Nei primi mesi del 2025, 80 società italiane quotate su Euronext Milan hanno pubblicato per la prima volta una Dichiarazione di Sostenibilità conforme alla nuova direttiva europea CSRD e agli standard ESRS. In media, ogni report conta 163 pagine, raggiungendo i 239 nel settore energetico e i 210 nel comparto finanziario. Sono stati identificati 52 impatti, rischi e opportunità (IRO) per azienda, ma in quasi nessun caso si è riusciti a stimarne gli effetti finanziari. Solo il 37% delle imprese ha definito un piano di transizione climatica conforme, e appena il 24% di quelle con obiettivo Net-Zero ha ottenuto una validazione SBTi. Nonostante l’obbligo normativo, 6 disclosure requirements sono stati in media omessi per ciascun report, in prevalenza su temi ambientali.
Questi dati emergono dalla prima rilevazione dell’Osservatorio CSRD, frutto della collaborazione tra il Sustainability Lab della Venice School of Management dell’Università Ca’ Foscari e BDO Italia, che ha analizzato le dichiarazioni pubblicate da un campione rappresentativo di imprese italiane di diversi settori. L’obiettivo è offrire una fotografia aggiornata dell’impatto operativo e strategico del nuovo sistema di rendicontazione, che impone alle aziende di riportare informazioni ESG sulla base della doppia materialità: quella dell’impatto verso l’esterno e quella del rischio/opportunità finanziaria per l’impresa.
“L’Osservatorio rappresenta uno strumento fondamentale, incrociando accademia e practice, per comprendere come la CSRD e gli ESRS impattano i processi reporting delle imprese e, in ultima analisi, la transizione sostenibile dell’economia. Con la nostra ricerca, intendiamo offrire un contributo significativo non solo alle imprese e ai loro stakeholder, ma anche agli standard setters e ai policymaker, impegnati nella semplificazione della normativa,” commenta Chiara Mio, Direttrice del Sustainability Lab della Venice School of Management.
La rendicontazione CSRD parte, ma resta un esercizio formale
L’Osservatorio ha analizzato le Dichiarazioni di Sostenibilità attraverso una content analysis manuale, basata su un framework di 171 variabili su sei ambiti principali e ha individuato, nella prima fase della ricerca, le seguenti maggiori evidenze.
Il primo dato che emerge riguarda l’estensione dei documenti. L’obbligo di seguire la struttura degli ESRS ha sì portato a una certa standardizzazione, ma l’assenza di rimandi a fonti esterne e la necessità di coprire numerosi requisiti ha reso i report eccessivamente voluminosi (con una media di 163 pagine, con punte nei settori energetico e finanziario rispettivamente con una media di 239 e 210 pagine). In media sono stati identificati 52 IRO (impatti, rischi e opportunità), per ciascuno dei quali sono stati rendicontati politiche, azioni, obiettivi e metriche. Il rischio è che, nel tentativo di soddisfare ogni disclosure richiesta, il documento finale perda efficacia comunicativa e diventi poco fruibile, in particolare per investitori e stakeholder esterni.
Altro elemento chiave è l’uso ampio delle deroghe previste dal regime transitorio. Le società hanno fatto largo uso della possibilità di omettere alcune informazioni previste dalle misure transitorie (phase-in). In media, sono stati omessi 6 disclosure requirements, in particolare per quanto riguarda i temi ambientali. Ciò testimonia la percezione di elevata complessità e carico informativo, che ha spinto molte società a cercare, dove possibile, la via della semplificazione. Solo una minoranza (il 10%) ha mantenuto un collegamento con i GRI Standards precedentemente adottati, segno che la CSRD rappresenta non un aggiornamento, ma un vero cambio di paradigma.
La questione più delicata riguarda però l’applicazione della materialità finanziaria. Tutte le aziende hanno dichiarato di aver seguito le linee guida EFRAG, ma nei fatti le due dimensioni della doppia materialità non risultano bilanciate: l’analisi è spesso più solida sul fronte dell’impatto verso l’esterno, mentre è ancora carente in termini di quantificazione degli effetti economico-finanziari.
Sul fronte della governance, l’inclusione del Consiglio di Amministrazione nel processo CSRD appare spesso formale: sebbene tutte le società abbiano dichiarato il coinvolgimento del CDA nel processo di doppia materialità, le prime analisi più approfondite indicano che, nella maggior parte dei casi, il ruolo del CDA si limita a una funzione formale di approvazione, senza un effettivo coinvolgimento strategico. Sul fronte opposto, emerge un’elevata integrazione della sostenibilità nei meccanismi premianti, con quasi tutte le imprese analizzate che hanno inserito obiettivi ESG nei piani di incentivazione del CDA e del top management. In particolare, il 77% delle società include obiettivi legati al clima.
Proprio il clima e la forza lavoro risultano i due assi portanti delle dichiarazioni dato che sono trattati da tutte le imprese, con dettaglio su mitigazione, uso dell’energia, condizioni di lavoro e pari opportunità. In chiave governance, l’elemento più ricorrente è la cultura aziendale, presente nell’88% dei report.
Va però sottolineato che il tema della neutralità climatica è un percorso ancora all’inizio. Sebbene tutte le imprese riconoscano i propri impatti sui cambiamenti climatici, gli sforzi di mitigazione sono ancora limitati. Solo il 37% ha dichiarato di possedere un piano di transizione climatica conforme agli ESRS, mentre tra le società che hanno definito un obiettivo Net-Zero, il 40% del campione, con oltre il 70% che fissa la scadenza al 2050, solo il 24% ha ottenuto la validazione da parte della Science Based Target Initiative.
Il tema dell’Assurance risulta, invece, in linea con le attese. Nello specifico si conferma il ruolo del revisore della sostenibilità che, applicando il modello della limited assurance, ha verificato e attestato la conformità dei report alla normativa. Solo in un caso, è stata adottata volontariamente la reasonable assurance per specifici indicatori. Resta da seguire con attenzione l’evoluzione normativa sull’eventuale futura transizione dalla limited alla reasonable assurance.
“L’analisi realizzata dall’Osservatorio ha messo in luce come, sebbene le imprese quotate incluse nel campione abbiano lavorato per rispettare gli obblighi che prevedevano l’inserimento per la prima volta della Dichiarazione di Sostenibilità nella Relazione sulla gestione, ci si trovi solamente all’inizio di un percorso che dovrà essere sviluppato e approfondito nei prossimi anni,” commenta Valeria Fazio, Partner Sustainable Innovation di BDO Italia. “Il dibattito sulla semplificazione della normativa, in atto presso le istituzioni europee, potrà certamente venire incontro alle necessità delle aziende, in termini di maggiore efficacia nella comunicazione verso i propri stakeholder. Occorre però non dimenticare che la CSRD non riguarda solo la rendicontazione ma richiede uno sforzo olistico che parla al cuore dell’impresa, ai suoi processi decisionali chiave, alle sue persone”.
Nell’ambito dell’Osservatorio CSRD, il Sustainability Lab e BDO Italia hanno organizzato per l’8 ottobre 2025, presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, un evento intitolato «CSRD: un’analisi evolutiva tra negazionismo e continuità» e dedicato alla presentazione dei risultati completi dell’indagine, che includerà anche un confronto tra le società italiane e alcune realtà europee.
