Le donne pronte a diventare top manager solo dopo gli anta? L’eco delle parole di Elisabetta Franchi, stilista di fama internazionale, che ha affermato di aver assunto molte donne in ruoli dirigenziali, ma solo dopo gli “anta”, cioè quando non sono più a rischio di fare figli, suscitando una marea di critiche, è ancora fragorosa sui canali social.
“Quando metti una donna in una carica molto importante poi non ti puoi permettere di non vederla arrivare per due anni perché quella posizione è scoperta. Un imprenditore” ha affermato la stilista nel corso della presentazione della ricerca di PWC “Donne e moda“, “investe tempo e denaro e se ti viene a mancare è un problema, quindi anche io da imprenditore responsabile della mia azienda spesso ho puntato su uomini”.
La stilista ha poi cercato di replicare sottolineando come nella sua azienda l’80% dei dipendenti sia donna, per il 75% giovani impiegate e il restante 5% manager. Eppure le sue dichiarazioni sottolineano ancora una volta come il tema dell’uguaglianza di genere sia tutt’altro che superato.
Alla radice c’è anche una questione di cultura. Le persone che raggiungono ruoli di leadership dovrebbero mirare a portare un cambiamento, anche a fronte di oggettive difficoltà organizzative, che richiedono lungimiranza e volontà di costruire soluzioni. Ma quello che la Franchi dice rispecchia una realtà riflessa nei numeri del settore.
La fotografia della ricerca di PWC sul comparto tessile-abbigliamento mostra come seppure il tessile-abbigliamento sia un settore prettamente femminile, con le donne che rappresentano il 59,8% della manodopera, salendo ai vertici aziendali la loro presenza scompare. Quasi 7 donne su 10 (69,3%) sono operaie, a fronte dello 0,9% di donne quadro e dello 0,3% dirigente. Lo studio ha inoltre ricordato le responsabilità dello “Stato è ancora abbastanza assente: mancando le strutture e gli aiuti, le donne si trovano a dover affrontare una scelta tra famiglia e carriera”.
Effettivamente, è abbastanza evidente che in Italia c’è un problema di welfare rispetto a questo tema. Dalle ultime indagini sulla forza lavoro dell’Istat, che esplora i motivi dell’inattività, emerge che il 17% del totale degli inattivi tra i 15 e i 64 anni d’età dichiara di esserlo per motivi familiari: il 95% di questo campione è costituito da donne.
Questi risultati non sorprendono se si pensa che il carico familiare, la gestione della casa, dei figli e, spesso, anche dei genitori anziani, rappresenta nella maggior parte dei casi un onere esclusivo delle donne. Tutto ciò ha ovviamente un costo elevato in termini di opportunità di lavorare: dalle indagini Istat, infatti, risulta anche che tra le giovani coppie la percentuale in cui solo un partener ha un impego è del 50% e nel 93% dei casi si tratta di un uomo con un lavoro full time. Le coppie, invece, in cui entrambi i partner lavorano sono il 40%, ma nella metà di queste le donne occupano una posizione lavorativa part-time.
Negli ultimi tempi, iniziative come la legge sul congedo parentale sembrano voler modificare qualcosa. Tuttavia, è necessario un cambiamento culturale profondo, passando da un concetto di maternità ad uno di genitorialità. Per farlo, occorrerebbe potenziare anche le strutture, asili nido in primis, e ripensare la cultura aziendale, con un focus sulle modalità (smart working) e sugli orari che possano conciliare la sfera privata con quella professionale.
L’aspetto culturale è uno dei principali ostacoli, nonostante i progressi fatti negli ultimi dieci anni nei board aziendali, anche grazie alla legge Golfo-Mosca del 2011. Secondo i dati dell’ultimo Rapporto sulla corporate governance delle società quotate della Consob, infatti, le donne nei cda italiani sono aumentate, ma poche hanno ruoli esecutivi. Nel 2021, comunque, la presenza femminile negli organi di amministrazione delle società quotate è al massimo storico nel mercato italiano, con il 41% degli incarichi (+38,8% rispetto al 2020). Tuttavia, in linea con quanto osservato negli ultimi anni, dal Rapporto Consob emerge che è ancora limitato il numero di casi in cui le donne ricoprono il ruolo di amministratore delegato o di presidente: le 16 società che hanno un amministratore delegato donna, infatti, rappresentano solo il 2% della capitalizzazione di Piazza Affari.
Relativamente alla cultura aziendale, bisognerebbe ridurre anche il pay-gap (secondo i dati del 2021 le donne guadagnano il 20% in meno degli uomini a parità di mansione), incentivando le aziende a raggiungere questo obiettivo. Una maggiore inclusione delle donne nel mondo del lavoro non può che rappresentare una ricchezza per la società, per questo è importante un intervento che includa insieme agli aspetti economici e politici anche quelli socioculturali.
Infatti, come la stessa Elisabetta Franchi ha ribadito dopo le inziali dichiarazioni maldestre, “avere una famiglia è un sacrosanto diritto. Chi riesce a conciliare famiglia e carriera è comunque sottoposta a enormi sacrifici, esattamente quello che ho dovuto fare io”. E le donne, nel 2022, non dovrebbero più essere costrette a vivere questo conflitto e a scegliere tra famiglia e carriera.
