Larry Fink: il futuro del lavoro con l'AI | ESGNews

AI e lavoro

Fink (BlackRock): con AI cambiano competenze richieste, più elettricisti e meno colletti bianchi

L’intelligenza artificiale cambierà il mercato del lavoro globale, ma non necessariamente nel modo in cui molti si aspettano. Nella sua lettera annuale agli investitori, Larry Fink, CEO di BlackRock, invita a guardare oltre i timori più diffusi sull’automazione e della sostituzione tecnologica: mentre cresce l’incertezza per alcuni ruoli impiegatizi, soprattutto entry-level, stanno emergendo nuove opportunità per i mestieri tecnici e altamente qualificati.

Il punto di partenza è chiaro: l’AI avrà un impatto profondo sulle imprese e sull’occupazione. Ma, osserva Fink, il dibattito si concentra spesso solo su ciò che si perderà, trascurando ciò che sta già emergendo. E ciò che emerge, nel breve periodo, è una forte domanda per lavori legati alla costruzione dell’infrastruttura fisica dell’intelligenza artificiale.

“Ci sono ruoli per cui sappiamo che la domanda è forte e la retribuzione elevata: i mestieri qualificati, soprattutto quelli che costruiscono l’infrastruttura fisica dell’IA, come data center, sistemi energetici e reti elettriche”, scrive Fink. Non si tratta di una previsione astratta: negli Stati Uniti, ad esempio, l’occupazione degli elettricisti cresce a un ritmo tre volte superiore alla media nazionale.

È un cambio di prospettiva rilevante, perché ribalta una narrativa consolidata. Per decenni, nelle economie occidentali, il successo professionale è stato associato quasi automaticamente a una laurea e a un lavoro d’ufficio. Oggi, suggerisce Fink, con l’AI che ridefinisce la domanda di competenze, questa equazione non regge più.

A rafforzare questa visione è anche la voce di Jensen Huang, presidente e CEO di NVIDIA, citato nella lettera: “tutti dovrebbero poter guadagnarsi da vivere molto bene. Non serve un dottorato in informatica per riuscirci”. È una frase che sintetizza il cambio culturale in atto: il valore economico e sociale del lavoro non passa necessariamente per titoli accademici, ma per competenze concrete.

Il punto non è sminuire il valore dell’istruzione accademica, ma riconoscere che il mercato del lavoro si sta diversificando e che alcune competenze tecniche diventando sempre più centrali e remunerative.

Allo stesso tempo, Fink non ignora le difficoltà della transizione. L’AI, come altre tecnologie prima di essa, aumenterà la produttività e creerà nuovi ruoli, ma il passaggio non sarà immediato. “I nuovi ruoli richiedono tempo per emergere, e i lavoratori non sempre passano senza difficoltà da quelli vecchi a quelli nuovi”.

In questo contesto, il divario di competenze è reale e rappresenta una delle principali sfide dei prossimi anni. I nuovi lavori ci sono, e cresceranno, ma richiedono investimenti continui in formazione e apprendistato, per colmare il divario tra domanda e offerta di competenze.

Più in profondità, il tema riguarda anche la percezione del valore sociale del lavoro. L’intelligenza artificiale non sta semplicemente cambiando l’oggetto del lavoro, ma anche il modo in cui lo valutiamo. Sta spostando l’attenzione dalle credenziali formali alle competenze più tecniche e specializzate.

Da qui l’invito ad aprire una discussione più ampia: “serve una conversazione più ampia su opportunità, dignità e valore dei diversi tipi di lavoro. È una conversazione che vale la pena affrontare”.

Nel complesso, la lettera suggerisce che l’impatto dell’AI sul lavoro sarà meno lineare di quanto spesso si immagini: non solo perdita o creazione di posti di lavoro, ma una redistribuzione della domanda tra settori e competenze diverse, con un ruolo crescente per i mestieri qualificati.

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