Giornata-donne-parità | ESGnews

L'opinione di Allegra Ianiri di MainStreet Partners

Donne e autostima: perché servono riforme e non slogan motivazionali

Dire alle donne di “aver fiducia in loro stesse” è diventato un messaggio dominante nelle discussioni sulla parità di genere, in particolare nei contesti professionali. Libri motivazionali e webinar sulla carriera esortano le donne a essere audaci, assumere rischi e farsi valere con più assertività. Nella finanza, un settore in cui meno del 20% dei ruoli senior è ricoperto da donne, la fiducia in sé stesse è spesso considerata la chiave per superare barriere e ostacoli professionali. Se la sicurezza di sé è importante, è però solo la punta dell’iceberg: concentrarsi eccessivamente su questo aspetto rischia di spostare pericolosamente la responsabilità dei pregiudizi di genere dal sistema verso le donne stesse.

Questa retorica non tiene conto dell’influenza del contesto culturale e sociale su tratti come la competitività e la propensione al rischio. Uno studio di Gneezy, Leonard e List (2009) lo dimostra chiaramente, confrontando due società con norme di genere radicalmente diverse.

In una società patriarcale in cui gli uomini dominano il processo decisionale, le donne mostrano livelli di competitività decisamente inferiori rispetto agli uomini. Al contrario, tra i Khasi in India, una società matrilineare in cui la proprietà e l’eredità si tramandano con la discendenza femminile, le donne si dimostrano più competitive delle loro controparti maschili. Queste differenze non dipendono dalla forza di volontà individuale, ma dalle norme sociali che plasmano il comportamento.

La fiducia e la propensione alla leadership delle donne sono dunque influenzate dalle aspettative che la società ripone in loro: quando sono incoraggiate ad assumere la guida e hanno il controllo delle risorse, fioriscono; quando vengono posti loro dei limiti, queste caratteristiche vengono meno. Il settore finanziario non fa eccezione: quando le aziende attuano politiche che sostengono attivamente la leadership femminile, le disparità di genere si riducono. Tuttavia, dal momento che i progressi sono lenti, emerge con forza la necessità di riforme strutturali piuttosto che di approcci frammentari.

Secondo le Nazioni Unite, a livello globale quasi il 90% della popolazione mondiale, sia uomini che donne, ha pregiudizi nei confronti delle donne. Il World Economic Forum (WEF) stima che, mantenendo l’attuale ritmo di cambiamento, serviranno ancora 131 anni per raggiungere la parità di genere. Affermare che le donne debbano semplicemente “essere più sicure di sé” ignora le barriere sistemiche che limitano le loro opportunità.

Un progresso reale richiede trasformazioni profonde, a partire dai primi anni del percorso scolastico. È all’età di sei anni, infatti, che i bambini interiorizzano i ruoli di genere, di qui l’imperativo di intervenire precocemente. Le scuole devono integrare un insegnamento neutrale dal punto di vista del genere ed esporre i bambini e le bambine a esempi di genere anti-stereotipati per ridefinire le percezioni e stimolare l’interesse delle giovani donne per le carriere in settori tradizionalmente maschili.

Nel contesto lavorativo, la trasparenza salariale e il monitoraggio dei divari di genere aiutano a combattere i pregiudizi. Inoltre, misure come l’equa distribuzione dei congedi parentali, la flessibilità lavorativa e programmi di sostegno mirati si sono rivelati più efficaci rispetto ai tradizionali percorsi di mentorship nel promuovere l’accesso delle donne a ruoli di leadership.

Le aziende che adottano queste strategie non solo migliorano l’equilibrio di genere tra i dipendenti, ma ottengono anche performance superiori rispetto ai competitor. Studi dimostrano che le imprese con una maggiore diversità di genere nei Consigli di amministrazione hanno il 27% di probabilità in più di sovraperformare finanziariamente rispetto a quelle meno inclusive.

Al di là delle politiche aziendali, il vero cambiamento passa per un’evoluzione della narrativa: è essenziale spostare l’attenzione dall’empowerment individuale alle riforme strutturali. Il cosiddetto “confidence gap” non è opera delle donne, un problema che devono risolvere da sole, e nemmeno un problema di mentalità personale. La vera soluzione risiede in iniziative e riforme delle politiche a livello di settore e società, che garantiscano un trattamento equo e pari opportunità per tutti e tutte.

Scopri come ESGnews e i suoi partner possono aiutarti.