La Giornata Mondiale degli Oceani offre oggi un’occasione per guardare al mare, oltre che come ecosistema da tutelare, come un’infrastruttura naturale dalla cui solidità può dipendere la stabilità economica e delle filiere. Gli oceani producono metà dell’ossigeno che respiriamo, assorbono circa il 30% della CO₂ generata dalle attività umane e contribuiscono all’alimentazione di oltre tre miliardi di persone. Eppure, secondo il Protected Planet Report, solo l’8,4% delle aree marine risulta oggi protetto, a fronte dell’obiettivo del 30% fissato dalla COP15 entro il 2030. Il deterioramento del capitale naturale marino incide direttamente su imprese, filiere e portafogli: pesca, turismo costiero, logistica marittima e trasformazione alimentare sono alcuni dei settori più esposti, mentre l’inquinamento da plastica, la perdita di biodiversità e lo sfruttamento eccessivo delle risorse ittiche possono tradursi in volatilità dei prezzi, pressioni regolatorie e costi crescenti di adattamento. Ne parla Cristina Colombo, Stewardship and Climate Specialist di Etica Sgr, che in questa opinione analizza perché la salute degli oceani sia ormai anche un tema di gestione del rischio per imprese, filiere e portafogli.
Gli oceani producono metà dell’ossigeno che respiriamo, assorbono circa il 30% dell’anidride carbonica generata dalle attività umane e contribuiscono all’alimentazione di oltre tre miliardi di persone. Eppure, la tutela degli ecosistemi marini resta ancora insufficiente: a due anni dagli impegni internazionali della COP15, che fissavano l’obiettivo di salvaguardare il 30% delle aree marine entro la fine del decennio, i dati del Protected Planet Report ci ricordano che siamo fermi appena all’8,4%.
Questo divario si scontra oggi con una pressione ecologica senza precedenti. Mentre la protezione degli ecosistemi marini procede lentamente, aumentano inquinamento, sfruttamento eccessivo delle risorse ittiche, riscaldamento delle acque e perdita di biodiversità. Per l’economia reale, ciò significa esporre filiere, materie prime e comunità costiere a rischi sempre più difficili da ignorare.
L’impatto non si limita al pur grave danno ambientale. Il degrado marino si trasmette infatti lungo le catene del valore: secondo il World Economic Forum, oltre il 50% del PIL globale dipende dai servizi ecosistemici, di cui gli oceani rappresentano una componente essenziale. Come testimonia l’EU Blue Economy Report 2025 della Commissione Europea, del resto, la blue economy, che comprende attività come pesca, turismo costiero, trasporti marittimi, portualità ed energie marine, vale circa 890 miliardi di euro di fatturato annuo nella sola UE.
Se il mare sostiene una quota significativa dell’economia reale, il deterioramento di questo capitale naturale costituisce un’informazione materiale per chi investe.
Per le imprese esposte alla pesca, all’acquacoltura, alla lavorazione alimentare, al turismo costiero o alla logistica marittima, questo si traduce in minore disponibilità di risorse o maggiore volatilità dei prezzi, oltre che in pressioni regolatorie più stringenti e costi crescenti di adattamento.
In questo scenario si inserisce l’approccio di Etica Sgr, società di gestione del risparmio del Gruppo Banca Etica, che integra l’analisi dei fattori ambientali e sociali nella valutazione degli emittenti. Misurare la dipendenza delle aziende dai servizi ecosistemici marini e l’efficienza nell’uso delle risorse idriche consente di selezionare gli emittenti realmente in grado di ridurre i propri impatti alla fonte, escludendo al contempo chi continua a sfruttare in modo insostenibile habitat sensibili.
Per Etica Sgr, la protezione del mare non è quindi solo una questione ambientale, ma anche un indicatore della capacità delle imprese di gestire rischi, risorse e continuità industriale. Il dialogo con il management delle imprese e l’orientamento dei flussi di capitale verso l’economia circolare rappresentano strumenti concreti per intercettare le fragilità delle catene di fornitura prima che possano tradursi in perdita di valore.
La Giornata Mondiale degli Oceani deve ricordare che il mare non è una variabile marginale dell’economia globale, ma una delle sue condizioni di stabilità. Ignorarne il deterioramento significa lasciare fuori dall’analisi una parte crescente dei rischi che possonoincidere su imprese, filiere e portafogli; riconoscerne e tutelarne il valore, invece, permette di costruire decisioni di investimento più consapevoli e filiere più capaci di durare nel tempo.

Questa opinione è a cura di Cristina Colombo, Stewardship and Climate Specialist di Etica Sgr.
