clima ONU | ESG News

Emission Gap Report, UNEP

ONU: il mondo rischia un “collasso climatico”, siamo sulla traiettoria di +2,8°C

L’attuale traiettoria delle politiche climatiche globali porta verso un aumento medio della temperatura terrestre di circa 2,8°C, un livello definito “catastrofico” per la stabilità del sistema climatico. È quanto emerge dall’ultimo rapporto dell’UNEP (UN Environment Programme), il dipartimento per la tutela ambientale dell’ONU, Emissions Gap Report 2025.

Il Segretario Generale António Guterres ha ribadito che il superamento della soglia di 1,5°C rispetto all’era preindustriale è ormai “inevitabile”, sottolineando che “ogni giorno il percorso verso un futuro vivibile diventa più difficile”.

Il rapporto arriva a pochi giorni dai negoziati sul clima in Brasile, dove gli Stati Uniti non parteciperanno e dove molti leader mondiali mancheranno al vertice dei capi di Stato in preparazione della COP30.

Le Nazioni Unite segnalano che i nuovi piani climatici nazionali presentati per il prossimo decennio non producono progressi significativi. Anche se pienamente attuati, porterebbero a un riscaldamento di 2,5°C, o di 2,3°C se non accompagnati da giusti supporti finanziari.

Rispetto alla valutazione dello scorso anno, il miglioramento stimato di 0,3°C è dovuto in gran parte a fattori tecnici e statistici, mentre solo 0,1°C deriva da politiche realmente più efficaci.

L’analisi si basa sul cosiddetto “emissions gap”, ovvero il divario tra le emissioni attuali di gas serra e i livelli compatibili con il contenimento del riscaldamento globale entro 1,5°C.

Nel 2024, le emissioni mondiali sono aumentate del 2,3% a causa di deforestazione, incendi e maggiore consumo di combustibili fossili, ma anche del fenomeno El Niño. Solo l’Unione Europea ha registrato un calo delle emissioni, pur non avendo ancora fissato nuovi obiettivi climatici ufficiali.

L’ONU stima che, per rispettare i limiti fissati dall’Accordo di Parigi, servirebbe ridurre il divario di 12 miliardi di tonnellate di CO₂ equivalente all’anno per restare sotto i 2°C, e di 23 miliardi per contenere il riscaldamento a 1,5°C.

Tuttavia, i Paesi non sono sulla buona strada per rispettare gli obiettivi del 2030, né quelli del 2035. Come ha ricordato Inger Andersen, direttrice del Programma ONU per l’Ambiente: “Le nazioni hanno avuto tre occasioni per mantenere le promesse fatte a Parigi, ma ogni volta hanno mancato l’obiettivo.”

“Fuori rotta”: l’allarme dell’ONU

Il rapporto dell’UNEP rileva che, al 30 settembre 2025, solo 60 Paesi firmatari dell’Accordo di Parigi — responsabili del 63% delle emissioni globali di gas serra — avevano presentato o annunciato nuovi obiettivi di riduzione (NDC) per il 2035.

Oltre al ritardo negli impegni, persiste un enorme gap di attuazione: la maggior parte dei Paesi non è nemmeno in linea per raggiungere i target fissati per il 2030.

Per allinearsi agli obiettivi dell’Accordo di Parigi sarebbero necessari tagli rapidi e senza precedenti alle emissioni globali. Tuttavia, nel 2024 le emissioni sono aumentate del 2,3%, raggiungendo 57,7 miliardi di tonnellate di CO₂ equivalente.

Secondo le proiezioni ONU, entro il 2030 le emissioni dovrebbero diminuire del 25% rispetto ai livelli del 2019 per contenere il riscaldamento entro 2°C, e del 40% per restare entro 1,5°C. Restano solo cinque anni per raggiungere questi traguardi.

Anche con la piena attuazione di tutti gli impegni attuali, le emissioni globali del 2035 si ridurrebbero solo del 15% rispetto al 2019 — ben al di sotto del 35% necessario per restare entro 2°C e del 55% per il limite di 1,5°C. Il ritiro degli Stati Uniti dagli impegni dell’Accordo di Parigi peggiorerebbe ulteriormente le stime.

Superare 1,5°C è ormai inevitabile, ma ogni decimo di grado conta

Le dimensioni dei tagli necessari e il tempo limitato per realizzarli rendono ormai inevitabile che la temperatura media globale superi 1,5°C entro il prossimo decennio.
Riduzioni severe e immediate delle emissioni potrebbero ritardare e limitare questo superamento, ma non evitarlo del tutto.

L’obiettivo principale diventa quindi ridurre al minimo la durata e l’intensità del superamento, per tornare a 1,5°C entro il 2100.

Ogni frazione di grado in meno significa evitare danni più gravi, ridurre perdite economiche, sanitarie e ambientali e limitare il rischio di punti di non ritorno climatici.
Limitare l’overshoot ridurrebbe anche la necessità di fare affidamento su tecnologie costose e incerte di rimozione del carbonio, che dovrebbero eliminare in modo permanente circa cinque anni di emissioni globali per ogni 0,1°C di riscaldamento da compensare.

L’UNEP ha analizzato uno scenario di “azione rapida dal 2025”, in cui l’aumento temporaneo della temperatura sarebbe limitato a circa 0,3°C, con una probabilità del 66%, per poi tornare a 1,5°C entro fine secolo.
Per raggiungere questo risultato, le emissioni dovrebbero calare del 26% entro il 2030 e del 46% entro il 2035 rispetto ai livelli del 2019.

Le soluzioni esistono, ma la volontà politica resta debole

A dieci anni dall’adozione dell’Accordo di Parigi, le previsioni di riscaldamento globale sono scese da 3–3,5°C a circa 2,8°C, ma non abbastanza.

Le tecnologie necessarie per ridurre drasticamente le emissioni sono già disponibili: l’energia eolica e solare stanno crescendo rapidamente, i costi di produzione calano e le soluzioni a basse emissioni sono più accessibili che mai.
Il potenziale per accelerare l’azione climatica esiste, ma serve una volontà politica forte e coordinata.

Per farlo, sarà necessario affrontare un contesto geopolitico complesso, aumentare in modo massiccio il sostegno finanziario ai Paesi in via di sviluppo e riformare l’architettura finanziaria internazionale per orientare capitali e investimenti verso la transizione verde.

“Le soluzioni esistono già. Dalla rapida diffusione delle energie rinnovabili a basso costo alla riduzione delle emissioni di metano, sappiamo cosa va fatto. Ora è il momento che i Paesi investano davvero nel proprio futuro con un’azione climatica ambiziosa, un’azione capace di generare una crescita economica più rapida, una salute migliore, più posti di lavoro, sicurezza energetica e resilienza.” ha dichiarato Andersen.

Il ruolo decisivo del G20

Il rapporto sottolinea che il ruolo del G20 sarà determinante: i suoi membri, esclusa l’Unione Africana, sono responsabili del 77% delle emissioni globali.

Finora solo sette Paesi del G20 hanno presentato nuovi obiettivi climatici per il 2035, e tre li hanno annunciati senza ancora formalizzarli. Tuttavia, questi impegni restano insufficienti, e nel 2024 le emissioni complessive del G20 sono persino aumentate dello 0,7%.

Per il dipartimento ambientale dell’ONU ciò dimostra che i maggiori emettitori devono moltiplicare gli sforzi e guidare con urgenza una transizione che, oltre a essere necessaria, può diventare motore di crescita, innovazione e sicurezza per le economie del futuro.

Scopri come ESGnews e i suoi partner possono aiutarti.