Non è vero che le normative sulla sostenibilità danneggiano la competitività delle aziende. É quanto dichiara un gruppo di oltre 360 organizzazioni e 80 economisti europei, tra cui 13 italiani, nel documento “The Big EU Deregulation“, in cui vengono confutati una serie di “falsi miti” sulle direttive europee in ambito ambientale e sociale quali la Corporate Sustainability Due Diligence Directive (CSDDD) e la Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD). Per esempio, stando a quanto scrivono gli esperti, i costi di conformità sono trascurabili per le grandi aziende nell’attuazione degli obblighi di due diligence – in media solo lo 0,009% del fatturato – e le imprese supportano gli obblighi di due diligence – solo il 7% delle aziende tedesche si oppone a tali misure. Al contrario, in caso di revoca delle norme sulla sostenibilità, aumentano i rischi legati a un calo della fiducia degli investitori e della coerenza normativa e sono compromessi gli impegni dell’UE in materia di sostenibilità ambientale e diritti umani.
Presentato dalla Commissione Europea a febbraio con l’intento di semplificare le normative, il nuovo pacchetto Omnibus I ha già suscitato un’ondata di critiche da parte di esperti e organizzazioni della società civile, che temono possa compromettere anni di negoziati per rafforzare il ruolo delle aziende nella transizione ambientale.
Le preoccupazioni sulla mancanza di trasparenza e sulla riduzione della responsabilità aziendale erano già state sollevate a gennaio da 170 organizzazioni, tra cui difensori dei diritti umani e ambientali, sindacati e attivisti per il clima. A queste si sono aggiunte aziende, associazioni imprenditoriali, investitori responsabili, economisti e giuristi, oltre al Gruppo di Lavoro ONU su Imprese e Diritti Umani.
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Le critiche al pacchetto Omnibus I
Secondo lo statement rilasciato dal gruppo di organizzazioni ed economisti, tra le criticità della proposta Omnibus I vi sono la responsabilità civile, che verrebbe affidata alla discrezione degli Stati membri, limitando l’accesso alla giustizia per le vittime e la possibilità di rappresentazione legale da parte di ONG e sindacati, che potrebbe essere compromessa, rendendo più difficile per i lavoratori e le comunità colpite far valere i propri diritti in tribunale.
Le aziende, inoltre, sarebbero tenute a valutare solo i danni derivanti dai partner diretti, escludendo una parte significativa della catena del valore. I Piani di Transizione Climatica rischiano di diventare meri documenti senza obbligo di attuazione concreta, mentre la frequenza del monitoraggio delle misure di due diligence verrebbe drasticamente ridotta, passando da verifiche annuali a controlli ogni cinque anni.
Infine l’eliminazione del tetto minimo per le sanzioni potrebbe avere un impatto significativo, favorendo multe poco incisive e generando una corsa al ribasso tra gli Stati membri.
Il falso mito dei costi elevati della sostenibilità
Secondo uno studio della London School of Economics, richiesto dalla stessa Commissione Europea, i costi di implementazione della due diligence ambientale e sociale per le aziende sono minimi, pari a solo lo 0,009% del fatturato. Questo dato contraddice la narrazione secondo cui tali regolamentazioni rappresenterebbero un ostacolo economico significativo.
Secondo l’Istat esiste una forte correlazione tra sostenibilità e produttività nelle imprese più impegnate nella tutela ambientale. A confermarlo è anche Cristiano Maugeri di ActionAid, co-portavoce della Campagna Impresa 2030, un’iniziativa che promuove modelli aziendali responsabili e sostenibili in Italia. Sostenuta da organizzazioni come ActionAid Italia, Fairtrade, Oxfam Italia e Save the Children, la campagna mira a garantire che le imprese adottino pratiche etiche e rispettose dell’ambiente, contribuendo a un’economia più equa e resiliente.
L’idea di semplificare le normative europee sulla sostenibilità poteva essere un passo utile, considerando la complessità di alcune direttive. Ma gli economisti e gli esperti respingono l’idea che le normative sulla sostenibilità minaccino la competitività dell’economia europea. Al contrario, evidenziano che i veri fattori di crisi includono conflitti geopolitici, guerre commerciali, politiche salariali basse e mancanza di investimenti pubblici. La riduzione delle tutele ambientali potrebbe inoltre minare la fiducia degli investitori e creare incoerenze regolatorie.
Un appello per fermare la proposta Omnibus
Le oltre 360 organizzazioni chiedono quindi al Parlamento Europeo e al Consiglio dell’UE di intervenire con urgenza per garantire che la proposta Omnibus venga rivista e che qualsiasi modifica volta a indebolire la CSDDD sia respinta. Le discussioni sulla direttiva dovrebbero limitarsi a misure interpretative, come linee guida e atti delegati, senza alterare il testo normativo. Mentre per quanto riguarda la CSRD, è fondamentale abbassare le soglie per le aziende coinvolte e garantire standard proporzionati per le imprese di medie dimensioni, oltre a rivedere le limitazioni sulle richieste di dati.
L’Europa è osservata con attenzione per la sua capacità di fornire stabilità e leadership. La proposta Omnibus rischia di compromettere le normative fondamentali sulla sostenibilità aziendale, minando non solo le ambizioni verdi dell’UE e la tutela dei diritti umani, ma anche la sua credibilità come legislatore affidabile.
