BNL BNP Paribas certificazione parità di genere | ESG News

L'opinione di Audrey Kaplan di Robeco

Il miglioramento delle politiche di genere aumenta il PIL

Sebbene le quote nei consigli di amministrazione siano strumenti di elevata visibilità per sensibilizzare l’opinione pubblica e ridurre i pregiudizi di genere, le aziende che vogliono davvero abbracciare la diversità e tutti i suoi vantaggi devono avere più donne nella C-suite (l’insieme dei dirigenti più importanti di una azienda).

Audrey Kaplan, Portfolio Manager della strategia RobecoSAM Global Gender Equality Equities di Robeco

Alla fine dello scorso anno il Parlamento europeo ha imposto a tutte le società quotate nelle borse valori dell’UE di avere un minimo del 40% di donne nei loro consigli di amministrazione o almeno un terzo di donne come amministratori entro il 2026. Le società che non si adeguano devono “fare disclosure e spiegare” come il processo di selezione sia effettivamente obiettivo e non discriminatorio. Se le aziende non raggiungessero gli obiettivi e non fornissero sufficienti spiegazioni, potrebbero incorrere in multe e nel rifiuto dei candidati eletti al consiglio di amministrazione. Sebbene in alcuni Stati membri le quote siano già in vigore, la nuova legge rappresenta il primo requisito unificato e vincolante nella storia dell’UE.

Disuguaglianza di genere: ingiusta e non ottimale

Il tasso di occupazione delle donne in età lavorativa nell’UE è del 66% e il 60% dei nuovi laureati sono donne. Tuttavia, nonostante le straordinarie credenziali e la presenza nella forza lavoro, la quota di donne nei consigli di amministrazione dell’UE di società quotate in borsa è solo del 31,5%. In alcuni Stati membri questo dato scende a una singola cifra.  La legge sottolinea l’impegno dell’UE per il “valore fondamentale” della parità tra uomini e donne. Ma non è solo una questione di valore sociale: è in gioco anche un significativo valore economico. Secondo l’Istituto europeo per le politiche di genere, il miglioramento dell’uguaglianza di genere aggiungerebbe fino al 9,6% al PIL pro capite dell’UE (o 3.000 miliardi di euro) entro il 2050 – contribuendo al PIL pro capite anche più delle riforme del mercato del lavoro e dell’istruzione (vedi Figura 1).

Figura 1: Il miglioramento delle politiche di genere aumenta il PIL

La figura illustra l’impatto positivo dell’uguaglianza di genere sul PIL pro capite in tutto il blocco dell’UE a partire dall’anno base 2015 fino al 2050. La linea verde indica l’aumento del PIL con progressi più lenti nelle riforme di genere; la linea arancione indica l’aumento del PIL con riforme più rapide. Fonte: Istituto europeo per l’uguaglianza di genere, 2022
Quote nei consigli di amministrazione: una leva potente

Le quote sono state una leva potente per promuovere l’uguaglianza di genere e migliorare la diversità, almeno nei consigli di amministrazione. Le società dei Paesi dell’UE con una qualche forma di mandato di genere hanno una maggiore rappresentanza femminile nei consigli di amministrazione rispetto a quelle che ne sono prive (30,4% contro 16,6%). Inoltre, le politiche più severe con sanzioni in caso di non conformità funzionano meglio delle misure morbide e su base volontaria. Norvegia, Francia e Italia – Paesi che combinano quote più elevate con sanzioni vincolanti – possono vantare quote di donne nei consigli di amministrazione rispettivamente del 45%, 44% e 36% (dal 4%, 7% e 10%). L’esperienza dell’UE trova eco nei mercati sviluppati a livello globale: senza quote, i consigli di amministrazione sono in gran parte off-limits per le donne.

Le quote di genere sono apprezzate anche dagli investitori. Negli Stati Uniti, in assenza di mandati federali, gli investitori sono intervenuti per chiedere più donne nei consigli di amministrazione. Le campagne dei tre grandi gestori patrimoniali, Blackrock, Vanguard e State Street, hanno contribuito ad aumentare di 2,5 volte il numero di donne nei consigli di amministrazione delle società quotate negli Stati Uniti tra il 2016 e il 2019. Persino il Nasdaq, fortemente sbilanciato verso il settore tecnologico, ha istituito requisiti di diversità nei consigli di amministrazione per tutte le società quotate in borsa.

Statistiche sconfortanti dalla C-suite

I legislatori dell’UE sperano che dare alle donne una voce unitaria ai vertici dovrebbe anche ridurre le disuguaglianze in termini di retribuzione, compensi e avanzamento per le donne al di fuori dei consigli di amministrazione. Ma le ricerche condotte finora rivelano che, sebbene le quote sensibilizzino l’opinione pubblica e migliorino la gestione e l’impegno dei consigli di amministrazione, fanno ben poco per incrementare l’uguaglianza di genere al di fuori dei consigli di amministrazione. In Norvegia, il primo Paese a varare una legislazione nazionale di ampio respiro, la quota femminile nei consigli di amministrazione è balzata quasi oltre il 40%; tuttavia, le percentuali di dirigenti in alti profili e le retribuzioni sono rimasti invariati.