Biodiversità aziende agroalimentare

Osservatorio PoliMi

Imprese italiane e biodiversità: molte ne parlano, ma meno di un terzo ha messo in campo azioni concrete

La biodiversità non è più solo un tema ambientale: è diventata un indicatore economico capace di influenzare la resilienza delle imprese, la continuità delle filiere e l’accesso ai capitali. Le aziende italiane lo sanno, ma nonostante ciò, solo il 27% ha avviato piani concreti. È quanto emerge dal report Strategie aziendali e soluzioni imprenditoriali per mettere la tutela degli ecosistemi al centro, realizzato dall’Osservatorio “Innovazione per la Biodiversità” composto dal gruppo di ricerca Innovation, Strategy & Family Business e dal Food Sustainability Lab della POLIMI School of Management, in collaborazione con l’Istituto Sant’Anna e il National Biodiversity Future Center. Lo studio, finanziato con fondi del PNRR legati al National Biodiversity Future Center, analizza anche l’offerta di soluzioni tecnologiche per la tutela della biodiversità sviluppate da startup e PMI innovative italiane, a partire da quelle che consentono il monitoraggio ambientale e la misurazione degli interventi, da cui non si può prescindere, e presenta un approfondimento sul settore agroalimentare, uno dei comparti produttivi maggiormente coinvolti nei processi di cambiamento eppure ancora caratterizzato da interventi frammentati.

Nel complesso sono state analizzate, ove presenti, le Dichiarazioni Non Finanziarie (DNF) di 569 aziende, 414 quotate a Borsa Italiana e 155 società benefit, in 10 settori merceologici: Energy&Utilities, Materials, Industrials, Consumer Discretionary (beni e servizi non essenziali), Consumer Staples (beni primari), Health Care, Financials, Information Technology, Communication Services, Real Estate. Circa il 62% delle imprese osservate pubblica una DNF e 2 su 3 di questi 350 report menzionano la biodiversità.

Il quadro del report è chiaro: se da un lato sta crescendo la consapevolezza, soprattutto legata ai rischi economici della perdità del capitale naturale, dall’altro le azioni concrete restano ancora limitate e spesso frammentate.

Perché la biodiversità è diventata un tema economico

La biodiversità sta diventando sempre più un tema economico, una variabile strategica per la competitività destinata a entrare in modo strutturale nel linguaggio delle imprese, nell’offerta tecnologica e nelle politiche pubbliche. La biodiversità infatti svolge un ruolo fondamentale nel garantire la continuità di servizi ecosistemici essenziali per il benessere umano, come la purificazione dell’acqua, la regolazione del clima, la produzione alimentare o la prevenzione del dissesto geologico. Non solo, integrare la biodiversità nelle politiche aziendali consente di mitigare rischi connessi alla crisi climatica, allinearsi a normative sempre più stringenti, rispondere in modo proattivo alle crescenti aspettative sociali e di mercato, accedere a capitali e finanziamenti di investitori che adottano criteri ESG.

La perdita di natura è infatti uno dei principali rischi globali. Secondo il World Economic Forum, oltre 44.000 miliardi di dollari di PIL mondiale dipendono moderatamente o fortemente dalla natura.

Per le imprese questo si traduce in quattro diverse categorie di rischio, ovvero rischi operativi, legati a costi di approvvigionamento più alti, minore disponibilità di risorse critiche (acqua, materie prime) e interruzioni di filiera; rischi regolatori, derivanti da normative più stringenti (CSRD, ESRS, Nature Restoration Law) e quindi l’obbligo di misurare impatti e dipendenze; rischi reputazionali e di mercato associati alle aspettative crescenti dei consumatori e all’inegrazione dei criteri ESG negli investimenti e infine rischi finanziari legate a possibili penalizzazioni nel costo del capitale per aziende non allineate e l’esclusione dai portafogli di investitori responsabili.

“Le evidenze raccolte dall’Osservatorio delineano alcune implicazioni decisive per chi progetta, investe, regola o innova in questo ambito” afferma Raffaella Cagliano, Responsabile Scientifica del Food Sustainability Lab e Professoressa ordinaria di Gestione delle Persone e delle Organizzazioni, sempre al Politecnico di Milano, “Innanzitutto, la biodiversità è destinata a diventare una componente obbligata delle strategie aziendali, una leva concreta per la gestione del rischio, della compliance, della reputazione e delle strategie di lungo periodo: la regolazione europea e nazionale accelera questo passaggio, ma non è l’unico motore. La vera sfida per le aziende è trasformare iniziative pilota in strategie integrate, dotate di KPI economici e valutazioni di impatto chiare: non esiste transizione ecologica credibile senza un salto di qualità nella capacità di misurare, valorizzare e integrare la biodiversità nei processi decisionali”.

Cosa fanno davvero le imprese italiane per la biodiversità

Considerando esclusivamente le azioni concrete già messe in atto, solo 151 aziende (il 43% di quelle che rendicontano e il 27% del totale) dichiarano di avere programmi specifici. Al contrario, circa 80 imprese parlano del tema senza però attivarsi. La spinta principale all’azione arriva generalmente da fattori esterni: normative emergenti, incentivi pubblici e una crescente attenzione da parte degli investitori.

Le tipologie di intervento sono prevalentemente di sensibilizzazione (26%), di conservazione (16%, in particolare la protezione diretta degli habitat impattati dalle attività aziendali), di monitoraggio ambientale (12%) e di ripristino degli ecosistemi (11%). Le azioni lungo la filiera (15%) e le attività di compensazione (10%) risultano spesso meno impegnative in termini economici e gestionali, ma garantiscono ritorni reputazionali immediati. Decisamente più raro è invece il coinvolgimento delle corporate nelle iniziative di valorizzazione della biodiversità (6%) e nei progetti di ricerca scientifica (4%). Le imprese privilegiano interventi “quick-win”, efficaci sul piano comunicativo e reputazionale, ma spesso limitati in termini di impatto trasformativo.

Distribuzione delle iniziative nei cluster di riferimento, Strategie aziendali e soluzioni imprenditoriali per mettere la tutela degli ecosistemi al centro, PoliMi, 2025

Il panorama degli interventi è particolarmente polarizzato: a 10 aziende, meno del 2% del campione, si deve circa un quarto di tutte le iniziative; con 20 aziende si arriva al 40%, ma ne servono 30 per superare il 50% . Dunque, pochi first‑mover e poi una “coda lunga” di oltre 120 aziende con un una o due azioni concrete messe in atto.

Grafico di Pareto che descrive la distribuzione della numerosità delle iniziative per azienda analizzata, Strategie aziendali e soluzioni imprenditoriali per mettere la tutela degli ecosistemi al centro, PoliMi, 2025

I player più attivi si concentrano nei settori a maggiore impatto ambientale e dipendenza dalle risorse naturali, come Energy&Utilities, Consumer Staples e Materials, dove la biodiversità assume un ruolo strategico sia operativo che reputazionale e vi è una forte pressione regolatoria. Nel settore Energy & Utilities il 94% delle aziende che redigono la DNF menziona la biodiversità e quasi 9 su 10 traducono le parole in iniziative concrete. Seguono Consumer Staples, dove il 54% delle imprese ha già avviato iniziative concrete spinte da filiere agricole soggette a standard sempre più rigorosi, e Materials, con il 40% di società con progetti attivi, un dato che riflette la forte dipendenza di chimica, cemento e cartiera dalle materie prime naturali.

Le società benefit, pur più attive nella rendicontazione (oltre il 70% rende pubblica la propria DNF, contro il 58% delle quotate), risultano in realtà meno operative: in termini assoluti, solo il 24% delle benefit ha avviato progetti specifici, mentre le quotate arrivano al 28%; tra quelle che pubblicano il report, le percentuali sono rispettivamente 34% per le benefit contro quasi la metà (48%) delle quotate.

“Le grandi imprese svolgono un ruolo ambivalente nel rapporto tra business e biodiversità ” ha commentato Josip Kotlar, Professore ordinario di Strategia, Innovazione e Family Business alla POLIMI School of Management, “da un lato sono tra i principali contributori del degrado degli ecosistemi, dall’altro lo subiscono, poiché compromette la disponibilità e la qualità delle risorse di cui necessitano. Possiedono inoltre il potenziale per diventare agenti di cambiamento decisivi, integrando la tutela della biodiversità nelle strategie di business. La capacità di investimento, l’influenza sulle catene globali del valore e il potere di orientare i modelli di produzione e consumo conferiscono loro un ruolo determinante nel promuovere la tutela della biodiversità e favorire la transizione verso modelli di sviluppo sostenibili”.

Startup e PMI: il motore dell’innovazione

Le startup e le PMI innovative rappresentano una forza propulsiva nel campo delle soluzioni tecnologiche per la biodiversità. Pur disponendo spesso di risorse limitate svolgono un ruolo cruciale, offrendo risposte ad hoc e sperimentando approcci innovativi che anticipano e stimolano l’azione delle grandi imprese. Il report analizza un campione rappresentativo di 173 tra startup e PMI innovative italiane, in media fondate attorno al 2019, che operano attivamente nel campo della biodiversità.

Il 76% delle imprese opera in ambito Innovation for Biodiversity (sistemi di monitoraggio digitale, come IoT e sensori, piattaforme di tracciabilità delle filiere, progetti di conservazione e ripristino degli habitat), proponendo soluzioni immediatamente applicabili, in grado di generare benefici tangibili e misurabili nel breve periodo.

Solo il 24% rientra invece nella Biodiversity for Innovation, approccio basato su ricerca avanzata e tecnologie bio-ispirate a forte potenziale trasformativo (biomimetica, uso responsabile di risorse genetiche o microbiomi, creazione di materiali bio-based), spesso sviluppate con Università o centri specialistici.

I modelli di business risultano ampiamente ibridi, combinando innovazione di prodotto, servizio e tecnologia in pacchetti integrati (sistemi di monitoraggio, piattaforme digitali, servizi di reportistica) con una prevalenza di approcci multicliente (B2B, B2C e B2G) che coinvolgono aziende, cittadini ed enti pubblici.

Ripartizione delle soluzioni rispetto al cliente target, Strategie aziendali e soluzioni imprenditoriali per mettere la tutela degli ecosistemi al centro, PoliMi, 2025

Il successo delle soluzioni dipende dall’equilibrio tra fattori abilitanti (soluzioni integrate, partnership qualificate, network) e barriere come scarsità di risorse, difficoltà di misurare l’impatto e limitata sensibilità del management delle aziende più grandi. Nonostante le opportunità create dalla spinta regolatoria, molte iniziative restano percepite come accessorie, rendendo cruciale per le startup dimostrare valore reale, misurabilità e scalabilità.

La biodiversità per il settore agroalimentare

L’agroalimentare è uno dei comparti più coinvolti nei processi di cambiamento della biodiversità: la coltivazione dei terreni, l’allevamento o la pesca, contribuiscono in modo significativo al degrado degli ecosistemi ma, allo stesso tempo, la varietà genetica di piante e animali è alla base della produzione agricola e offre servizi ecosistemici vitali come l’impollinazione, il controllo naturale dei parassiti e la salute del suolo. Le nuove regolamentazioni europee, come la Strategia Europea per la Biodiversità al 2030, impongono obiettivi vincolanti che colpiscono in modo diretto il settore agricolo e anche nella Politica Agricola Comune (PAC) il tema della biodiversità acquisisce importanza crescente. Ma qual è il grado di consapevolezza delle imprese agroalimentari italiane, con particolare attenzione alle iniziative già avviate?

Cosa fanno le aziende dell’agroalimentare: l’analisi del PoliMi di 66 progetti

Sono stati mappati 66 progetti di aziende del settore agricolo e alimentare in Italia, annunciati, avviati, in corso o conclusi negli ultimi tre anni. Considerando le quattro principali aree di intervento (monitoraggio, conservazione, valorizzazione, ripristino), le attività di conservazione delle specie e degli ecosistemi costituiscono il 29% delle iniziative mappate (dalla salvaguardia degli insetti impollinatori alla tutela di habitat naturali in prossimità dei siti produttivi) e si affiancano alle azioni di ripristino della biodiversità (26%) e di valorizzazione (27%), soprattutto attraverso pratiche di agricoltura rigenerativa.

Percentuale di iniziative aziendali mappate per ciascuna categoria di intervento. A ogni iniziativa afferisce solo una categoria (n=66), Strategie aziendali e soluzioni imprenditoriali per mettere la tutela degli ecosistemi al centro, PoliMi, 2025

Queste pratiche sono progettate per migliorare la qualità del suolo, dell’acqua e dell’aria, aumentare la biodiversità, supportare i servizi ecosistemici e immagazzinare carbonio, contribuendo così alla mitigazione degli effetti dei cambiamenti climatici: circa il 53% delle aziende agricole giuridicamente strutturate in Italia adotta pratiche di agricoltura rigenerativa (Osservatorio Food Sustainability, 2025) e anche quelle della trasformazione alimentare stanno progressivamente privilegiando questo approccio.
La diffusione degli interventi di conservazione, ripristino e valorizzazione risulta dunque relativamente omogenea, evidenziando la possibilità di coesistenza tra approcci correttivi e preventivi. Inoltre, circa il 46% dei progetti mappati sono sviluppati tramite partnership con altre aziende o enti terzi, a conferma di un approccio sempre più orientato alla cooperazione e alla condivisione di competenze.

Al contrario, è ancora piuttosto limitata la diffusione delle pratiche di monitoraggio (18%), legate a complessità tecniche e scientifiche: tutti i progetti sono stati realizzati con fornitori di tecnologie avanzate, Università e altri enti esterni, non solo per il supporto tecnologico (monitoraggio satellitare, sensori bioacustici e IoT), ma anche per lo sviluppo di indicatori e modelli scientificamente validi per la misurazione degli impatti.

Il ruolo delle startup agro-tech

Anche nell’agroalimentare, l’innovazione proposta dalle startup riveste un ruolo strategico. Sono state analizzate 77 startup attive dal 2015 in Europa che operano a favore della biodiversità lungo le diverse fasi della filiera: circa la metà fornisce servizi diretti prevalentemente agli agricoltori, alle aziende alimentari e a quelle che operano nella gestione forestale e ambientale, ma è significativa è anche la presenza di fornitori di tecnologie, che nella maggior parte dei casi favoriscono la riduzione dell’uso di input chimici, delle risorse idriche e del suolo.

Percentuale di startup per target di riferimento. Ogni startup può essere rivolta a più di un attore dell’ecosistema, Strategie aziendali e soluzioni imprenditoriali per mettere la tutela degli ecosistemi al centro, PoliMi, 2025

Per quanto riguarda le tecnologie impiegate, le soluzioni digitali rappresentano oltre la metà delle soluzioni offerte dal campione analizzato: l’Intelligenza Artificiale, ad esempio, viene largamente utilizzata per il monitoraggio della biodiversità tramite l’elaborazione di dati satellitari e per la pianificazione e ottimizzazione delle pratiche rigenerative a partire dai dati sul suolo. Anche i droni trovano diverse applicazioni, dall’agricoltura di precisione per ridurre l’uso di agrofarmaci e fertilizzanti, alla piantumazione di alberi in aree difficilmente accessibili. Particolarmente diffuse anche le biotecnologie, utilizzate prevalentemente per lo sviluppo di soluzioni alternative agli input chimici tradizionali.

Percentuale di startup per tipologia di tecnologia utilizzata. Ogni startup può utilizzare più di una tecnologia (n=77), Strategie aziendali e soluzioni imprenditoriali per mettere la tutela degli ecosistemi al centro, PoliMi, 2025

Poche le start up impegnate sul monitoraggio della biodiversità

Tuttavia, il monitoraggio della biodiversità rimane un aspetto critico per il settore: solo il 16% delle startup analizzate propone tecnologie in questo campo, mentre il 44% offre soluzioni volte a conservare la varietà biologica, in particolare riducendo l’utilizzo di agrofarmaci e fertilizzanti chimici: dai bio-input e biostimolanti di nuova generazione a sistemi di biocontrollo basati sul rilascio di insetti, fino a tecnologie robotiche e digitali che impiegano sensori e intelligenza artificiale.

Sempre nel contesto delle attività di conservazione, il 29% delle startup è impegnato nella preservazione delle foreste, così come sono numerose le soluzioni per il ripopolamento degli insetti impollinatori, le tecnologie contro la desertificazione e il degrado del suolo. Infine, il 51% delle startup si dedica alla valorizzazione della biodiversità. Le soluzioni proposte includono tecnologie e servizi per pratiche agricole rigenerative (41% dei casi), coltivazione e valorizzazione di specie indigene e tradizionali (31%), soluzioni che riducono il consumo idrico (18%) e l’uso del suolo (15%).

Cosa serve per accelerare davvero sul fronte della biodiversità

L’analisi mostra un sistema imprenditoriale che sta muovendo passi significativi, ma ancora troppo lenti, verso una reale integrazione della biodiversità nelle strategie aziendali. Perché questa trasformazione diventi strutturale, servono tre leve fondamentali.

La prima è la misurazione. Senza dati solidi, coerenti e confrontabili, la biodiversità resta un concetto astratto, difficile da integrare nei processi decisionali e impossibile da valorizzare agli occhi di investitori e stakeholder. Manca ancora una grammatica comune: indicatori chiari, metodologie condivise, sistemi digitali affidabili per quantificare impatti e dipendenze. È una mancanza che pesa soprattutto sui settori più esposti, proprio come l’agroalimentare, dove la misurazione non è solo uno strumento tecnico, ma il prerequisito per dimostrare il valore di ogni intervento lungo la filiera.

La seconda è la scalabilità dell’innovazione. Startup e PMI stanno già sviluppando soluzioni tecnologiche avanzate, dal monitoraggio satellitare alle biotecnologie, ma la domanda da parte delle grandi aziende procede a rilento. Mancano bandi, schemi di incentivi e soprattutto partnership di filiera che trasformino progetti pilota in programmi industriali. Senza un mercato stabile, l’innovazione resta confinata a nicchie sperimentali e fatica a generare impatti sistemici.

Infine, il terzo punto è la capacità di attribuire un valore economico alla natura. Le imprese oggi riconoscono l’importanza strategica della biodiversità, ma spesso faticano a tradurla in analoghi economici: riduzione dei costi operativi, maggiore resilienza agli shock climatici, premi di mercato su prodotti certificati, benefici reputazionali e accesso a capitali “nature-positive”. Il report sottolinea come solo quando questi elementi saranno pienamente integrati nella contabilità aziendale, dal rischio fisico al valore del capitale naturale, la biodiversità potrà diventare una leva competitiva e non solo un impegno dichiarato.

Le aziende italiane sono dunque in una fase di transizione. Hanno iniziato a misurare, sperimentare, raccontare. Il passo successivo richiede strumenti più maturi, politiche chiare e una visione capace di unire ecosistemi naturali e modelli di business. Perché il futuro della competitività passa anche da qui: dalla capacità di proteggere e rigenerare la natura da cui l’economia stessa dipende.

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