito sul nucleare si trasformi in un’arma di distrazione di massa, rallentando l’adozione delle soluzioni già disponibili e competitive, come eolico, fotovoltaico e idroelettrico, insieme agli investimenti nelle tecnologie di accumulo.
Ci sono poi due questioni istituzionali che ritengo decisive. La prima riguarda la governance. La transizione energetica dovrebbe essere considerata una questione di sicurezza nazionale, superando i veti e le frammentazioni che derivano dall’attuale distribuzione delle competenze tra Stato e Regioni.
La seconda riguarda la dimensione europea. Serve una vera Unione dell’Energia, capace di valorizzare le specializzazioni dei singoli Paesi e di rafforzare gli scambi energetici all’interno del mercato unico. Se alcuni Stati dispongono di una maggiore capacità produttiva in determinati ambiti, mentre altri possono sviluppare con maggiore efficacia rinnovabili come eolico, idroelettrico e fotovoltaico, la risposta più efficiente è mettere a sistema queste complementarità. È una delle condizioni indispensabili per rafforzare la sicurezza energetica europea e accelerare la transizione.
Lei fa parte del gruppo di esperti ONU chiamato a definire nuovi indicatori di benessere oltre il PIL. A che punto è questo lavoro?
In realtà il lavoro si è già concluso. Il gruppo ha iniziato le attività nel maggio dello scorso anno e ha recentemente presentato i risultati all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. La proposta elaborata introduce una misura denominata “Benessere Equo, Inclusivo e Sostenibile”, concettualmente molto vicina al BES sviluppato in Italia quando ero presidente dell’Istat.
Il punto fondamentale è che il PIL, da solo, non è sufficiente a descrivere il progresso di una società. Le nostre analisi mostrano che gli Stati Uniti registrano una crescita del PIL reale superiore a quella dell’Unione Europea. Tuttavia, quando si amplia la prospettiva e si considerano dimensioni come istruzione, salute, qualità del lavoro e, più in generale, il benessere attuale delle persone, emerge un quadro diverso: l’Unione Europea ottiene risultati significativamente migliori. Se poi si considera anche la dimensione del benessere equo e sostenibile, il vantaggio europeo in termini di equità rimane evidente, ma il divario complessivo si riduce. Questo perché la maggiore crescita economica degli Stati Uniti consente di generare più risorse da destinare agli investimenti e allo sviluppo futuro. In altre parole, mentre l’Europa eccelle nelle dimensioni del benessere presente e dell’equità, gli Stati Uniti mostrano una maggiore capacità di accumulare risorse per sostenere il benessere delle generazioni future.
Questo ci insegna che non esiste una contrapposizione tra crescita e sostenibilità. Dobbiamo adottare una visione più ampia dello sviluppo, senza cadere nell’idea della decrescita felice. La crescita economica resta importante perché produce capitale da investire nelle transizioni sociali e ambientali. In questo senso condivido pienamente una delle intuizioni centrali del Rapporto Draghi: la competitività non è il fine, ma uno strumento. Il fine è quello indicato dai Trattati europei, promuovere la pace, il benessere e i valori dei cittadini europei. La competitività è uno strumento per raggiungere questo obiettivo, non il contrario. E tanto meglio se gli investimenti in sostenibilità consentono di rafforzare contemporaneamente crescita economica, coesione sociale e tutela dell’ambiente.
