Il settore tecnologico taglia posti di lavoro a ritmo crescente mentre accelera sugli investimenti in AI, alimentando un cambiamento che appare più guidato dalle aspettative future che da benefici già dimostrati.
Oltre 92.000 licenziamenti già registrati nel 2026 e quasi 80.000 concentrati nei primi tre mesi dell’anno. Sono queste le stime emerse da alcune ricerche di Layoffs.fyi e Nikkei che evidenziano che il mercato del lavoro tecnologico, e non solo, continua a ridimensionarsi dopo l’ondata iniziata nel 2025.
Numeri che alimentano una narrativa sempre più diffusa, quella dell’intelligenza artificiale pronta a sostituire il lavoro umano, anche se raramente le aziende attribuiscono direttamente all’AI i tagli occupazionali. Più spesso parlano di ristrutturazioni, efficientamento e correzione di eccessi di assunzioni post-pandemia. Tuttavia, la contemporanea accelerazione degli investimenti in intelligenza artificiale suggerisce un cambiamento strutturale in corso, anche se non ancora pienamente compiuto.
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Le aziende tra tagli e riallocazione strategica
Nel 2026, i grandi gruppi tecnologici e finanziari stanno riducendo il personale mentre aumentano la spesa in AI. Tra queste, Meta ha annunciato il taglio di circa 8.000 dipendenti (fino al 10% della forza lavoro), seguito dalla cancellazione di oltre 6.000 posizioni aperte, per rendere l’azienda più efficiente e compensare altri investimenti in corso. Sempre dal mondo social Snap ha annunciato il licenziamento di circa 1.000 dipendenti, pari al 16% della sua forza lavoro e, anche in questo caso, la motivazione “è per aumentare l’efficienza e portare avanti la crescita”, come ha dichiarato il CEO Evan Spiegel.
Parallelamente, Microsoft ha avviato programmi di uscita volontaria su larga scala; mentre Amazon aveva confermato il licenziamento di quasi 16.000 dipendenti all’inizio dell’anno.
Anche fuori dal settore strettamente tech, la tendenza è simile. Citigroup, per esempio, prevede migliaia di esuberi nell’ambito di un piano pluriennale per migliorare i rendimenti e contenere le spese della banca; mentre BlackRock ha avviato una riduzione mirata del personale che conta circa 250 posti di lavoro pari all’1% della sua forza lavoro globale.
Insomma, numeri importanti tanto che, secondo Layoffs.fyi, il ritmo dei licenziamenti dei primi mesi del 2026 è già superiore a quello dell’intero anno precedente.
Il paradosso dei costi dell’intelligenza artificiale
Investire in AI, sì ma a che prezzo? Quello umano abbiamo visto, ma anche quello economico. I costi di calcolo, hardware ed energia rappresentano, infatti, un peso significativo: secondo le stime di McKinsey, la spesa globale per l’intelligenza artificiale potrebbe raggiungere i 5.200 miliardi di dollari entro il 2030, con scenari che arrivano fino a 7.900 miliardi.
Investimenti che non sempre porterebbero a un miglioramento del lavoro, anzi, stando a uno studio del MIT l’automazione è economicamente conveniente solo nel 23% dei lavori analizzati, mentre nel restante 77% il lavoro umano resta più efficiente in termini di costi.
A questo si aggiungono limiti operativi, tra errori, necessità di supervisione umana e difficoltà di integrazione nei processi aziendali.
Nel frattempo, però, i numeri parlano chiaro: mentre l’intelligenza artificiale fatica ancora a dimostrare un vantaggio economico stabile, le aziende continuano a investire miliardi (740 nel solo 2026, in crescita del 69% sul 2025 secondo Morgan Stanley) e a ridurre la forza lavoro.
