L’ESG Outlook 2026 di CRIF fotografa una situazione sostanzialmente stabile rispetto al 2024, ma cresce la quota di imprese nelle classi di rischio più elevate. Aumenta anche l’esposizione dei finanziamenti, mentre caldo estremo, alluvioni e terremoti si confermano le principali minacce.
Oltre un terzo delle piccole e medie imprese italiane è oggi esposto a un livello di rischio fisico alto o molto alto a causa degli impatti del cambiamento climatico. È quanto emerge dal focus dedicato ai rischi fisici dell’ESG Outlook 2026 di CRIF, l’osservatorio annuale sulla sostenibilità giunto alla quarta edizione, che ha analizzato oltre 315.000 PMI e più di 600 grandi aziende italiane attraverso il Data Lake ESG aggiornato a dicembre 2025.
Lo studio evidenzia un quadro sostanzialmente stabile rispetto all’anno precedente, ma con un lieve spostamento verso le classi di rischio più elevate. La fascia “Media” resta quella più rappresentata, coinvolgendo il 39,5% delle PMI, mentre le classi “Alto” e “Molto Alto” interessano complessivamente il 36,6% delle imprese (30% e 6,6% rispettivamente), rispetto al 36,3% rilevato nel 2024 (in cui si contava il 29,4% di imprese nella fascia alta, e il 5,9% in quella molto alta).

Dal lato dell’esposizione creditizia, il 34,3% dei finanziamenti erogati a PMI risulta associato alle classi di rischio più elevate, rispetto al 33,4% dell’anno precedente. Un dato che evidenzia come la capacità di misurare e monitorare questi fattori diventa sempre più rilevante per banche, investitori e imprese.

“Oltre un terzo delle PMI nel nostro Paese è purtroppo esposto a livelli di rischio fisico alti o molto alti: un dato di dimensioni rilevanti che non si può ignorare. I rischi fisici legati al verificarsi di fenomeni naturali estremi non sono più uno scenario futuro ma una variabile presente, misurabile e sempre più rilevante nelle decisioni di credito e di investimento”, osserva Marco Macellari, CEO di CRIF Synesgy Ratings. “Per questo è fondamentale disporre di strumenti analitici in grado di valutare e gestire questa esposizione in modo consapevole e strutturato”.
Secondo Macellari, la sostanziale stabilità del quadro rispetto al 2024 non deve essere interpretata come un segnale di attenuazione del fenomeno. “La ricomposizione, seppur contenuta, verso le classi di rischio più elevate conferma che si tratta di una dinamica strutturale e non congiunturale”.
Per stimare il profilo di rischio delle aziende, CRIF ha sviluppato insieme a RED (Risk Engineering and Development) un modello che integra 18 fattori di rischio (acuti, cronici e sismici) con tre dimensioni di analisi: la pericolosità geografica (ovvero la probabilità di accadimento di un certo evento naturale in funzione della posizione geografica dell’impresa), la vulnerabilità (ovvero stima degli impatti economici che il verificarsi di un certo evento naturale può determinare sull’impresa, in funzione del settore economico in cui opera) e l’esposizione (ossia il valore degli asset e della produzione dell’azienda su cui possono incidere negativamente gli eventi naturali). Le elaborazioni si estendono fino al 2049 e restituiscono uno score compreso tra 1 (rischio basso) e 5 (rischio molto alto).
I fattori di rischio più rilevanti: alte temperature, alluvioni e terremoti
Tra i fattori analizzati, lo stress da alte temperature e le ondate di calore continuano a rappresentare le minacce più diffuse in termini di esposizione almeno moderata (PEAR – Potential Exposure At Risk). Le alluvioni sono invece il fenomeno che registra la crescita più significativa rispetto al 2024.

Considerando invece i livelli di esposizione almeno elevata (PESAR – Potential Exposure Seriously At Risk), il terremoto si conferma il rischio più rilevante, con valori sostanzialmente stabili nel tempo in quanto indipendenti dalle dinamiche climatiche, mentre gli incrementi più evidenti riguardano alluvioni e frane, anche per effetto dell’aggiornamento dei modelli di stima.

La distribuzione territoriale del rischio fisico
L’analisi evidenzia inoltre una forte eterogeneità territoriale.
Sicilia, Calabria ed Emilia-Romagna presentano i livelli medi di rischio più elevati, mentre Piemonte, Molise, Lombardia e Toscana risultano le regioni meno esposte.
Se si considerano esclusivamente le situazioni di rischio elevato (PESAR), i valori maggiori si registrano invece in Valle d’Aosta, Calabria e Sicilia.

“L’eterogeneità geografica che emerge dall’analisi rende sempre più necessarie valutazioni puntuali e georeferenziate, capaci di supportare le decisioni di credito e le strategie aziendali. La sostenibilità è ormai una leva strutturale nella gestione del rischio e nella creazione di valore nel lungo periodo” conclude il CEO di CRIF Synesgy Ratings.
