Nel dibattito sulla transizione ecologica, un aspetto cruciale ma spesso trascurato è l’impatto dei sussidi pubblici sulle dinamiche economiche e ambientali. I sussidi ambientalmente dannosi (SAD) rappresentano incentivi che, anziché favorire la sostenibilità, sostengono attività ad alto impatto ecologico, come il consumo di combustibili fossili e pratiche industriali inquinanti. Dall’altro lato, i sussidi ambientalmente favorevoli (SAF) mirano a promuovere energie rinnovabili, mobilità sostenibile e soluzioni innovative per la riduzione delle emissioni.
Negli ultimi anni, l’Italia ha registrato un aumento dei SAD, un fenomeno che contraddice gli impegni di decarbonizzazione e rallenta il raggiungimento degli obiettivi climatici. Il Catalogo dei SAD e SAF, redatto dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE), è lo strumento principale per monitorare e riequilibrare questi incentivi, ma necessita di aggiornamenti più incisivi per garantire un allineamento efficace alle strategie europee e globali.
In questo articolo analizziamo il funzionamento dei SAD e SAF, il loro impatto sull’economia e sull’ambiente, e le iniziative del governo per una riforma fiscale più sostenibile. La sfida? Trasformare il sistema di incentivi affinché favorisca davvero la transizione ecologica, eliminando gradualmente i sussidi dannosi e rafforzando quelli virtuosi.
Cosa sono i SAD e come operano
I SAD sono incentivi economici che, attraverso agevolazioni fiscali, finanziamenti o esenzioni, favoriscono attività, consumi o pratiche con effetti negativi sull’ambiente. Questi sussidi non solo distorcono il mercato, ma indirettamente incentivano l’uso di fonti fossili e di pratiche inquinanti, rallentando la transizione verso un modello economico più sostenibile.
Nel complesso, i sussidi ambientalmente dannosi (SAD) ammontano a 24,2 miliardi di euro, rappresentando un freno significativo alla transizione verso un modello economico più sostenibile. Questi sussidi si traducono spesso in agevolazioni fiscali, finanziamenti o esenzioni che incentivano attività con effetti negativi sull’ambiente, favorendo indirettamente l’utilizzo di fonti fossili e pratiche inquinanti.
Una classificazione più dettagliata dei SAD permette di comprendere il loro funzionamento e impatto:
- Sussidi diretti: alterano direttamente i prezzi o i ricavi di mercato. Esempio emblematico sono i finanziamenti pubblici indirizzati al trasporto alimentato da combustibili fossili.
- Sussidi indiretti: influenzano le scelte di produzione e consumo tramite agevolazioni fiscali. Tra questi spiccano le riduzioni delle accise sul gasolio per l’autotrasporto e gli sgravi fiscali per le industrie ad alta intensità energetica.
Accanto ai SAD, ci sono invece i sussidi ambientalmente favorevoli (SAF), pari a 20,3 miliardi di euro, che sostengono pratiche sostenibili e rispettose dell’ambiente. Tuttavia, un dato critico riguarda i sussidi ambientalmente incerti (SAI), che raggiungono 13,8 miliardi di euro e per i quali l’impatto ambientale non è ancora definito con chiarezza.
Un elemento rilevante è rappresentato dai sussidi alle fonti fossili (FFS), che ammontano a 17,1 miliardi di euro. Questi ultimi non solo ostacolano la transizione ecologica, ma accentuano le distorsioni di mercato causate dai SAD.
Il Sesto Catalogo redatto dal MASE, pur non esaustivo, invita a una riflessione sulle politiche di fiscalità ambientale. Eliminare o ridefinire i SAD, favorendo i SAF e chiarendo la natura dei SAI, rappresenta un passaggio cruciale per allineare gli incentivi economici agli obiettivi di sostenibilità e accelerare la transizione verso un’economia più resiliente e rispettosa dell’ambiente. L’analisi delle norme vigenti e delle collaborazioni istituzionali offre strumenti concreti per affrontare questa sfida e ripensare le politiche di supporto economico.

Indice
Il catalogo dei SAD e dei SAF
In un panorama che vede la transizione ecologica come una priorità globale, il Catalogo dei Sussidi Ambientalmente Dannosi e Ambientalmente Favorevoli redatto dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE) rappresenta uno strumento per mappare i sussidi esistenti e identificare gli impatti con l’obiettivo di orientare le politiche fiscali verso la transizione ecologica.
Tuttavia, la mancanza di aggiornamenti frequenti e sistematici ne rallenta l’efficacia e spesso impedisce di cogliere l’evoluzione delle necessità ambientali e socio-economiche. L’edizione 2024 ha evidenziato l’urgenza di una revisione metodologica in tal senso che permetta di identificare con precisione gli interventi prioritari, migliorando la capacità di eliminare gradualmente i SAD e di promuovere l’efficienza dei SAF.
In questa direzione verte anche il coinvolgimento del Comitato Interministeriale per la Transizione Ecologica (CITE), il cui ruolo potrebbe garantire una maggiore coerenza tra le politiche fiscali e gli obiettivi climatici, oltre a favorire soluzioni più inclusive e socialmente sostenibili. Incaricato di coordinare le azioni per la progressiva eliminazione dei SAD entro il 2025, rappresenta un ulteriore passo avanti per garantire che le scelte fiscali siano coerenti con gli obiettivi climatici e con le esigenze di equità sociale.
Un aggiornamento continuo non solo migliorerebbe la trasparenza delle informazioni, ma permetterebbe anche di orientare in maniera più efficiente le politiche fiscali verso la riduzione dei sussidi dannosi e il potenziamento di quelli favorevoli.
Il ruolo dei SAF nella transizione ecologica
A favore di un modello economico ed ambientale sostenibile, si pongono in prima linea i sussidi ambientalmente favorevoli, incentivi economici progettati per promuovere pratiche, tecnologie e comportamenti che contribuiscono alla tutela dell’ambiente e alla riduzione dell’impatto ecologico di attività umane e industriali. Questi strumenti, che includono agevolazioni fiscali, finanziamenti e sostegni economici mirati, operano in settori strategici come le energie rinnovabili, l’efficienza energetica, l’agricoltura sostenibile e la mobilità verde.
Ad esempio, sono frequentemente utilizzati per finanziare impianti di energia solare o eolica, offrire sgravi fiscali per progetti innovativi e incentivare pratiche agricole che limitano l’utilizzo di fertilizzanti chimici e pesticidi. L’impatto positivo di queste misure si estende non solo al miglioramento della qualità ambientale, ma anche alla conservazione delle risorse naturali, contribuendo a una visione più equilibrata e resiliente dell’economia.
L’aggiornamento del Catalogo, integrando i dati sui SAF, potrebbe facilitare il loro utilizzo mirato e ampliare l’efficacia, garantendo che le politiche fiscali non solo eliminino i SAD, ma rafforzino in modo proattivo la diffusione di pratiche virtuose. Questo approccio rappresenterebbe un passo decisivo per la realizzazione degli obiettivi climatici e per la costruzione di un sistema economico più equo e sostenibile.
Il paradosso dell’aumento dei SAD in Italia
Se da un lato l’Italia si pone come promotrice di una transizione ecologica, dall’altro i dati relativi ai SAD raccontano una realtà diversa. Si assiste infatti ad un paradosso che evidenza l’aumento dei sussidi ambientalmente dannosi (SAD): secondo il rapporto del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE), i SAD hanno raggiunto nel 2022 un valore complessivo di 24,2 miliardi di euro, registrando un incremento del 15% rispetto all’anno precedente. Questo aumento è stato attribuito principalmente alla crisi energetica globale, che ha spinto il governo a introdurre misure di sostegno per fronteggiare l’instabilità dei mercati delle fonti fossili. Tra i principali beneficiari di questi sussidi figurano il settore dei trasporti, con esenzioni fiscali per il gasolio, e l’industria energetica, attraverso il Capacity Market e altre agevolazioni per le centrali a combustibili fossili.
Un altro dato significativo riguarda il confronto tra SAD e sussidi ambientalmente favorevoli (SAF). Nel 2022, i SAF sono aumentati solo del 2,5%, attestandosi a 20,3 miliardi di euro, un valore inferiore rispetto ai SAD. Facendo emergere come le politiche fiscali italiane continuino a privilegiare, in termini di risorse allocate, attività ad alto impatto ambientale rispetto a quelle sostenibili.
Le agevolazioni fiscali per i combustibili fossili rappresentano una delle principali voci di spesa. Ad esempio, l’esenzione dall’accisa sui carburanti per la navigazione aerea ha comportato un costo di 0,7 miliardi di euro, mentre l’IVA agevolata per l’elettricità di uso domestico ha inciso per 1,3 miliardi di euro. Inoltre, il rilascio gratuito delle quote di emissione nell’ambito del sistema ETS (Emission Trading System) ha generato un ulteriore costo di 1,3 miliardi di euro.
A metà strada si trovano i Sussidi Ambientalmente Incerti (SAI), ossia misure economiche che, pur non avendo effetti direttamente dannosi sull’ambiente, risultano poco efficaci nel promuovere una reale transizione ecologica. Esempi includono incentivi per biocarburanti di prima generazione, che comportano un elevato consumo di suolo; sgravi fiscali per veicoli ibridi non plug-in, che non incentivano pienamente la mobilità elettrica; e agevolazioni per caldaie a gas, superate da tecnologie come le pompe di calore.
Questo scenario compromette il raggiungimento degli obiettivi climatici fissati dall’Accordo di Parigi, e crea anche un disallineamento rispetto agli impegni europei, come il Green Deal e il pacchetto Fit for 55%. L’Italia, infatti, è chiamata a ridurre progressivamente i SAD per rispettare i target di decarbonizzazione e promuovere un’economia più sostenibile. Tuttavia, l’incremento dei SAD negli ultimi anni dimostra come le misure adottate siano ancora insufficienti e spesso in contrasto con le dichiarazioni di intenti, rallentando non solo la riduzione delle emissioni di CO2, ma anche lo sviluppo di soluzioni innovative che potrebbero trasformare il sistema produttivo verso modelli a basse emissioni.
Le principali azioni del governo italiano sui SAD
Dal 2020, l’Italia ha avviato un processo di revisione dei sussidi ambientalmente dannosi (SAD), eliminando alcune misure significative per favorire la transizione ecologica. Tra i SAD soppressi, spiccano cinque sussidi legati alle fonti fossili, individuati nel Piano Nazionale Energia e Clima (PNEC) 2019. La loro eliminazione ha evitato un effetto finanziario dannoso annuo stimato in 105,9 milioni di euro.
Le misure soppresse includono agevolazioni fiscali per il gasolio utilizzato in settori specifici e incentivi diretti per infrastrutture legate alle fonti fossili, come il supporto alle trivellazioni e ai progetti di ricerca su gas, carbone e petrolio. Questi interventi hanno segnato un primo passo verso l’allineamento delle politiche fiscali italiane agli obiettivi climatici europei e globali, contribuendo a ridurre il peso dei SAD nel bilancio pubblico.
Nonostante questi progressi, il valore complessivo dei SAD nel 2020 rimaneva elevato, con una spesa totale di 34,6 miliardi di euro, distribuita principalmente nei settori dell’energia, dei trasporti e dell’agricoltura
La riforma fiscale ambientale per la riduzione dei SAD
La riforma fiscale ambientale introdotta con la legge di Bilancio 2025 si pone l’obiettivo di razionalizzare i sussidi ambientalmente dannosi (SAD) e favorire la transizione verso modelli di sviluppo sostenibile, in coerenza con gli obiettivi climatici stabiliti a livello nazionale e comunitario. Essa si propone quindi di correggere le distorsioni di mercato derivanti da agevolazioni che incentivano il consumo di combustibili fossili e pratiche ad alto impatto ambientale, attraverso un riallineamento progressivo della fiscalità energetica.
Tra le misure più significative, la manovra prevede una riduzione graduale della sotto tassazione dei fringe benefit delle auto aziendali, con un risparmio di 25 milioni di euro per il 2025, che aumenterà a 120 milioni di euro entro il 2027. Parallelamente, è stata avviata una revisione dei vantaggi fiscali legati allo smaltimento dei beni in discarica, con un taglio di 148 milioni di euro. Questi interventi rispondono alla necessità di armonizzare il regime fiscale alle direttive europee di decarbonizzazione, rafforzando la coerenza tra politiche economiche e ambientali.
Un’ulteriore azione in discussione riguarda il riallineamento delle accise sui combustibili fossili, finalizzato a eliminare le asimmetrie impositive tra benzina e gasolio, che storicamente hanno favorito il consumo di quest’ultimo. Tale intervento mira a incentivare soluzioni energetiche meno impattanti e promuovere una fiscalità ambientale più equa, capace di sostenere il processo di transizione ecologica.
La riforma si inserisce nel quadro del Piano Nazionale per la Ripresa e la Resilienza (PNRR), che stabilisce obiettivi ambiziosi per la riduzione dei SAD. Entro il 2025, si prevede un risparmio di 2 miliardi di euro, accompagnato da ulteriori 3,5 miliardi di euro entro il 2030. Questi tagli sono parte di un piano più ampio volto a razionalizzare le spese fiscali, con una riduzione complessiva di 7,3 miliardi di euro inclusa nel Piano strutturale di bilancio di medio termine. Le risorse liberate da tali interventi saranno destinate a incentivare tecnologie verdi, migliorare l’efficienza energetica e favorire l’adozione di pratiche agricole e industriali sostenibili.
Dal punto di vista tecnico, la riforma fiscale ambientale opera attraverso un meccanismo di progressività, evitando impatti economici regressivi sulle fasce sociali vulnerabili e garantendo una transizione graduale per i settori produttivi maggiormente esposti. Gli interventi previsti sono supportati da un monitoraggio sistematico degli effetti socioeconomici e da una consultazione strategica con gli stakeholders, al fine di definire misure compensative e strumenti di mitigazione. Questo approccio consente di bilanciare gli obiettivi di sostenibilità ambientale con le esigenze di equità sociale e competitività economica, configurando la riforma come una componente chiave per la realizzazione di un sistema fiscale orientato alla decarbonizzazione e alla resilienza economica.
