La filiera estesa dell’acqua in Italia genera 384 miliardi di euro di valore aggiunto, pari al 20% del PIL. Il Libro Bianco 2026 di TEHA analizza il peso economico della risorsa idrica e le sfide legate al cambiamento climatico, investimenti e governance del settore.
L’acqua in Italia sostiene una quota rilevante dell’economia nazionale: la filiera estesa vale 384 miliardi di euro di valore aggiunto, pari a circa il 20% del PIL, coinvolge oltre 1,5 milioni di imprese e 3,6 milioni di occupati e rappresenta un fattore produttivo decisivo per agricoltura, industria, energia e infrastrutture digitali. Una ricchezza che però è messa sotto pressione dal cambiamento climatico e da una gestione delle infrastrutture spesso non efficiente. Infatti, siccità, alluvioni e mancato riciclo costano annualmente 227 euro pro capite, il doppio della media europea (112 euro per abitante), una cifra pari a 13,4 miliardi di euro (come se l’economia del nostro Paese si fermasse per due giorni e mezzo ogni anno), che fa dell’Italia il terzo Paese in UE27 per perdite economiche legate al clima.
Sono questi alcuni dei dati contenuti nel Libro Bianco Valore Acqua 2026 della Community Valore Acqua di TEHA – The European House Ambrosetti, che analizza il ruolo economico dell’acqua e le sfide legate alla gestione futura del sistema idrico italiano. Per farlo lo studio ricostruisce in modo sistematico la filiera estesa dell’acqua, che comprende sia il ciclo idrico integrato sia le attività economiche che dipendono direttamente dalla disponibilità della risorsa.
Il quadro che emerge è quello di una infrastruttura economica diffusa e trasversale, ma che necessita di nuovi investimenti, innovazione tecnologica e politiche più coordinate per sostenere la competitività del sistema produttivo e affrontare le pressioni legate alla crisi idrica.
Indice
Il peso economico della filiera dell’acqua in Italia
Secondo le stime di TEHA, la componente più rilevante della filiera è rappresentata dalle attività economiche che utilizzano l’acqua come input produttivo primario. Questo segmento genera 352 miliardi di euro di valore aggiunto, una quota predominante dell’intero sistema economico legato alla risorsa idrica.
Nello specifico, il settore agricolo, che conta oltre 1,1 milioni di imprese, produce 43,9 miliardi di euro di valore aggiunto e occupa quasi un milione di lavoratori. L’agricoltura, però, è anche il comparto che utilizza la quota più elevata dei prelievi idrici nazionali, pari a circa il 46%.
Accanto al settore primario si colloca il sistema industriale, dove le cosiddette industrie idrovore, dalla chimica al tessile, dalla metallurgia alla produzione alimentare, rappresentano una parte consistente della produzione manifatturiera italiana. Nel complesso queste attività generano 281,2 miliardi di euro di valore aggiunto e sostengono milioni di posti di lavoro grazie alle oltre 300.000 imprese attive.
Negli ultimi anni, inoltre, stanno emergendo nuovi ambiti produttivi legati alla transizione digitale. Tra questi figurano i data center, infrastrutture essenziali per l’economia dei dati ma caratterizzate da consumi energetici e idrici rilevanti, che nel 2024 hanno prodotto circa 1,4 miliardi di euro. Il restante valore aggiunto, infine, riguarda il settore energetico con 25,6 miliardi di euro.
A questi comparti si aggiunge il contributo del ciclo idrico esteso, che comprende le attività legate alla gestione della risorsa lungo tutte le fasi del servizio idrico integrato, dalla captazione alla potabilizzazione, dalla distribuzione alla depurazione fino al riuso, insieme alla rete di imprese che forniscono tecnologie, impianti e servizi necessari al funzionamento del sistema. Questo comparto genera 11,2 miliardi di euro di valore aggiunto diretto, ma l’impatto sull’economia è più ampio grazie all’attivazione delle catene di fornitura. Considerando quindi gli effetti indiretti e indotti, il ciclo idrico arriva a generare circa 31 miliardi di euro di valore aggiunto complessivo.
Nel complesso, sommando tutte le componenti della filiera, l’acqua si conferma quindi una risorsa abilitante per 384 miliardi di euro di valore aggiunto, pari a circa un quinto dell’intera economia italiana.

Infrastrutture, gestione della risorsa e crisi climatica: i problemi del sistema italiano
Nonostante il peso economico della filiera, il sistema idrico italiano mostra ancora diverse criticità legate alla gestione dell’acqua. A evidenziarlo è lo Scoreboard “Valore Acqua verso lo Sviluppo Sostenibile 2026” (VASS) elaborato dalla Community Valore Acqua di TEHA, uno strumento di analisi che confronta il posizionamento dell’Italia con quello dei principali Paesi europei in materia di gestione sostenibile dell’acqua.
Lo Scoreboard misura il contributo della filiera idrica al raggiungimento degli Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, attraverso l’analisi di 39 indicatori chiave di performance collegati a 10 Sustainable Development Goals direttamente o indirettamente legati alla risorsa idrica. Il sistema consente quindi di valutare punti di forza e debolezze del modello italiano rispetto agli altri Paesi europei e di individuare le priorità di intervento lungo tutta la filiera.
Dall’analisi emerge un posizionamento ancora debole nel confronto europeo. Secondo l’edizione 2026 dello Scoreboard, l’Italia registra solo il 30% degli indicatori nel secondo quartile e nessun indicatore idrico nel primo quartile. I quartili sono punti che suddividono una distribuzione di dati in quattro segmenti, ognuno dei quali rappresenta un quarto della distribuzione totale. I risultati dell’Italia evidenziano ritardi soprattutto in ambiti come l’efficienza delle infrastrutture, il riutilizzo delle acque reflue e la gestione integrata della risorsa.

Ritardi che non stupiscono dato che il 22% delle infrastrutture della rete idrica italiana ha più di 50 anni e che solo il 70,7% delle acque reflue domestiche viene trattato in modo sicuro, un livello che colloca l’Italia al 24° posto tra i Paesi dell’Unione europea. Anche il riutilizzo dell’acqua depurata rimane limitato: appena il 4% delle acque reflue viene riutilizzato, nonostante un potenziale stimato intorno al 15%.
A peggiorare la situazione c’è anche l’impatto socioeconomico dovuto al cambiamento climatico. Nel triennio 2022-2024, infatti, l‘Italia è stato il 3° Paese in UE27 per perdite economiche legate al clima: 227 Euro pro capite (il doppio della media UE27, pari a 112 Euro pro capite).

L’Italia è il Paese più idrovoro d’Europa
Con un’impronta idrica pari a circa 130 miliardi di metri cubi di acqua all’anno, l’Italia si conferma il Paese più idrovoro dell’Unione europea.

Nel confronto europeo il divario è significativo, con la media dei Paesi dell’UE che è pari a circa 30 miliardi di metri cubi, mentre l’Italia raggiunge i 130 miliardi, un livello superiore anche a quello di grandi economie come Germania e Francia. Il dato riflette la struttura produttiva del Paese, caratterizzata da settori manifatturieri e agricoli ad alta intensità idrica, ma anche una scarsa consapevolezza dei consumi nei cittadini.
Infatti, sebbene il 96% degli italiani dichiari di adottare comportamenti per ridurre i consumi idrici e più della metà (57%) dichiari un impegno concreto e quotidiano a tale fine, solo il 4% è in grado di quantificarli o li sottostima abbondantemente.

Investimenti, innovazione e governance: le priorità individuate dal report
Per affrontare queste sfide il Libro Bianco individua una serie di priorità di intervento che dovrebbero guidare lo sviluppo della filiera idrica nei prossimi anni.
Tra le priorità individuate dal report c’è innanzitutto il rafforzamento degli investimenti nel settore idrico, anche attraverso il ricorso a finanziamenti pubblici e privati e un quadro normativo più favorevole allo sviluppo e al consolidamento del settore.
Un’altra priorità riguarda l’aggiornamento delle infrastrutture con l’obiettivo di aumentare la capacità di stoccaggio e promuovere modelli di gestione più circolari della risorsa, favorendo il recupero e il riutilizzo delle acque depurate e una maggiore efficienza nell’utilizzo lungo tutta la filiera.
Il report sottolinea inoltre il ruolo crescente delle tecnologie digitali nella gestione delle reti e delle infrastrutture idriche. La digitalizzazione della filiera, attraverso sistemi di monitoraggio, analisi dei dati e automazione, rappresenta infatti uno dei fattori chiave per migliorare l’efficienza operativa, ridurre le perdite e ottimizzare l’uso della risorsa. Non a caso, secondo la survey condotta tra i gestori del Servizio Idrico Integrato, il 100% degli operatori indica le tecnologie smart tra le principali priorità di investimento nei prossimi due o tre anni, insieme agli interventi legati all’energia rinnovabile e all’efficienza energetica. Subito dopo si collocano le iniziative di digitalizzazione finalizzate alla riduzione delle perdite idriche, indicate dall’89% dei gestori.
Accanto agli aspetti tecnologici emerge anche la necessità di rafforzare la disponibilità di competenze specialistiche. Il Libro Bianco evidenzia che quasi il 76% degli operatori del settore considera prioritario rafforzare le politiche di formazione e attrazione dei talenti, in particolare per figure tecniche e professionali legate alla gestione delle infrastrutture idriche e delle tecnologie digitali.
Tra le professionalità più richieste figurano in particolare ingegneri idraulici e ambientali, indicati come le figure più strategiche per lo sviluppo del settore ma allo stesso tempo tra le più difficili da reperire sul mercato del lavoro.

Infine, il report sottolinea la necessità di diffondere una maggiore consapevolezza sul valore della risorsa idrica tra cittadini, istituzioni e imprese, promuovendo un utilizzo più responsabile dell’acqua e modelli produttivi sempre più orientati all’efficienza e alla sostenibilità.
