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Opinione

Minerali critici e stress idrico: le sfide nascoste della transizione energetica

L’estrazione dei minerali critici fondamentali per la transizione energetica (rame, litio, nichel, cobalto) richiede ingenti quantità di acqua, che viene impiegata in diverse fasi e svolge molteplici funzioni lungo l’intero processo di estrazione e lavorazione. Nel tentativo di decarbonizzare le nostre economie, stiamo mobilitando un settore minerario la cui impronta idrica rischia di aumentare ulteriormente la pressione sulle risorse idriche.

Questa pressione è particolarmente preoccupante poiché una quota significativa dei siti di produzione di minerali critici (circa il 16%) si trova in regioni già esposte a elevato stress idrico, come Cile, Perù o Australia. In queste zone aride, la competizione tra usi industriali, agricoli e domestici diventa particolarmente intensa, aumentando le tensioni socio-ambientali e incidendo direttamente sulle comunità locali che dipendono dall’acqua per il proprio sostentamento. Questo contrasto rappresenta una delle sfide principali e ancora sottovalutate della transizione energetica.

Le esigenze di elettrificazione, amplificate dal recente sviluppo dell’intelligenza artificiale e dalla rapida espansione dei data center, aumenteranno ulteriormente la pressione sulla domanda di minerali critici e, di conseguenza, sulle risorse necessarie per la loro estrazione. Secondo gli scenari dell’Agenzia internazionale dell’Energia, il raggiungimento della neutralità carbonica a livello globale richiederà un quadruplicarsi dell’offerta di minerali entro il 2040, con la sola domanda di litio destinata ad aumentare di quasi il 400%. Purtroppo, per l’estrazione del litio il consumo di acqua è particolarmente elevato.

All’aumento della domanda di metalli critici si accompagna poi un graduale calo della qualità dei minerali che, a sua volta, implica la necessità di estrarre e lavorare volumi maggiori di roccia per ottenere la stessa quantità di metallo, con conseguente aumento del fabbisogno idrico.

Da ultimo, il cambiamento climatico introduce ulteriore incertezza sulla disponibilità di acqua.

Il settore minerario dispone di diversi strumenti per ridurre la propria impronta idrica. Migliorare l’efficienza idrica è una priorità. Molte aziende investono in sistemi di riciclo dell’acqua e a circuito chiuso, che nei casi migliori consentono di recuperare fino al 95% dell’acqua impiegata nei processi, riducendo così i prelievi esterni.

Le innovazioni tecnologiche offrono inoltre prospettive promettenti. Lo stoccaggio a secco riduce significativamente il consumo idrico rispetto agli stagni tradizionali. La desalinizzazione può alleviare la pressione sulle acque sorgive, una pratica già ampiamente adottata in Cile. Tuttavia, queste soluzioni presentano dei limiti tecnici o di costi.

La gestione idrica è però soprattutto una questione di governance. Divergenze con le comunità locali o requisiti imposti dalle autorità possono causare ritardi o addirittura la chiusura degli impianti, con rilevanti conseguenze finanziarie. L’acqua non può più essere considerata una semplice variabile operativa, rappresenta ormai un rischio strategico. Per gli investitori, ciò significa analizzare con attenzione la localizzazione degli asset, la dipendenza dalle risorse locali, la solidità delle politiche di gestione idrica e i livelli di trasparenza delle aziende.

Inoltre, di fronte all’intensificarsi delle tensioni ambientali e sociali, molti governi stanno inasprendo le normative. Ad esempio, attraverso la Sustainable Critical Minerals Alliance, Paesi come Canada, Australia e Francia si sono impegnati a migliorare la sostenibilità e la trasparenza delle filiere dei minerali critici, per regolamentarne l’estrazione in modo più rigoroso e limitare gli impatti ambientali e sociali, cambiamenti che potrebbero trasformare profondamente le condizioni operative dei progetti minerari.

Nonostante metta sotto pressione le risorse idriche, la transizione energetica rimane necessaria. Nel breve periodo, i miglioramenti in termini di efficienza nei processi minerari potranno difficilmente compensare l’aumento dei volumi estratti. È quindi necessario un approccio sistemico, che unisca lo sviluppo del riciclo dei metalli, l’evoluzione tecnologica verso materiali meno intensivi in termini di risorse fino all’integrazione esplicita dei vincoli idrici nelle decisioni di investimento. Da questo punto di vista, il Critical Raw Materials Act, adottato dall’Unione Europea, mira non solo a garantire l’approvvigionamento ma anche a rendere sostenibili e resilienti le filiere dei minerali critici, perché possano soddisfare gli obiettivi climatici ed energetici.


La Française AM_F. Yo Minerali | ESGnews

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