COP30

Cambiamento climatico

Transizione climatica in stallo: cosa ci lascia in eredità la COP30

La trentesima Conferenza delle Parti sul clima delle Nazioni Unite (COP30), ospitata a Belém in Brasile, si è chiusa con un risultato che ha mostrato con chiarezza quanto oggi sia difficile trovare un punto di equilibrio globale sulla lotta al cambiamento climatico. L’obiettivo dichiarato di accelerare le politiche per mantenere l’aumento della temperatura entro 1,5°C è stato ribadito, ma senza una reale introduzione di strumenti operativi in grado di rendere questa prospettiva più concreta.

Il risultato finale della conferenza è racchiuso nella Global Mutirão Decision che, pur confermando gli impegni di principio, non riesce a trasformarli in meccanismi chiari e verificabili. Le aspettative, alimentate nei mesi precedenti dalla presidenza brasiliana, si sono infatti scontrate con un contesto geopolitico segnato da tensioni e differenze di vedute difficilmente conciliabili.

L’accordo è dunque il risultato di due settimane di confronti tra i circa 200 Paesi che hanno partecipato alla COP30, Stati Uniti esclusi poiché hanno deciso di non partecipare al summit.

Il negoziato sul Global Mutirão Decision: il centro dello scontro politico

Il documento finale è stato il punto più complesso del negoziato. Da un lato l’Unione europea ha spinto per un linguaggio più incisivo su adattamento, finanza e transizione energetica; dall’altro il gruppo dei paesi Like-Minded Developing Countries (LMDC) e diversi Stati produttori di petrolio e gas hanno frenato qualsiasi riferimento che potesse essere interpretato come un vincolo diretto sull’uscita dai combustibili fossili. Il risultato? I combustibili fossili non compaiono in alcun passaggio del testo e la transizione energetica viene richiamata solo in modo indiretto, attraverso riferimenti a decisioni passate che non definiscono tempistiche o modalità precise.

L’adattamento è stato uno dei punti più delicati: il nuovo obiettivo finanziario è stato posticipato al 2035 e, pur prevedendo risorse maggiori, è inserito in una cornice di finanziamenti molto ampia che include anche strumenti di prestito, aumentando l’incertezza sulla reale disponibilità di fondi immediatamente utilizzabili dai paesi più vulnerabili. Anche sul tema del commercio internazionale la discussione è stata intensa: il testo riconosce che le misure unilaterali possono avere conseguenze negative e apre un dialogo pluriennale che riflette in larga parte le preoccupazioni dei paesi emergenti.

La parte relativa alla finanza pubblica, legata all’articolo 9.1 dell’Accordo di Parigi, ha subito una revisione che ha diluito la sua forza originaria, mentre l’intero capitolo sull’implementazione dell’Accordo si affida a strumenti ancora indefiniti. Il Global Implementation Accelerator, un’iniziativa collaborativa e volontaria lanciata sotto la guida delle presidenze della COP30 e della COP31 per supportare i paesi nell’attuazione dei loro NDC e dei piani nazionali di adattamento (NAP), viene lanciato senza una struttura operativa precisa e con un orizzonte che rimanda il primo resoconto alla fine del 2026. La stessa Missione Belém per 1,5°C, una piattaforma orientata all’azione nell’ambito della triade COP29-COP31 per promuovere una maggiore ambizione e cooperazione internazionale in materia di mitigazione, adattamento e investimenti, ha un mandato generale e non stabilisce tappe concrete di lavoro.

Le grandi assenze: fossili, deforestazione e leadership politica

Come già sottolineato, nonostante le dichiarazioni iniziali della presidenza brasiliana, nel testo finale non entra alcun impegno esplicito sulla progressiva eliminazione delle fonti fossili. Molti paesi, tra cui diverse economie del Sud globale e numerosi produttori di idrocarburi, si sono opposti a qualsiasi formulazione che potesse anche solo suggerire un calendario di riduzione.

Allo stesso modo, l’obiettivo di porre fine alla deforestazione non trova una collocazione centrale e resta confinato a riferimenti generali. Un punto che fa riflettere visto anche dove si è tenuta la COP30, nel cuore verde di una delle foreste più a rischio del mondo, l’Amazzonia. L’accordo ha solo ribadito quanto era già stato definiti nelle COP26 di Glasgow ovvero che i Paesi si sono impegnati a stanziare 12 miliardi di dollari per fermare la deforestazione oltre ai 7 miliardi promessi dalle società private.

Per evitare che questi temi sparissero completamente dal dibattito, il presidente di COP30 ha annunciato l’avvio autonomo di due percorsi dedicati: uno sulla transizione energetica e uno sulla lotta alla deforestazione. Questi processi non hanno ancora una definizione negoziale formale, ma saranno sviluppati nel corso dell’anno e avranno un ruolo importante nel preparare il terreno politico verso COP31.

Gli altri risultati: transizione equa, adattamento e diritti

Accanto al testo Mutirão, sono state approvate quindici decisioni su temi specifici. Tra le più rilevanti c’è la creazione del Belém Action Mechanism, una struttura che dovrà essere definita nei dettagli entro la COP31 e che avrà il compito di sostenere i paesi più fragili nella trasformazione dei loro sistemi economici in una prospettiva di equità sociale. È un tentativo di dare forma all’idea di “transizione giusta”, riconoscendo che la decarbonizzazione può avere costi significativi per molte economie.

Notevole anche il passo avanti sugli indicatori dell’obiettivo globale sull’adattamento, con l’approvazione di 59 parametri dopo anni di blocchi. Il pacchetto prevede inoltre un processo politico biennale di aggiornamento, che dovrà armonizzare gli indicatori con le esigenze dei paesi soggetti agli impatti più gravi del cambiamento climatico.

Un elemento particolarmente interessante riguarda il riconoscimento dei diritti dei popoli indigeni e, per la prima volta, delle comunità afrodiscendenti all’interno dei testi ufficiali dell’UNFCCC. Le loro rivendicazioni entrano così in più decisioni, comprese quelle sulla transizione, sul genere e sull’adattamento, segnando un ampliamento del perimetro dei diritti oggi legati alle politiche climatiche.

La finanza climatica: obiettivi ambiziosi, strumenti ancora insufficienti

La COP30 dedica ampio spazio al tema della finanza climatica, ribadendo il principio secondo cui i paesi sviluppati devono fornire le risorse necessarie affinché i paesi in via di sviluppo possano attuare le proprie strategie climatiche. Il Global Mutirão richiama con forza la necessità di aumentare i flussi finanziari e di rendere più semplice l’accesso ai fondi, sottolineando come il costo dell’inazione sia ormai superiore a quello della transizione.

Nello specifico la COP30 ha dichiarato la necessità di mobilitare almeno 1,3 trilioni di dollari all’anno entro il 2035 per sostenere la transizione globale. Allo stesso tempo, viene richiesto ai paesi sviluppati di triplicare i fondi per l’adattamento entro il 2035 e di rafforzare il sostegno al Fondo per Perdite e Danni, recentemente avviato. Sebbene manchi una definizione puntuale delle fonti e dei meccanismi di contribuzione, il quadro delineato lascia intendere una crescente pressione sul settore finanziario internazionale per allineare flussi di capitale, strumenti di investimento e criteri ESG agli obiettivi climatici.

Per il mondo finanziario e per gli investitori ESG, l’esito della COP offre un quadro misto. Da un lato emerge la certezza che la transizione continua a essere un processo strutturale e inevitabile, dall’altro la mancanza di un forte segnale sui combustibili fossili rende meno immediata la definizione di strategie di investimento basate su scenari più netti. La direzione generale è quindi chiara, ma la velocità resta incerta.

Verso la COP31: rilanciare il processo multilaterale

La prossima conferenza sul clima, la COP31, si terrà nel 2026 in Turchia, con una co-presidenza australiana che rappresenterà gli interessi dei paesi insulari del Pacifico. Dopo il clima teso che ha caratterizzato Belém, l’appuntamento del prossimo anno punta a riportare ordine e metodo nel processo. Il paragone più frequente è con quanto avvenne nel 2010, quando la COP16 di Cancun riuscì a rimettere in carreggiata un percorso negoziale quasi compromesso dal fallimento di Copenaghen.

Per far sì che il prossimo anno rappresenti davvero un cambiamento, molti osservatori ritengono necessario rivedere alcune regole operative e creare forme stabili di coordinamento, lavorando a una struttura che somigli di più a un organo permanente di sicurezza ambientale. L’esito di COP31 dipenderà molto anche dall’evoluzione del contesto geopolitico, ma fin d’ora è evidente che la credibilità dell’intero processo richiederà un impegno molto più deciso.

Qui è possibile leggere il documento finale della COP30.

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