Luca Unipol

Intervista

Giordano (Unipol): oltre la protezione, il ruolo delle assicurazioni per una società più resiliente

Soltanto il 16,8% delle imprese italiane risulta coperto contro gli eventi catastrofali. La percentuale raggiunge il 97% tra le grandi aziende, ma scende al 14% per le microimprese. Alla scarsa diffusione delle polizze si aggiunge la difficoltà di passare dalla consapevolezza all’azione: oltre il 70% delle imprese coinvolte in una ricerca condotta in Veneto non aveva ancora realizzato né programmato investimenti per adattarsi ai rischi fisici del clima.

Come colmare questa distanza, soprattutto tra le PMI? Secondo Luca Giordano, Head of CSR, Attività Regolamentari e Operatività Infragruppo di Unipol Assicurazioni, il contributo del settore deve cominciare prima del sinistro. Dati, modelli di valutazione e strumenti di prevenzione possono aiutare le aziende a individuare le proprie vulnerabilità, comprese quelle nascoste lungo la catena di fornitura, e a scegliere dove intervenire.

Nell’intervista Giordano racconta come sta cambiando il rapporto tra compagnie e imprese, illustra gli strumenti sviluppati da Unipol per valutare i rischi climatici e affronta la possibilità che alcune attività o territori diventino difficili da assicurare. Sullo sfondo, un’idea precisa: la polizza resta essenziale ma, da sola, non basta a proteggere un sistema produttivo sempre più esposto agli eventi estremi.

Che ruolo può giocare il settore assicurativo nella transizione verso un’economia più sostenibile?

Il settore assicurativo può supportare la transizione da una posizione particolare, perché può agire contemporaneamente su tre leve. Innanzitutto, può farlo nel suo ruolo “tradizionale” di assicuratore (risk carrier), accompagnando famiglie e imprese nell’affrontare rischi che cambiano e sviluppando soluzioni per nuove tecnologie e modelli produttivi. In secondo luogo, come risk manager: le competenze dell’assicurazione possono essere messe a disposizione non soltanto per trasferire il rischio, ma per comprenderlo, prevenirlo e ridurlo, contribuendo alla resilienza di imprese e territori. Infine, come investitore istituzionale: gli assicuratori europei investono quasi 9.500 miliardi di euro (circa il 70% in Europa), una massa di risorse che attribuisce al settore un ruolo importante nel finanziamento dell’economia e della transizione. La sfida è accompagnare il cambiamento, facendo evolvere l’assicurazione dalla sola protezione a un ruolo più ampio di partner di famiglie, imprese e territori.

Le aziende italiane stanno sviluppando una maggiore capacità di valutare i rischi?

La consapevolezza dei rischi sta crescendo, ma il passaggio dalla percezione alla capacità di valutarli e soprattutto di agire rimane incompleto. Una ricerca del progetto GRINS, condotta nel 2024 su oltre 2.000 imprese venete, restituisce un quadro quasi diviso a metà: il 50,4% mostra una percezione medio-alta degli impatti climatici sulla propria attività, mentre il 49,6% ancora bassa. La distanza aumenta quando si passa all’azione: rispetto ai rischi fisici, oltre il 70% delle imprese analizzate adotta ancora un approccio “wait and see”, senza investimenti di adattamento realizzati né programmati. È qui che l’assicurazione può dare un contributo importante, mettendo a disposizione dati, competenze e strumenti che aiutino soprattutto le PMI a conoscere la propria esposizione e vulnerabilità e a trasformare questa conoscenza in scelte di prevenzione.

L’obbligo di assicurazione contro gli eventi catastrofali ha rappresentato una svolta nel rapporto tra imprese e rischio climatico. Qual è il bilancio di questa prima fase? 

Il primo bilancio è positivo soprattutto perché l’obbligo ha fatto entrare il rischio catastrofale nelle decisioni delle imprese come un tema strutturale di gestione, ma il percorso è ancora lungo. Le stime ANIA mostrano coperture catastrofali molto differenziate per dimensione: 97% delle grandi imprese, 51% delle medie, 46% delle piccole e appena 14% delle microimprese. Il Presidente di ANIA ha fornito a settembre 2026 un dato aggiornato: nel complesso, solo il 16,8% delle imprese italiane risulta al momento coperto. L’obbligo ha creato il mercato, ora occorre trasformare l’adempimento in cultura del rischio. La polizza è indispensabile, ma il passaggio successivo è aiutare soprattutto le PMI a conoscere la propria esposizione e investire in misure che riducano vulnerabilità e danni. La sfida è costruire un sistema in cui assicurazione, prevenzione e adattamento procedano insieme, rafforzando la resilienza del sistema produttivo.

Quali sono i rischi climatici che le imprese italiane tendono ancora a sottovalutare?

Una recente ricerca su 350 PMI italiane rileva che solo il 34% attribuisce al rischio climatico un ruolo significativo o centrale nel proprio sistema di gestione dei rischi, mentre appena il 14% ha adottato misure per la continuità operativa e la resilienza.

Ma più che i singoli eventi, si tende ancora a sottovalutare la loro capacità di propagarsi all’interno dell’impresa. Un’alluvione non significa soltanto danni a un capannone o a un impianto: può comportare interruzione dell’attività, problemi di approvvigionamento, blocchi della filiera e minore produttività. Particolare attenzione meritano inoltre i rischi cronici, meno immediatamente percepibili, come caldo estremo, siccità e disponibilità d’acqua. La sfida è conoscere non soltanto il pericolo, ma la vulnerabilità specifica dell’impresa e della sua catena del valore, per intervenire prima che il rischio diventi danno.

Come sta cambiando il rapporto tra assicurazione e impresa? Si sta passando da una logica di semplice trasferimento del rischio a un modello di partnership in cui la compagnia aiuta l’azienda a identificare e ridurre i rischi? 

Questa è una delle evoluzioni più importanti per il settore. Il trasferimento del rischio resta naturalmente il “cuore” dell’assicurazione, ma oggi può inserirsi in una relazione molto più ampia. L’assicuratore può mettere a disposizione dell’impresa non soltanto capacità finanziaria di risarcimento, ma dati, modelli di valutazione e competenze tecniche. La partnership può inoltre allargarsi ad altri soggetti: se l’assicurazione contribuisce a individuare gli interventi che riducono il rischio e il sistema finanziario aiuta l’impresa a realizzarli, si può creare un circolo virtuoso tra prevenzione, finanziamento e assicurazione. La direzione è passare da un rapporto che si attivava soprattutto dopo il danno a una relazione che comincia prima del danno, nella quale l’assicuratore diventa partner nella costruzione della resilienza dell’impresa.

Tipicamente, l’assicurazione interviene solo dopo che un danno si è verificato. Come può rafforzare la capacità di prevenzione e adattamento delle imprese e quali strumenti avete sviluppato?

La resilienza si costruisce attraverso un approccio integrato e trasversale, che accompagna l’intero ciclo del rischio e coinvolge funzioni, competenze e strumenti diversi. Si parte dalla conoscenza evoluta dei rischi, attraverso dati, modelli e analisi delle esposizioni. Seguono engagement e advocacy, perché costruire resilienza richiede collaborazione tra imprese, istituzioni e territori e una più diffusa cultura del rischio. La conoscenza deve poi trasformarsi in prevenzione: Unipol con LIFE DERRIS e il CRAM Tool supporta le PMI nella valutazione dei rischi climatici e nell’individuazione delle misure di adattamento; con LIFE ADA e l’ADA Tool ha esteso l’approccio al settore agricolo, e con il tool HomeSafe a case e condomini. Seguono allerta e protezione, con strumenti come l’Alert Meteo e con l’integrazione della conoscenza del rischio nei processi di assunzione e pricing. Infine, c’è la gestione dell’evento, dove l’obiettivo è intervenire in modo sempre più rapido e proattivo. Unipol ha innovato il proprio modello di gestione dei sinistri Nat-Cat, che punta ad anticipare il supporto ai clienti nelle aree colpite, anche attraverso servizi di pronto intervento per contenere i danni e i rischi ambientali. Gli strumenti digitali consentono inoltre di classificare tempestivamente il sinistro e stimarne gravità ed entità, accelerando l’attivazione del supporto e il processo di liquidazione. 

Quali nuovi prodotti assicurativi state sviluppando per rispondere ai rischi legati alla transizione e al cambiamento climatico? 

L’innovazione dell’offerta deve muoversi in due direzioni complementari: proteggere rispetto agli effetti del cambiamento climatico e accompagnare la transizione dei clienti. Sul primo fronte significa sviluppare coperture per i rischi climatici sempre più integrate con valutazione del rischio, prevenzione e servizi. Sul secondo significa individuare soluzioni che possano accompagnare l’adozione di tecnologie, investimenti e comportamenti coerenti con la transizione ambientale. Il nostro Piano individua, infatti, tra le priorità sia la resilienza di imprese e persone al cambiamento climatico sia il sostegno alla transizione ambientale. 

La sfida non è quindi semplicemente aggiungere nuove garanzie, ma far evolvere l’offerta affinché protezione assicurativa, servizi e conoscenza del rischio accompagnino concretamente la trasformazione dei clienti.

Quanto è importante ampliare la valutazione del rischio dalla singola sede dell’impresa all’intera filiera? 

È fondamentale, perché la vulnerabilità di un’impresa non coincide con quella dei suoi stabilimenti. Un evento climatico può colpire un fornitore critico, un’infrastruttura logistica o un nodo della catena di approvvigionamento e interrompere l’attività anche senza produrre alcun danno diretto alla sede. Per questo occorre passare dal singolo asset a una visione di filiera, capace di individuare da quali soggetti, territori, infrastrutture e risorse dipenda la continuità dell’impresa. L’assicurazione può contribuire mettendo le proprie capacità di analisi e i propri dati al servizio di una lettura più ampia delle esposizioni e delle dipendenze critiche, aiutando a individuare vulnerabilità e possibili misure per la continuità operativa. Un’impresa può essere perfettamente integra e tuttavia non essere in grado di produrre: per questo la valutazione del rischio deve uscire dai confini dello stabilimento e guardare all’intera filiera.

C’è un rischio di arrivare a una situazione di “non assicurabilità” di alcuni territori o attività?

Sì, è un rischio concreto e le autorità europee lo stanno indicando con crescente chiarezza. EIOPA avverte che l’aumento della frequenza e dell’intensità degli eventi climatici può ridurre nel tempo sia l’accessibilità economica sia la disponibilità delle coperture. Nell’aprile 2026 la presidente Petra Hielkema ha affermato esplicitamente che la non assicurabilità può diventare un problema concreto per determinate regioni e rischi in assenza di rapidi progressi nella mitigazione e nella condivisione del rischio, in un contesto in cui, negli ultimi decenni, in Europa soltanto circa un quarto delle perdite causate dagli eventi meteorologici estremi e climatici è risultato assicurato.

La non assicurabilità, però, non è inevitabile: ridurre la vulnerabilità attraverso prevenzione e adattamento contribuisce a preservare disponibilità e accessibilità delle coperture. La vera sfida non è semplicemente continuare ad assicurare rischi crescenti, ma lavorare insieme per evitare che quei rischi diventino non assicurabili. Ed è una responsabilità che non può ricadere soltanto sull’assicurazione: richiede investimenti in prevenzione e adattamento da parte delle imprese, interventi sui territori e sulle infrastrutture e forme efficaci di collaborazione tra pubblico e privato.

E come gruppo quali sono le azioni che avete attuato per aumentare la vostra sostenibilità e resilienza?

Ci siamo impegnati per integrare la sostenibilità nel nostro modo di fare impresa, agendo sulle attività dirette ma soprattutto sulle nostre leve caratteristiche di assicuratore e investitore. Sul clima abbiamo assunto l’obiettivo di ridurre entro il 2030 del 63% le emissioni operative Scope 1 e 2 rispetto al 2019 e del 50% l’intensità carbonica di specifici portafogli di investimento rispetto al 2022. A fine 2025 quest’ultima era scesa da 59 (baseline) a 25,3 tonnellate di CO₂eq per milione di euro investito, mentre le emissioni operative sono scese del 60,1% rispetto alla baseline. Il Piano prevede inoltre di portare a 1.800 milioni di euro entro il 2027 gli investimenti tematici a sostegno dell’Agenda 2030, e nel 2025 sono stati raggiunti i 1.715 milioni di euro. Il contributo più caratteristico dell’assicurazione riguarda la resilienza: sviluppare protezione, prevenzione e conoscenza del rischio per persone e imprese e collaborare con territori e istituzioni. L’obiettivo è rendere più sostenibile e resiliente non soltanto il Gruppo, ma l’insieme di persone, imprese e territori che proteggiamo.


Non perderti le nostre notizie: Aggiungi ESGnews alle tue fonti preferite su Google
Scopri come ESGnews e i suoi partner possono aiutarti.