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Green & Blue Talk

Acqua, risorsa da gestire in maniera più integrata per sostenere la crescita

L’acqua non è un bene illimitato e l’uso accorto della risorsa idrica è vitale. Per riuscirci bisogna innanzitutto avere consapevolezza del suo valore e poi monitorare i dati sui consumi e fare una pianificazione efficiente. Il quarto e ultimo incontro dei Green & Blue talk organizzati da Rcs Academy “Blu economy e tutela dell’ambiente” ha messo a confronto rappresentanti della Pubblica Amministrazione, imprese ed esperti.

Oggi viene stoccata solo il 10% dell’acqua piovana quando invece si potrebbe arrivare anche al 50%, ha esordito il ministro per la Protezione Civile e le Politiche del mare, Nello Musumeci sottolineando anche i danni derivanti dall’alternanza di siccità ed alluvioni e la necessità di opere relative a nuovi bacini mentre da 30 anni non viene realizzata una diga in Italia. Negli ultimi 50 anni in Italia, ha aggiunto, ci sono stati 6.000 morti per eventi calamitosi e questo rende sempre più pressante l’attività di pianificazione e prevenzione insieme a quella di risposta alle emergenze.

In particolare dal 2000 ad oggi i disastri causati dalle alluvioni sono aumentati quasi del 150% ma manca tuttora la consapevolezza dell’urgenza nelle istituzioni e nell’opinione pubblica e serve un’integrazione di tutte queste responsabilità, secondo il vice direttore generale della FAO, Maurizio Martina.

Manca anche la consapevolezza dei consumi di risorse come acqua ed energia da parte dei singoli e le tariffe giocano un ruolo importante: in Italia, ad esempio, l’acqua costa circa 2 euro al metro cubo e ogni italiano ne consuma circa 200 litri al giorno in Germania, invece, il costo sale intorno 6 euro e il consumo scende a 70 litri.

A proposito del dissesto idrogeologico Gianluca Comazzi, presidente AIPO e assessore al Territorio della Regione Lombardia, ha affermato che negli ultimi 5 anni è stato investito circa 1 miliardo di euro. E per il Seveso, alla ribalta della cronaca per le esondazioni a Milano, le vasche di laminazione dovrebbero essere pronte entro il 2024.

Nel corso del dibattito è emerso che non solo non è evidente per tutti il valore dell’acqua, sia dal punto di vista economico che da quello morale, ma che questo differisce a seconda dell’utilizzo che se ne fa. Si rende, quindi, necessario un approccio integrato. Finora si è dato per scontato, per esempio, che l’acqua nella falda sia inesauribile invece cresce l’esigenza di responsabilizzare ed integrare l’approccio per gli usi civili, irrigui e industriali. Per questo, per esempio, è stato realizzato un indicatore (M0) che dà la misura della pressione della domanda sulle falde acquifere, evidenziando la necessità di collaborazione tra utilities ed autorità dei distretti ha affermato Andrea Guerrini, Presidente WAREG e Commissario ARERA, ricordando l’elevata percentuale di perdite, oltre il 40%, delle nostre reti di distribuzione idrica.

Sulla stessa lunghezza d’onda Nicola Dell’Acqua, Commissario straordinario contro la siccità che ha rappresentato la necessità di un bilancio idrico.

Idroelettrico, la scadenza delle concessioni nel 2029 frena gli investimenti

L’idroelettrico ha accompagnato lo sviluppo industriale italiano, unica fonte energetica autoctona in un’Italia povera di materie prime fossili, ha affermato Renato Mazzoncini Ceo e General manager A2A. L’elettrificazione delle ferrovie e lo sviluppo delle acciaierie in Lombardia sono un esempio. Il nostro paese è il terzo produttore idroelettrico europeo, dopo Norvegia e Francia. Oggi questo settore, che rappresenta il 49% della produzione rinnovabile in Italia, deve fare i conti con il cambiamento climatico e la siccità che nel 2022 ha ridotto del 38% la produzione idroelettrica.

Sulla necessità di maggiori investimenti per l’irregimentazione delle acque è intervenuto anche Paolo Taglioli direttore generale Assoidroelettrica. In evidenza la scadenza del 2029 per le concessioni per il settore idroelettrico che rendono difficile l’attività di pianificazione degli investimenti da parte degli operatori del settore.

La sfida della decarbonizzazione per lo shipping

Il settore dello shipping contribuisce solo per il 3% per le emissioni di CO2 in atmosfera ma è molto impegnato nel percorso di riduzione delle emissioni, stabilito a livello internazionale, che punta alla neutralità climatica per il 2050, ha affermato Giosuè Vezzuto marine executive vice president di RINA.  Una sfida tecnologica importante per le oltre 100mila navi nel mondo, a partire dal tipo di carburante che dovrà essere poi effettivamente disponibile nei porti. La ricerca di combustibili alternativi deve tener conto delle differenze tra navi esistenti e nuove ma soprattutto delle caratteristiche di tali alternative: l’idrogeno, ad esempio, è difficile da maneggiare mentre se tutte le navi dovessero essere alimentate con la cosiddetta ammoniaca verde non sarebbe sufficiente l’intera produzione globale.

Porti: non solo crocevia di merci e persone ma anche di energia

I porti negli ultimi due anni sono diventati anche luoghi in cui creare e stoccare l’energia, ha sottolineato Fulvio Lino Di Blasio, presidente dell’Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Settentrionale. Molte le iniziative in materia di energia come l’elettrificazione delle banchine che permette alle navi di ormeggiare senza tenere accesi i motori. Si tratta di un sistema complesso, soprattutto per il mantenimento di una determinata tensione elettrica, a cui si sta lavorando con Terna ed altri soggetti, ha affermato Di Blasio.

Transizione energetica: impronta carbonica e idrica

Barbara Terenghi, chief sustainability officer di Edison ha messo in luce il legame tra energia e acqua, non solo nell’idroelettrico, ma anche per il raffreddamento di alcuni processi. Diventa riduttivo valutare solo l’impronta carbonica e occorre quindi considerare anche quella idrica, quando si valutano i processi di transizione energetica. Alcune tecnologie, infatti, come fotovoltaico ed eolico, possono essere vincenti su tutti e due i fronti.

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