L’analisi basata sui dati dello SE Unlisted Italian Banks Benchmark di Standard Ethics evidenzia i progressi del settore negli ultimi vent’anni, il gap ancora esistente e le aree di miglioramento per gli istituti di credito non quotati.
Negli ultimi vent’anni il settore bancario italiano ha attraversato una trasformazione profonda: se agli inizi del millennio gran parte degli istituti non raggiungeva livelli adeguati di conformità agli standard di sostenibilità internazionali, oggi, invece, il quadro appare cambiato. Lo rileva un’analisi di Standard Ethics che dal 2004 monitora gli istituti di credito della Penisola.
Le banche italiane, soprattutto quelle quotate, hanno compiuto progressi significativi nell’allineamento ai principi ESG promossi da Unione Europea, Nazioni Unite e OCSE. I dati più recenti mostrano che circa il 75% delle banche quotate italiane raggiunge livelli di sostenibilità pari o superiori alla soglia di compliance (rating ≥ EE-), una performance superiore anche alla media europea del settore bancario. Questo risultato riflette non solo una maggiore maturità nella governance, ma anche un’evoluzione nella trasparenza e nella rendicontazione, favorita da normative come la Corporate Sustainability Reporting Directive.
Diversa è la situazione delle banche non quotate: solo il 36% degli istituti non quotati raggiunge livelli di conformità analoghi. Eppure, gli analisti di Standard Ethics evidenziano numerosi segnali di dinamismo e margini di miglioramento, con una prospettiva concreta di convergenza verso gli standard delle quotate nel triennio 2026-2029.
Cosa possono migliorare le banche non quotate italiane per raggiungere livelli di compliance ESG adeguati
Dalle analisi dell’indice di Standard Ethics emergono alcune aree chiave in cui le banche non quotate possono rafforzarsi. In primo luogo, la disclosure ESG risulta ancora incompleta o poco strutturata: dalla tutela dei diritti umani alle politiche ambientali, manca spesso una chiara definizione delle priorità strategiche e una loro formalizzazione pubblica. Questo rappresenta uno degli elementi di maggiore distanza rispetto agli istituti quotati, che invece hanno sviluppato framework più articolati e trasparenti.
Un secondo ambito riguarda l’innovazione, in particolare l’adozione dell’Intelligenza Artificiale, che appare ancora in fase esplorativa. Parallelamente, le politiche creditizie, quando rese pubbliche, evidenziano talvolta criteri di esclusione etica che possono risultare arbitrari e potenzialmente in disallineamento con i principi di equità nell’accesso al credito promossi a livello internazionale.
Sul piano sociale, invece, si osserva una crescente attenzione a temi come diversità, inclusione e parità di genere. Nonostante l’adesione a percorsi di certificazione, la presenza femminile nei vertici rimane limitata, segnalando un ulteriore margine di miglioramento. Al contempo, è elevata l’attenzione verso la clientela e i territori: engagement, customer satisfaction e radicamento locale rappresentano elementi centrali soprattutto per gli istituti di origine cooperativa o territoriale.
In generale, gli analisti di Standard Ethics hanno sottolineato come le indicazioni delle autorità di vigilanza (quali Banca d’Italia, BCE ed EBA) abbiano contribuito a migliorare significativamente la qualità della rendicontazione, oggi generalmente adeguata e sempre più allineata agli standard europei. E sempre più banche chiedono rating ESG per l’accesso al credito.
Quindi, pur mantenendo una posizione più arretrata rispetto alle banche quotate, che rappresentano oggi un benchmark a livello europeo, gli istituti non quotati stanno colmando il divario e il percorso verso la sostenibilità appare ormai tracciato e condiviso, con margini di miglioramento concentrati soprattutto su trasparenza, governance e coerenza delle politiche ESG.

