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Intervista

Lomazzi (Wopta): clima e biodiversità sono il moltiplicatore di rischio dietro il gap assicurativo

Il divario tra danni economici causati da eventi climatici estremi e copertura assicurativa continua ad ampliarsi, soprattutto in Europa e in modo ancora più marcato in Italia. Un fenomeno spesso letto come un problema di mercato o di scarsa cultura assicurativa, ma che in realtà affonda le sue radici in una trasformazione più profonda del rischio.

In questa intervista a ESGnews Michele Lomazzi, Head of P&C Product di Wopta Assicurazioni, analizza come l’interazione tra cambiamento climatico e perdita di biodiversità stia trasformando il rischio naturale in rischio sistemico, mettendo sotto pressione i modelli assicurativi tradizionali e imponendo un cambio di paradigma nella gestione della resilienza economica.

Il crescente gap assicurativo in Europa e in Italia può essere letto come un semplice problema di mercato o di limitata cultura assicurativa?

No, il crescente gap assicurativo che caratterizza l’Europa e, in misura ancora più accentuata, l’Italia non può più essere interpretato come un semplice problema di mercato o come il risultato di una limitata cultura assicurativa. Come evidenzia il recente report del WWF, Affrontare il divario nella copertura assicurativa: fare leva su clima e natura per aumentare la resilienza, alla base di questa vulnerabilità si trova un fattore strutturale più profondo: l’interazione tra cambiamento climatico e perdita di biodiversità, che sta trasformando il rischio naturale in rischio sistemico.

In Europa solo circa il 25% delle perdite economiche causate da eventi naturali estremi è coperto da assicurazioni; in Italia la quota scende al 20%. Questo dato, già di per sé allarmante, assume un significato ancora più grave se inserito nel contesto di un rischio in rapida crescita. Il problema non è soltanto che si è assicurati poco, ma che il rischio stesso sta aumentando a una velocità superiore alla capacità dei sistemi economici e finanziari di adattarsi.

In che modo il cambiamento climatico sta modificando la natura del rischio e mettendo in crisi i modelli tradizionali di valutazione?

Il cambiamento climatico agisce come primo moltiplicatore. L’aumento delle temperature medie, l’intensificazione del ciclo idrologico e la maggiore energia disponibile nell’atmosfera stanno rendendo più frequenti e più intensi eventi come alluvioni, ondate di calore, siccità e tempeste. Questo processo rende progressivamente obsoleti i modelli di valutazione del rischio basati sulle serie storiche, su cui si fondano molte politiche pubbliche e molti strumenti assicurativi. Eventi un tempo considerati eccezionali stanno diventando ricorrenti.

Il recente passaggio del ciclone Harry su Sicilia, Sardegna e Calabria ne è la dimostrazione più drammatica e attuale. Con onde alte fino a 9 metri, venti a 150 km/h e danni stimati in circa 2 miliardi di euro, Harry ha devastato coste, porti, strutture turistiche e patrimonio naturale. Ma il ciclone ha anche messo in luce una verità scomoda: dove gli ecosistemi costieri naturali erano stati preservati o ripristinati (sistemi dunali, vegetazione pioniera, zone umide) i danni sono stati significativamente inferiori. Dove invece cemento e infrastrutture rigide avevano sostituito le barriere naturali, la devastazione è stata totale.

Possiamo dire che distruggere capitale naturale equivale a creare un nuovo rischio economico?

La perdita di biodiversità trasforma questi eventi climatici in disastri economici. Gli ecosistemi naturali svolgono una funzione di protezione spesso invisibile ma essenziale. Foreste, zone umide, suoli permeabili, sistemi dunali e barriere naturali costiere agiscono come vere e proprie infrastrutture di resilienza: assorbono l’acqua in eccesso, rallentano le piene, stabilizzano i versanti, riducono l’erosione e attenuano l’impatto delle tempeste. Quando questi sistemi vengono degradati o distrutti, la capacità del territorio di assorbire gli shock climatici si riduce drasticamente.

Il report WWF cita un dato emblematico: il rischio di un’alluvione su larga scala può aumentare fino al 700% in aree interessate da deforestazione. Questo significa che la distruzione del capitale naturale non è solo una perdita ambientale, ma una vera e propria produzione di rischio economico. Ogni intervento che compromette un ecosistema aumenta implicitamente la probabilità e l’intensità dei danni futuri, caricandone i costi su famiglie, imprese e finanze pubbliche.

Qual è la situazione in Italia?

L’Italia rappresenta un caso paradigmatico di questa dinamica. Nel 2024 si sono verificati 351 eventi climatici estremi, cinque volte più che dieci anni fa. Le esondazioni fluviali, gli allagamenti dovuti a piogge intense e i danni da siccità sono in forte crescita, in un contesto territoriale già segnato da dissesto idrogeologico, consumo di suolo e frammentazione degli ecosistemi. A questa esposizione elevata si somma una copertura assicurativa molto limitata, che lascia la maggior parte delle perdite a carico dello Stato e delle comunità locali.

In questo scenario, il gap assicurativo non è solo una conseguenza dell’aumento del rischio, ma diventa esso stesso un fattore di amplificazione della vulnerabilità. Quando un evento estremo colpisce un’area poco assicurata, la ricostruzione è lenta e incompleta, le attività economiche faticano a ripartire e il territorio entra in una spirale di declino. Le risorse pubbliche vengono assorbite dalla gestione dell’emergenza, riducendo lo spazio fiscale per investimenti strutturali in prevenzione e tutela degli ecosistemi. Si crea così un circolo vizioso in cui più il capitale naturale si degrada, più il rischio aumenta e meno risorse restano disponibili per ridurlo.

È possibile arrestare questo circolo vizioso? Come?

È importante comprendere che non è possibile affrontare il tema del rischio senza integrare politiche climatiche, tutela della biodiversità e strumenti finanziari. La natura deve essere riconosciuta come un asset strategico di resilienza economica. Investire nel ripristino degli ecosistemi non è un costo accessorio, ma una forma di prevenzione che riduce le perdite attese e rende più sostenibili anche i sistemi assicurativi.

Ridurre il gap assicurativo richiede quindi un cambio di paradigma. Non basta aumentare la diffusione delle polizze se il rischio sottostante continua a crescere in modo incontrollato. Serve un approccio integrato che combini adattamento climatico, protezione del capitale naturale, pianificazione territoriale e condivisione del rischio tra pubblico e privato. Solo così sarà possibile contenere l’aumento delle perdite e rafforzare la resilienza economica e sociale.

Cosa rischiamo se non adottiamo rapidamente un approccio integrato tra clima, biodiversità e finanza?

In assenza di questa integrazione, il rischio sistemico continuerà ad accumularsi. Il cambiamento climatico e la perdita di biodiversità stanno già ridefinendo i confini dell’assicurabilità. Ignorare questo legame significa rinviare il problema, rendendo ogni futura catastrofe più costosa e più difficile da gestire. Agire ora su clima e natura non è solo una scelta ambientale, ma una necessità economica.

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