COP 29 Baku

Approfondimento

Cop29 di Baku: i temi in agenda, gli obiettivi, il ruolo della finanza

Cosa possiamo aspettarci dalla Cop29, la ventinovesima Conferenza delle parti sul clima che si terrà a Baku, in Azerbaigian, dall’11 al 22 novembre 2024.

Potrebbe essere la Conferenza delle parti che, finalmente, scioglie il delicato nodo della finanza climatica. O, almeno, queste sono le aspettative con cui si guarda alla Cop29 in programma a Baku, la capitale dell’Azerbaigian, dall’11 al 22 novembre 2024. Facciamo il punto su come funziona una Cop e su quali sono, in particolare, gli obiettivi di questo summit.

Cos’è una Conferenza delle parti sul clima

Cop è un acronimo che sta per Conference of parties (Conferenza delle parti). È l’organo di governo supremo di una convenzione internazionale e ne fanno parte i rappresentanti dei governi degli Stati membri della convenzione stessa, più altri osservatori accreditati. 

Esistono diverse convenzioni internazionali che prevedono una Cop, tra cui quella sulla diversità biologica, ma la più nota in assoluto è senza dubbio la Convezione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC), adottata durante la Conferenza di Rio de Janeiro del 1992. In sostanza, è un trattato con cui i 196 Paesi membri delle Nazioni Unite promettono per la prima volta di agire per abbattere le emissioni di gas serra e, dunque, limitare il riscaldamento globale. 

Durante le Cop, dunque, i leader di questi Stati si incontrano per fare il punto sui progressi fatti e definire obiettivi e piani d’azione per il futuro. La Cop1 si tenne a Berlino nel 1995: da allora, l’appuntamento si ripete ogni anno, salvo casi straordinari come la Cop26 di Glasgow, nel Regno Unito, rimandata dal 2020 al 2021 a causa della pandemia. 

Le Cop più importanti della storia

Alcune Cop sono state decisive, altre interlocutorie, altre ancora fallimentari. Fa senza dubbio parte della prima categoria la Cop3 ospitata nel 1997 da Kyoto, in Giappone. La città dà il nome al Protocollo che, per la prima volta, obbliga i Paesi industrializzati ad abbattere le proprie emissioni di CO2 in atmosfera. 

Uno dei nodi che fin da subito si rivelano terreno di scontro è proprio il principio delle common but differentiated responsibilities (responsabilità comuni ma differenziate), un pilastro del diritto ambientale internazionale: tutti gli Stati hanno il dovere di affrontare il riscaldamento globale, ma quelli più ricchi hanno al tempo stesso più risorse da investire e anche una quota maggiore di “colpa”, visto che con il loro sviluppo hanno riversato grandi quantità di emissioni in atmosfera. Su questo principio si incagliano i negoziati della Cop15 di Copenaghen, nel 2009, senza riuscire ad accordarsi su un nuovo testo.

L’Accordo di Parigi

Un’altra Conferenza delle parti sul clima rivelatasi cruciale è la Cop21 tenutasi in Francia nel dicembre 2015 e conclusa con l’approvazione dell’Accordo di Parigi. Approvando il testo, i 196 Stati membri dell’UNFCCC si impegnano a tentare di limitare l’aumento della temperatura media globale “ben al di sotto dei 2 gradi centigradi”, facendo tutto il possibile per non superare gli 1,5 gradi. A tale scopo, devono sottoporre all’UNFCCC le proprie promesse di riduzione delle emissioni (nationally determined contributions, ndc). Il documento ha un grandissimo valore storico e politico, ma non è del tutto vincolante: non esistono infatti tribunali che possano condannare gli Stati inadempienti, né sanzioni. 

Com’era andata a finire la Cop28

La Cop29 di Baku raccoglie il testimone della Cop28 che si è tenuta nel 2023 a Dubai. Un’edizione preceduta da inevitabili polemiche legate al fatto che gli Emirati Arabi Uniti siano tra i primi produttori globali di petrolio, tant’è che il ruolo di presiedere l’evento è affidato a Sultan Ahmed Al Jaber, il Ceo della compagnia petrolifera ADNOC. Il bilancio complessivo è ambivalente. Durante il primo giorno di negoziati, cosa mai accaduta in precedenza, i governi presenti confermano l’impegno – annunciato al termine della Cop27 di Sharm el-Sheikh – a istituire il fondo per il loss and damage. In sostanza, è un fondo a cui potranno attingere i Paesi più poveri, e quindi meno responsabili dell’aumento delle emissioni in atmosfera, per sostenere le perdite e i danni dovuti alla crisi climatica. 

L’altro grande risultato della Cop28 è il cosiddetto “Global Stocktake” (GST). Previsto dall’Accordo di Parigi, è il bilancio ufficiale dell’impatto delle azioni per il clima adottate dagli Stati membri dell’UNFCCC. Il processo negoziale, molto complicato, arriva a buon fine grazie a un compromesso sulla formula con cui descrivere l’approccio da adottare nei confronti dei combustibili fossili. Nell’impossibilità di scegliere tra phase out (abbandono) e phase down (riduzione), si adotta l’opzione transitioning away, a indicare la necessità di una transizione dei sistemi energetici compatibile con l’azzeramento delle emissioni al 2050 richiesto dalla scienza.  È la prima volta in cui il documento finale di una Cop fa esplicito riferimento ai combustibili fossili. Sempre l’articolo 28 del Global Shocktake conferma l’intenzione di triplicare la potenza installata delle energie rinnovabili e raddoppiare il ritmo di miglioramento dell’efficienza energetica entro il 2030. Risulta invece più blando sul carbone, perché promette semplicemente di “accelerare la diminuzione dal carbone unabated”, cioè privo di sistemi per la cattura della CO2. 

Cop29 di Baku: le cose essenziali da sapere

Le date della Cop29

La Cop29 è in programma a Baku, la capitale dell’Azerbaigian, dall’11 al 22 novembre 2024. Il programma è suddiviso per giornate tematiche:

  • 11 novembre: apertura
  • 12 e 13 novembre: summit dei leader globali sull’azione per il clima
  • 14 novembre: finanza, investimenti e commercio
  • 15 novembre: energia / pace, soccorso e ripresa
  • 16 novembre: scienza, tecnologia e innovazione / digitalizzazione
  • 17 novembre: giorno di pausa
  • 18 novembre: capitale umano / bambini e giovani / salute / educazione
  • 19 novembre: cibo, acqua e agricoltura
  • 20 novembre: urbanizzazione / trasporti / turismo
  • 21 novembre: natura e biodiversità / popoli indigeni / parità di genere / oceani e zone costiere
  • 22 novembre: negoziati finali

Il Paese ospitante: l’Azerbaigian

“Il petrolio è un grande patrimonio dell’Azerbaigian che appartiene non solo a questa generazione, ma anche a quelle future”, diceva Heydər Əliyev, che ha governato in modo autoritario il Paese per trent’anni, dal 1993 al 2003. L’economia dell’Azerbaigian, repubblica che si è resa indipendente dall’Unione sovietica nel 1991, è effettivamente legata a doppio filo al comparto petrolifero. D’altra parte, il territorio custodisce circa 7 miliardi di barili di greggio, tra giacimenti onshore (a terra) e offshore (nel mar Caspio), e 2.500 miliardi di metri cubi di gas naturale. Circa l’80% del petrolio estratto viene esportato attraverso l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan: una volta giunto in Turchia, le petroliere lo trasportano nel resto del mondo. Il ruolo delle rinnovabili è ancora marginale: nel 2022 hanno contribuito appena all’1,5% della produzione totale di energia, una quota che sale al 6% considerando soltanto l’energia elettrica. 

La scelta di affidare l’organizzazione del più importante summit internazionale sul clima a un cosiddetto petrostato ha destato non poche controversie, anche per il timore di un condizionamento da parte delle lobby delle fonti fossili. Dall’altro lato c’è anche chi sostiene che, per una reale transizione di sistema, sia indispensabile coinvolgere tutte le parti in causa. 

La presidenza della Cop29

Sempre dal comparto petrolifero – come del resto il suo predecessore – arriva il presidente della Cop29, Mukhtar Babayev. Una figura che ha lavorato per ventisei anni per la compagnia petrolifera nazionale, la State oil company of Azerbaijan Republic (Socar), e dal 2018 fa parte del governo dell’Azerbaigian, con il ruolo di ministro dell’Ambiente e delle risorse naturali. Il principale negoziatore, invece, sarà il viceministro degli Esteri Yalchin Rafiyev.

Cop29 di Baku: chi partecipa

Le attività di una Conferenza delle parti sono suddivise, anche fisicamente, in due aree. Alla Blue Zone accedono solo i diplomatici delle Nazioni Unite e i delegati delle nazioni, cioè i loro rappresentanti. Oltre alla sessione plenaria e ai briefing tecnici, c’è un fitto lavoro fatto di incontri informali, necessari per raggiungere un compromesso tra i molteplici interessi in gioco. Poi c’è la Green Zone, aperta alla partecipazione della società civile e delle organizzazioni non governative.

Stando a quanto riportato da Inside Climate News il 21 ottobre, venti giorni prima dell’inizio, sono 106 i leader globali che si sono registrati per tenere un intervento nella sessione inaugurale della Cop29. Un numero in calo rispetto all’anno precedente. Tra le conferme ci sono Italia, Russia, Regno Unito, Giappone, Germania. Il presidente brasiliano Lula, reduce da un piccolo infortunio, ha dovuto annullare il viaggio; una defezione che ha un peso perché sarà il Brasile a ospitare la Cop30. Per ora non è ancora confermata la preesnza di Joe Biden che, indipendentemente dall’esito delle elezioni del 5 novembre, sarà ancora il presidente statunitense in carica.

Riscaldamento globale, a che punto siamo

Sono i dati scientifici a dimostrare quanto sia urgente e prioritario agire per il clima. Il Programma per l’ambiente delle Nazioni Unite (Unep), nelle pagine dell’Emissions Gap Report, fa sapere che – sulla base delle attuali promesse di riduzione delle emissioni (NDC) – la temperatura media globale è destinata ad aumentare di almeno 2,6 gradi centigradi nel corso di questo secolo. Con la possibilità di arrivare addirittura a 3,1 gradi, più del doppio rispetto a quanto auspicato dall’Accordo di Parigi e dalla comunità scientifica. All’inizio del 2025 gli Stati membri dell’UNFCCC sono tenuti a presentare le proprie NDC aggiornate: per riportarsi sulla rotta giusta verso gli 1,5 gradi, occorre un taglio delle emissioni del 42% entro il 2030 e del 57% entro il 2035, rispetto ai livelli del 2019.

Contestualmente, l’Organizzazione meteorologica mondiale (WMO) fa sapere che la concentrazione di CO2 in atmosfera ha raggiunto le 420 parti per milione (ppm), un record assoluto, il 151% in più rispetto ai livelli preindustriali. La concentrazione di metano è a quota 1.934 parti per milione (+265%) e quella di protossido di azoto a 336,9 ppm (+125%). “Queste sono più di semplici statistiche”, puntualizza la segretaria generale della WMO, Celeste Saulo. “Ogni parte per milione e ogni frazione di grado di aumento della temperatura ha un impatto reale sulle nostre vite e sul nostro Pianeta”.

Gli obiettivi della Cop29 di Baku

Prima ancora del suo inizio, la Cop29 di Baku è stata già ribattezzata come “la Cop della finanza”. Una volta stabiliti gli obiettivi comuni, infatti, si rende necessaria un’architettura finanziaria coerente e finalizzata al loro raggiungimento. Un capitolo, quest’ultimo, che in passato ha scontato pesanti ritardi. Basti pensare al Fondo verde per il clima, attraverso il quale le economie avanzate avrebbero dovuto mobilitare 100 miliardi di dollari all’anno per aiutare i Paesi in via di sviluppo ad abbattere le emissioni e contrastare i cambiamenti climatici. Alla Cop15 del 2009 era stata fissata la scadenza del 2020 per totalizzare questa cifra, ma a Parigi si è optato per una proroga al 2025. E, di fatto, le cifre stanziate sono state sistematicamente inferiori a quanto promesso. Altrettanto scarne sono state le risorse destinate finora al fondo per il loss and damage.

Il problema è che, stando alle stime recenti, anche i 100 miliardi di dollari all’anno di cui si è tanto discusso sono largamente insufficienti. Un ordine di grandezza più realistico, per far sì che i Paesi in via di sviluppo possano affrontare la crisi climatica, va dai 500 ai 1.000 miliardi da fonti internazionali. Alla Cop29 i delegati dovranno proprio accordarsi su un nuovo obiettivo comune per la finanza climatica (noto con l’acronimo NCQC, new collective quantified goal). Non basterà mettere nero su bianco una cifra che rispecchi realmente le necessità degli Stati in via di sviluppo. I delegati dovranno anche definire le tempistiche e le modalità di erogazione, decidere quali Paesi contribuiranno e a cosa serviranno questi fondi: di sicuro alla mitigazione e all’adattamento, ma non è chiaro se vi rientrerà anche il loss and damage. Ancora da scrivere anche il capitolo su come far pervenire i finanziamenti alle comunità che ne hanno più bisogno e in che modo misurare i progressi fatti. Sarà importante anche diversificare gli strumenti finanziari, per semplificare l’accesso alle risorse e migliorarne la qualità.

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