La transizione dell’Europa verso la mobilità elettrica sta accelerando. Dopo un rallentamento temporaneo nel 2024, quando le vendite di veicoli elettrici sono cresciute di appena l’1%, il mercato ha registrato una forte ripresa nel 2025, con una crescita del 34%. Questa ripresa è stata trainata da una gamma più ampia di modelli entry-level e di fascia media, insieme a un contesto normativo sempre più incentrato sulla decarbonizzazione dei trasporti.
Naturalmente, questa accelerazione sta ridisegnando le catene del valore nel settore automobilistico europeo e portando in evidenza la forte dipendenza della regione dalle materie prime critiche.
Affrontare questa sfida richiederà un insieme coordinato di politiche che uniscano il sostegno alla domanda, a una reindustrializzazione mirata e a una maggiore sicurezza dell’approvvigionamento.
Indice
Crescita strutturale
Tra il 2025 e il 2030 le vendite europee di veicoli elettrici a batteria (BEV) e di veicoli ibridi plug-in dovrebbero crescere rispettivamente del 15% e del 18% all’anno. Entro il 2030, i BEV potrebbero rappresentare circa il 42% del mercato europeo delle autovetture, rispetto a circa il 16,4% nel 2026.
Allo stesso tempo, la distribuzione del valore all’interno dei veicoli sta subendo un profondo cambiamento. In un veicolo elettrico a batteria, circa il 50% del valore totale deriva dal sistema di trazione elettrica, con la batteria che da sola rappresenta quasi il 35%. Al contrario, nei veicoli con motore a combustione interna, il motore e la trasmissione rappresentano solo circa il 18% del valore complessivo. Le batterie, e i materiali necessari per produrle, stanno quindi diventando una questione strategica.
Una dipendenza critica
L’Europa, e il settore dei veicoli elettrici, rimane fortemente dipendente dalle materie prime importate. La regione importa dall’estero, principalmente dalla Cina, circa il 99% della grafite naturale, il 96% del manganese, oltre l’80% del litio e del cobalto e quasi il 98% degli elementi delle terre rare raffinati. Questa dipendenza è particolarmente marcata per i magneti permanenti, essenziali per i motori elettrici e per i quali la Cina controlla circa il 90% della raffinazione e della produzione globale.
I recenti sviluppi geopolitici evidenziano i rischi legati a questa dipendenza. Ad esempio, il 13 ottobre 2025 la Cina ha annunciato nuovi controlli sulle esportazioni di tecnologie a duplice uso. Sebbene siano principalmente rivolte ad applicazioni legate alla difesa, queste misure potrebbero compromettere la catena di approvvigionamento del settore automobilistico limitando l’accesso a materiali chiave per catodi e anodi.
È importante sottolineare che questa dipendenza non è dovuta a una carenza di risorse geologiche. Negli anni ’80, l’Europa era tra i principali produttori di elementi delle terre rare. Tuttavia, normative ambientali più rigorose e una minore qualità dei minerali hanno progressivamente aumentato i costi di produzione, mentre la Cina ha ampliato la propria produzione, sostenuta da costi del lavoro più bassi, riserve abbondanti e controlli ambientali meno rigorosi. Oggi, il rilancio del settore minerario europeo dipenderà da diversi fattori: qualità dei giacimenti, velocità di sviluppo dei progetti, accesso ai finanziamenti, capacità di raffinazione e accettazione pubblica delle attività estrattive.
Riciclo: una soluzione parziale, ma a 15 anni di distanza
In questo contesto, il riciclo rappresenta una leva strategica. Il Critical Raw Materials Act, adottato
nel 2024, stabilisce un obiettivo chiaro: coprire almeno il 25% del consumo annuale europeo di materie prime critiche attraverso il riciclo entro il 2030. Nel caso delle batterie, il riciclo potrebbe ridurre tra il 10% e il 30% la necessità di nuova estrazione per diversi minerali chiave in uno scenario a zero emissioni di carbonio.
Quota dell’offerta secondaria sulla domanda totale per alcuni materiali selezionati nello scenario a zero emissioni, 2010-2040
Il riciclo offre anche un duplice vantaggio. Da un lato, garantisce l’approvvigionamento domestico di litio, nichel, cobalto, rame o grafite e protegge da shock geopolitici. Dall’altro, apporta benefici ambientali: produrre una tonnellata di alluminio riciclato genera fino al 97% in meno di CO₂ rispetto alla produzione primaria, con vantaggi simili anche per altri metalli utilizzati nelle batterie.
Detto ciò, i tassi di riciclo restano disomogenei. Mentre sono relativamente elevati per acciaio e alluminio, restano molto bassi per le terre rare, pari solo al 5% e al 10% a livello globale. Esiste inoltre un vincolo temporale: la durata delle batterie, di circa 15 anni, fa sì che i primi volumi davvero significativi di materiali riciclati difficilmente saranno disponibili prima del 2040. Fino ad allora, la crescita del mercato continuerà a dipendere in larga misura dall’estrazione primaria.
La risposta politica dell’Europa
Per affrontare queste vulnerabilità, l’Europa ha adottato una strategia di reindustrializzazione mirata. Il Critical Raw Materials Act stabilisce obiettivi ambiziosi per il 2030: il 10% di estrazione domestica, il 40% di trasformazione in Europa e un limite massimo del 65% di dipendenza da un singolo Paese terzo.
La Commissione europea ha già identificato 47 progetti strategici in 13 Stati membri, che rappresentano un fabbisogno complessivo di investimenti pari a circa 22 miliardi di euro. Questi progetti riguardano l’estrazione, la trasformazione e il riciclo. Allo stesso tempo, il piano ResourceEU, adottato nel dicembre 2025, mira a mobilitare circa 3 miliardi di euro di finanziamenti pubblici per ridurre il rischio dei progetti, coordinare gli appalti, sostenere lo stoccaggio strategico e accelerare le decisioni di investimento.
Nonostante queste iniziative, è evidente che la strategia europea per la sicurezza dell’approvvigionamento non possa basarsi esclusivamente sulla produzione interna. L’Unione europea sta quindi moltiplicando gli accordi di cooperazione con Paesi che dispongono di risorse chiave o capacità di raffinazione, tra cui Canada, Australia, diversi Paesi dell’America Latina e dell’Africa, oltre all’Indonesia per il nichel. Questi accordi mirano a facilitare gli investimenti e ad armonizzare gli standard ambientali e sociali. Parallelamente, alcuni Stati membri stanno investendo direttamente in progetti minerari o di raffinazione al di fuori dell’Europa per assicurarsi contratti di approvvigionamento industriale.
La rapida crescita del mercato europeo dei veicoli elettrici riflette una tendenza strutturale ma mette anche in luce vulnerabilità legate all’approvvigionamento dei materiali critici. Garantire l’accesso a queste risorse, insieme allo sviluppo del riciclo, sarà determinante per sostenere la transizione. In questo contesto, la transizione energetica appare tanto una questione di sovranità quanto un’opportunità di investimento a lungo termine.

A cura di Elodie Chrzanowski, Deputy Head of Credit Research and ESG, Crédit Mutuel Asset
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