La causa anti-ESG contro Vanguard si conclude con un pagamento di 29,5 milioni di dollari e una serie di impegni formali volti a ridefinire i confini dell’engagement degli investitori istituzionali sui temi ESG.
Vanguard pagherà 29,5 milioni di dollari per chiudere una causa intentata da una coalizione di Procuratori Generali di diversi Stati americani a guida repubblicana, che accusavano il gestore di aver coordinato, insieme ad altri grandi asset manager quali BlackRock e State Street, strategie di investimento ESG capaci di influenzare il mercato del carbone e incidere sui prezzi dell’energia per i consumatori statunitensi.
Nello specifico la causa, avviata nel 2024 da una serie di Procure Generali di stati guidati da repubblicani, sosteneva che Vanguard avrebbe usato la sua influenza in qualità di azionista di rilievo per spingere le società carbonifere a ridurre la produzione in nome di obiettivi di sostenibilità ambientale. Secondo i ricorrenti, tale condotta avrebbe avuto effetti anticoncorrenziali sull’intero settore energetico. In particolare la causa sosteneva che le aziende avessero violato il Clayton Act, una legge antitrust statunitense che vieta strategie di investimento che possano ridurre la concorrenza nel mercato. Per evitare costose battaglie legali e ulteriori pressioni regolatorie, Vanguard ha concordato il pagamento e si è impegnata a limitare alcune attività legate agli obiettivi ESG, precisando tuttavia che l’intesa non comporta alcuna ammissione di responsabilità.
Nel dettaglio, gli Stati coinvolti hanno preteso che Vanguard rinunciasse ad alcune pratiche considerate “attiviste”, come l’adesione ad alcune iniziative di investimento responsabile legate ai criteri ESG, nonché l’impegno a non esercitare pressioni sulle società partecipate affinché adottino specifici target di riduzione delle emissioni. Il contratto di accordo prevede infatti che Vanguard renda disponibili opzioni di voto proxy agli investitori in fondi rappresentativi di almeno il 50% dei suoi asset azionari negli Stati Uniti, rafforzando così la voce dei clienti nella governance delle società in portafoglio e riducendo il ruolo centralizzato del gestore nelle decisioni assembleari.
Il gruppo ha ribadito che l’accordo non costituisce un’ammissione di colpevolezza ma è finalizzato a “porre fine alla controversia e concentrarsi sui propri investitori”. BlackRock e State Street non hanno invece raggiunto un’intesa e continuano a respingere le accuse, definendo infondate le imputazioni di collusione o di manipolazione dei mercati energetici.
