L’amministrazione statunitense ha impresso una svolta netta alla governance energetica internazionale, mettendo in discussione il ruolo del clima come priorità globale.
Gli Stati Uniti hanno intimato alla International Energy Agency (IEA) di ridimensionare l’agenda del net zero entro un anno, minacciando in caso contrario l’uscita dall’agenzia internazionale. Un passaggio che segna una svolta nella governance energetica globale.
La pressione è stata esercitata dal Segretario all’Energia Chris Wright, che ha chiesto una revisione dell’impostazione strategica della IEA. La risposta non si è fatta attendere: l’ultimo vertice ministeriale ha registrato un evidente ridimensionamento della centralità dell’agenda climatica nelle priorità formali dell’Agency.
Se l’inizio di un nuovo anno è tradizionalmente associato a slanci di ottimismo, lo stesso non può dirsi per la politica internazionale, qiundi, che ha scelto l’avvio del 2026 per rimescolare le carte del gioco energetico globale. Protagonisti sono senza dubbio gli Stati Uniti che, rispolverando il mantra del “Drill baby, drill”, riaffermano una strategia di crescita fondata sui combustibili fossili e sulla massimizzazione della produzione nazionale.
In questo contesto si inserisce l’ultimatum rivolto da Washington alla IEA: dodici mesi per abbandonare la traiettoria del net zero o affrontare il ritiro americano. “C’è stata una mentalità di gruppo, dieci anni investiti in una distruttiva illusione del net zero entro il 2050”, ha dichiarato Wright, aggiungendo che gli Stati Uniti “useranno tutta la pressione possibile” per spingere l’IEA ad allontanarsi da questa impostazione.
La portata della minaccia non è meramente simbolica. Wright ha infatti chiarito che l’obiettivo di Washington non è il disimpegno, bensì il controllo dell’indirizzo strategico dell’agenzia. “C’è sempre il rischio” che altri attori, in primis la Cina, aumentino la propria influenza, ed è proprio per questo, ha spiegato, che gli Stati Uniti non intendono ritirarsi. La leva del withdrawal viene così utilizzata come strumento di pressione politica, funzionale a ridefinire le priorità della IEA dall’interno.
L’esito non si è fatto attendere. Al termine dell’ultimo vertice ministeriale dell’International Energy Agency a Parigi, il comunicato conclusivo non ha incluso il cambiamento climatico tra le priorità formalmente elencate dell’agenzia. Al suo posto, il documento ha posto l’accento su sicurezza energetica, resilienza dei sistemi, minerali critici e infrastrutture elettriche. Pur non configurando un abbandono esplicito della dimensione climatica dall’analisi e dai lavori dell’IEA, questa scelta rappresenta una chiara discontinuità rispetto al passato recente, quando la lotta al cambiamento climatico e la progressiva riduzione del ricorso ai combustibili fossili costituivano il perno dichiarato dell’azione dell’agenzia.
Secondo Wright, questa svolta rifletterebbe un sentire più ampio, seppur raramente espresso in pubblico. “Stiamo vedendo molte nazioni, almeno privatamente, parlare del desiderio di tornare competitive, reindustrializzarsi e avere forze armate forti”, ha affermato, suggerendo che l’agenda climatica sia sempre più percepita come un vincolo alla potenza economica e strategica degli Stati.
È soprattutto l’Europa ad attestarsi, almeno agli occhi di Washington, su posizioni antitetiche. Wright ha osservato come diversi governi europei abbiano legato la propria credibilità politica al raggiungimento degli obiettivi di neutralità climatica, rendendo difficile qualsiasi revisione pubblica della rotta. Una posizione che si scontra con la crescente pressione sociale ed economica, ma che per l’Unione Europea resta parte integrante di una strategia di lungo periodo.
Per Bruxelles, infatti, la transizione energetica non è più soltanto una questione ambientale, ma un pilastro di competitività strategica, sicurezza e autonomia industriale. Non a caso, consulenti indipendenti dell’UE hanno recentemente avvertito che il continente non è preparato a un clima sempre più estremo e che sono necessari investimenti urgenti per proteggere cittadini e infrastrutture.
Il contrasto tra le due visioni è netto. Da un lato, gli Stati Uniti puntano su abbondanza energetica, fossili e deregolamentazione come strumenti di potenza. Dall’altro, l’Europa continua a scommettere su decarbonizzazione, adattamento e innovazione come leve di resilienza in un mondo instabile.
La vicenda della IEA conferma così che l’energia, oggi più che mai, è tornata a essere una questione di potere prima ancora che di sostenibilità.
