A cinque anni dalla scadenza dell’Agenda 2030, il bilancio sui progressi verso lo sviluppo sostenibile appare molto critico. Le crisi degli ultimi anni – pandemia, guerre, tensioni geopolitiche – hanno frenato i progressi del periodo 2015-2019, evidenziando non solo comportamenti chiaramente contrari al “valore trasformativo” della sostenibilità, ma anche i limiti del multilateralismo e la necessità di una governance internazionale più efficace e inclusiva. Nonostante ciò, con politiche coerenti, investimenti mirati e strumenti di governance anticipante, sarebbe ancora possibile recuperare terreno.
In questo scenario, le imprese italiane stanno mostrando segnali incoraggianti, anche se il cambiamento è ancora troppo lento: circa la metà delle imprese manifatturiere ha adottato pratiche di economia circolare e oltre il 90% considera la sostenibilità un vantaggio competitivo, portatrice di effetti positivi su produttività e reputazione. Restano però ostacoli legati a inerzie culturali, incertezza normativa e carenza di visione strategica, e i costi di tali comportamenti si riversano sulle stesse imprese e la società nel suo complesso: infatti, secondo tutte le analisi disponibili, rinviare la transizione comporterebbe gravi perdite economiche.
Insomma, sintetizza Enrico Giovannini, Direttore scientifico dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS) in questa intervista, la sostenibilità emerge come leva decisiva per creare resilienza, competitività e coesione sociale, ma bisogna cambiare passo. Proprio per fare luce su queste criticità e individuare possibili soluzioni, il 22 ottobre sarà presentato a Roma il Rapporto ASviS 2025 “L’Italia e gli Obiettivi di sviluppo sostenibile”, che offrirà una fotografia aggiornata del posizionamento del nostro Paese rispetto all’Agenda 2030, analizzando le politiche introdotte finora a livello globale, europeo e nazionale e formulando proposte per accelerare la transizione.
Giovannini è tra i protagonisti del Salone della CSR e dell'innovazione sociale, uno degli appuntamenti più importanti in Italia dedicati alla sostenibilità, di cui ESGnews è media partner, dall'8 al 10 ottobre all'Università Bocconi. Nel pomeriggio dell'8 ottobre, dalle 16.30 alle 17.30, il direttore scientifico parteciperà al convegno Agenda 2030: 10 anni dopo, coordinato da Stefania Farina Responsabile Sostenibilità Salone Internazionale del Libro. All'evento con Enrico Giovannini siederanno Matteo Colle Direttore Relazioni Esterne e Sostenibilità Gruppo CAP, Eleonora Rizzuto Presidente AISEC, Walter Sancassiani Founder Focus Lab e Diletta Servodio CSRnatives.
Mancano cinque anni alla scadenza dell’Agenda 2030. Possiamo tracciare un bilancio del percorso verso lo sviluppo sostenibile e immaginare dove arriveremo?
A dieci anni dall’adozione dell’Agenda 2030 e a soli cinque dalla sua scadenza, è evidente che alcuni obiettivi risultano ancora troppo lontani dal loro raggiungimento, sia a livello globale, sia a livello europeo e italiano. Le crisi degli ultimi anni, dalla pandemia ai conflitti internazionali, dalle tensioni geopolitiche all’emergenza climatica fino all’ampliarsi delle disuguaglianze, hanno frenato e in alcuni casi invertito i progressi iniziali. Tuttavia, gli scenari elaborati dall’ASviS insieme a Oxford Economics per i prossimi 25 anni mostrano che un’accelerazione è ancora possibile, e conveniente: l’attuazione coerente delle politiche europee e nazionali, l’uso strategico delle risorse finanziarie disponibili, il rafforzamento della giustizia sociale e ambientale e l’attivazione di leve trasformative possono consentirci di recuperare terreno. Il futuro non è scritto: dipende dalle scelte politiche, economiche e culturali che saremo in grado di compiere in questi decisivi anni.
Quali obiettivi risultano ancora troppo lontani dal loro raggiungimento?
Secondo le ultime stime, a livello globale soltanto il 17% dei target dell’Agenda 2030 sarà effettivamente raggiunto, mentre per oltre un terzo degli Obiettivi si osserva una fase di stagnazione, se non addirittura di arretramento. In questo contesto già critico, la situazione dell’Italia appare ancora più complessa: negli ultimi anni il nostro Paese ha registrato peggioramenti significativi in ambiti cruciali come la lotta alla povertà, la riduzione delle disuguaglianze, la tutela degli ecosistemi terrestri, il rafforzamento della giustizia e delle istituzioni, nonché la costruzione di partnership internazionali efficaci. Anche sul fronte ambientale gli obiettivi restano lontani: l’Italia continua a consumare suolo e a trascurare la sicurezza idrogeologica, mentre il riscaldamento climatico procede a un ritmo doppio rispetto alla media globale. Questo significa che il nostro Paese è già oggi, e sarà sempre più in futuro, esposto a rischi crescenti, come dimostrano gli eventi meteorologici estremi che colpiscono con frequenza crescente il territorio.
Proprio per fare luce su queste criticità e individuare possibili soluzioni, il 22 ottobre sarà presentato il Rapporto ASviS 2025 “L’Italia e gli Obiettivi di sviluppo sostenibile”. Il documento offrirà una fotografia aggiornata del posizionamento del nostro Paese rispetto all’Agenda 2030, analizzando le politiche introdotte finora a livello globale, europeo e nazionale. Inoltre, il Rapporto illustrerà i risultati di indagini demoscopiche che esplorano le opinioni e le percezioni dei cittadini sui temi della sostenibilità, e avanzerà proposte concrete per interventi trasformativi, con l’obiettivo di realizzare quel piano di accelerazione dell’Italia sugli SDGs che nel 2023 il governo si era impegnato a predisporre, ma di cui non c’è traccia.
In che modo l’attuale contesto geopolitico incide sulla capacità dell’ONU di promuovere la sostenibilità, non solo ambientale ma anche sociale?
L’attuale contesto geopolitico mette a dura prova la capacità dell’ONU e delle istituzioni multilaterali di promuovere la sostenibilità a tutto campo. Conflitti armati, tensioni economiche e instabilità politica rallentano gli investimenti “verdi”, compromettono le politiche di coesione sociale e accentuano le disuguaglianze, sia tra paesi sia all’interno di essi. Allo stesso tempo, la complessità delle crisi internazionali mette in luce i limiti attuali del multilateralismo: ma senza una governance più efficace, trasparente e inclusiva, è impossibile attuare azioni globali coerenti e mobilitare le risorse necessarie.
In questo scenario, l’Agenda 2030 resta una bussola fondamentale, ma raggiungere gli obiettivi richiede una visione strategica chiara, con investimenti mirati, strumenti di governance anticipante e un forte impegno politico, come quello previsto dal “Patto sul “Futuro” dell’ONU sottoscritto anche dal governo italiano un anno fa. Solo così sarà possibile coniugare sicurezza, sviluppo economico e protezione dell’ambiente, evitando che le tensioni geopolitiche erodano i progressi sociali faticosamente conquistati.
E per quanto riguarda le imprese, come sta cambiando il loro impegno in questo contesto?
Negli ultimi anni stiamo assistendo a un cambiamento significativo nel comportamento delle imprese italiane rispetto alla sostenibilità. Il Rapporto di Primavera dell’ASviS “Scenari per l’Italia al 2035 e al 2050” del maggio scorso dimostra che le aziende che integrano pratiche sostenibili ottengono risultati positivi in termini di maggiore produttività, solidità finanziaria e reputazione. Oggi circa la metà delle imprese italiane ha già adottato misure di economia circolare, con effetti positivi su redditività e investimenti, e il 92% delle imprese familiari e l’89% di quelle non familiari riconosce che la sostenibilità è un fattore di vantaggio competitivo. Questo cambiamento non è solo culturale, ma anche strategico.
Gli scenari elaborati nel Rapporto ASviS mostrano che i principali comparti economici trarrebbero benefici tangibili da una transizione accelerata verso la decarbonizzazione, l’economia circolare e l’innovazione tecnologica: la manifattura, i servizi, le costruzioni, l’agricoltura e le utilities vedrebbero incrementi significativi del valore aggiunto entro il 2050, e già nel 2035 nel caso dello scenario “trasformativo”, in cui alla transizione energetica si affianca un forte investimento in innovazione. In questo quadro, molte imprese italiane stanno progressivamente comprendendo che la sostenibilità non è un costo, bensì una leva fondamentale per competere, crescere e contribuire alla coesione sociale del Paese. Ma molte altre sono ancora al palo e alcune spingono in tutti i modi, anche a livello mediatico, a rinviare le scelte da cui il Paese trarrebbe vantaggi, quale la riduzione dei costi energetici.
Ma se numerosi studi dimostrando che la sostenibilità genera valore e migliora l’andamento aziendale, perché ancora molte aziende sono ancora restie a integrarla nel modello di business?
Le ragioni sono diverse e non sempre legate a valutazioni economiche: in alcuni settori la lentezza del cambiamento deriva da una combinazione di abitudini consolidate, incertezza normativa e mancanza di una visione strategica a lungo termine. In altri casi, le imprese attendono di capire su quali tecnologie investire, ma rinviare le scelte determina costi aggiuntivi nel breve e nel medio termine. Il Rapporto dell’ASviS di maggio evidenzia che nello scenario della “Transizione Tardiva”, in cui le scelte vengono rinviate di cinque anni pur mantenendo l’obiettivo della neutralità carbonica al 2050, il Pil italiano nel 2035 sarebbe inferiore del 2,4% rispetto allo scenario di base, mentre nello scenario trasformativo aumenterebbe dell’1,1%, con effetti benefici sull’occupazione, senza parlare dello scenario “Catastrofe Climatica”, in cui la riduzione sarebbe del 3,5% (-23,8% nel 2050). In altre parole, non agire oggi non solo compromette la competitività, ma espone le aziende a rischi sistemici, ambientali e sociali difficilmente recuperabili. Le imprese più lungimiranti, al contrario, hanno compreso che sostenibilità e business model innovativi vanno di pari passo: l’azione responsabile non è un vincolo, ma una strategia di crescita e di accrescimento della resilienza agli shock.

