Mentre i negoziati preparatori per la prossima Conferenza delle Parti (COP), prevista in Brasile a novembre 2025, si arenano ancora una volta su divisioni procedurali e mancanza di consenso persino sull’ordine del giorno, il quadro globale resta immobile. I Paesi industrializzati, pur avendo accettato obiettivi ambiziosi sul finanziamento climatico, non stanno rispettando gli impegni. I 100 miliardi di dollari annui promessi oltre un decennio fa sono stati raggiunti solo nominalmente e il nuovo obiettivo di 300 miliardi entro il 2035, definito durante la COP29, rischia di rimanere un altro esercizio di retorica. Il cuore del problema è duplice: da un lato, la crisi del debito finanziario che affligge il Sud globale; dall’altro, un debito ecologico storicamente accumulato dai Paesi ricchi nei confronti di quelli poveri. Due emergenze distinte, ma inestricabilmente connesse.
A cercare di fare il punto sulla situazione attuale è la recente indagine dell’Agenzia Cattolica per lo Sviluppo d’Oltremare (CAFOD) e il Jesuit Justice and Ecology Network Africa (JENA), con il contributo scientifico di Deloitte, riassunta nel documento “Bridging the North-South Divide: A Shared Responsibility for Economic and Ecological Justice“ .
Indice
Il peso schiacciante del debito finanziario
Il debito pubblico dei Paesi in via di sviluppo, esclusa la Cina, evidenzia lo studio di Deloitte, è cresciuto del 133% dal 2010, arrivando a oltre 15 trilioni di dollari nel 2024; contemporaneamente il loro rapporto debito/PIL è aumentato dal 39% al 56%. Questo ha portato a una situazione attuale nella quale 28 economie in via di sviluppo, che ospitano il 16% della popolazione globale, sono intrappolate in una spirale del debito, con 11 che hanno già dichiarato default dal 2020 a causa di gravi difficoltà fiscali.
Il report evidenzia anche che le risorse pubbliche vengono assorbite dal pagamento degli interessi, tanto che oltre 3 miliardi di persone vivono in Paesi che spendono più per il debito che per la sanità o l’istruzione. Il sistema attuale costringe infatti molti governi a scegliere tra la stabilità fiscale e l’investimento nel benessere sociale o nella resilienza climatica, rendendo impossibile finanziare politiche pubbliche di lungo periodo. L’allocazione diseguale dei Diritti Speciali di Prelievo (DSP) del FMI ha aggravato la disparità: nel 2024, i Paesi sviluppati detenevano oltre il 240% dei DSP rispetto a quelli in via di sviluppo.
Nel frattempo, almeno 47 economie emergenti non possono investire nell’adattamento climatico senza rischiare il default, e 34 Paesi africani avranno bisogno di una riduzione significativa del debito per rispettare gli obiettivi dell’Agenda 2030 e dell’Accordo di Parigi. Questa situazione è aggravata dall’impatto sproporzionato del cambiamento climatico sui Paesi in via di sviluppo, che sono spesso più vulnerabili a eventi meteorologici estremi come siccità, inondazioni e uragani. Mancando di risorse sufficienti per l’adattamento climatico, queste nazioni subiscono danni economici e sociali più gravi, limitando ulteriormente la loro capacità di investire in resilienza e ripresa.
Il panorama geopolitico in evoluzione aggrava ulteriormente i rischi di default, poiché conflitti militari, nuove dispute commerciali e l’aumento dei dazi minacciano di intensificare la pressione finanziaria sulle economie più vulnerabili. Non da ultimo la corsa alla supremazia tecnologica sfida ulteriormente questi Paesi, che faticano ad adattarsi a un’economia digitale prevalentemente plasmata da corporazioni con sede nel Nord globale, esacerbando la loro sovranità economica e le tensioni finanziarie.
Per cercare di far fronte a questa pressione crescente, molti Paesi ricorrono allo sfruttamento intensivo delle proprie risorse naturali per ottenere entrate rapide, accentuando così il degrado ambientale e la dipendenza dalle esportazioni di materie prime.
Il credito ecologico: una giustizia ancora negata
Il debito ecologico rappresenta, invece, la responsabilità storica e strutturale delle economie avanzate nei confronti dei Paesi in via di sviluppo per gli impatti ambientali generati dal proprio modello di crescita. Nonostante il contributo marginale del Sud globale alle cause del cambiamento climatico, è proprio qui che si registrano infatti le conseguenze più gravi: solo nel 2023, oltre 20 milioni di sfollamenti sono stati legati alle condizioni meteorologiche, di cui più del 70% si è verificato nei Paesi in via di sviluppo (esclusa la Cina), e si stima che ben 216 milioni di persone potrebbero essere migranti climatici entro il 2050.
Le economie ricche, responsabili del 46% delle emissioni storiche di CO₂, insieme ai Paesi a reddito medio-alto (35%), hanno determinato circa il 70% delle emissioni cumulative dal 1850 al 2023, con danni globali che potrebbero raggiungere i 139 trilioni di dollari entro il 2035. Tuttavia, meno del 10% dei 115,9 miliardi di dollari mobilitati nel 2022 in finanziamenti climatici è stato destinato ai Paesi a basso reddito.
Questo squilibrio si estende anche al consumo delle risorse naturali: i Paesi ad alto reddito, che costituiscono solo il 16% della popolazione mondiale, sono responsabili del 74% dell’uso eccessivo globale di materiali, consumando sei volte più risorse e generando dieci volte l’impatto ambientale rispetto ai Paesi più poveri.
La transizione verde e digitale, pur dichiarando obiettivi di sostenibilità, rischia di replicare vecchie dinamiche di sfruttamento. Il crescente fabbisogno di materie prime critiche sta infatti alimentando nuove pressioni estrattive nei territori del Sud globale, spesso privi di adeguate tutele sociali e ambientali. Le previsioni parlano chiaro: l’industria globale dei semiconduttori potrebbe arrivare a 1 trilione di dollari entro il 2030, mentre il mercato globale delle tecnologie energetiche pulite supererà i 2 trilioni di dollari entro il 2035. Questo porterà a una inevitabile crescita della domanda di minerali chiave per la transizione energetica, tra i quali anche il litio che potrebbe aumentare di sei volte entro il 2050.
Tuttavia, senza la capacità manifatturiera autonoma, i Paesi del Sud produttori di risorse restano confinati al ruolo di fornitori primari, subendo ricadute sociali e ambientali. Tra il 2019 e il 2021, il 67% dei Paesi in via di sviluppo era, infatti, dipendente dalle materie prime, rispetto al solo 12% dei Paesi industrializzati. Tale dipendenza ostacola la crescita del capitale umano (nel 2021, 29 su 32 Paesi con scarsi risultati nell’Indice di Sviluppo Umano dipendevano dalle materie prime, con queste ultime che rappresentavano l’82% delle loro esportazioni) e aggrava il degrado ecologico, dato che il 90% della perdita di biodiversità terrestre e dello stress idrico globale è legato all’estrazione e alla prima lavorazione delle risorse.
L’indagine ha evidenziato, infine, che 21 dei 37 acquiferi più grandi del mondo si stanno esaurendo più velocemente di quanto possano ricaricarsi, e oltre 2 miliardi di persone vivono in Paesi che sperimentano stress idrico. Dati significativi che hanno visto i Paesi del Nord attuare politiche per ridurre il prelievo pro capite di acqua ma, nonostante una riduzione pari al 24%, i Paesi ad alto reddito consumano ancora 2,6 volte più acqua pro capite rispetto alle nazioni a basso reddito.
COP 30 occasione da non perdere per sanare il debito ecologico
Il risultato è quindi che mentre il debito finanziario prosciuga le risorse economiche del Sud, quello ecologico ne compromette il diritto alla sopravvivenza. Deloitte ha quindi evidenziato che, senza un’azione globale coordinata che affronti queste emergenze interconnesse, c’è un rischio crescente che le disparità esistenti si allarghino ulteriormente, radicando cicli di crisi economica e degrado ambientale.
Queste conclusioni confermano quanto già affermato da Papa Francesco nella Bolla di Indizione del Giubileo 2025, dove ha ribadito che i Paesi in via di sviluppo vantano un credito ecologico nei confronti delle economie industrializzate, maturato a causa dei danni ambientali subiti per decenni. Un credito che dovrebbe almeno in parte compensare il peso insostenibile del debito finanziario che ancora oggi li opprime.
Sin dal Giubileo del 2000, e con una forza rinnovata in questo Giubileo della Speranza, la richiesta di condono del debito dei Paesi più poveri è stata avanzata dalla Chiesa non come semplice espressione di solidarietà, ma come un atto di giustizia. Una giustizia fondata sulla consapevolezza di squilibri strutturali e rapporti economici profondamente asimmetrici tra Nord e Sud del mondo.
La prossima COP rappresenta dunque l’ennesima occasione per affrontare questa doppia emergenza. Tuttavia, i segnali che arrivano dai tavoli preparatori non lasciano ben sperare. Il rischio è che il dibattito resti confinato a buoni propositi, con le promesse di finanziamento ferme a un livello puramente teorico mentre le disuguaglianze diventano sempre più marcate.
