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L'analisi di McKinsey

L’altra faccia del Natale: come ridurre l’uso di plastica

Il periodo natalizio porta con sé calore, convivialità e un’esplosione di consumi che, pur nella loro magia, hanno un impatto non trascurabile sull’ambiente. Solo in Europa, nelle settimane tra dicembre e gennaio, l’utilizzo di imballaggi aumenta sensibilmente: carta da regalo, nastri sintetici, confezioni monouso, decorazioni a breve vita utile e oggetti usa-e-getta legati alle festività contribuiscono a generare un picco stagionale di rifiuti, gran parte dei quali costituiti da plastica. Questi materiali, spesso difficili da riciclare a causa delle finiture lucide, delle laminazioni o delle contaminazioni alimentari, alimentano un flusso di scarti che mette sotto pressione i sistemi di raccolta e riciclo, amplificando l’impronta ecologica delle celebrazioni.

Per questo motivo diventa fondamentale riflettere sull’impatto della plastica: comprendere da dove provengono le emissioni, quali tecnologie sono già disponibili e quali strategie possono ridurle diventa un passaggio importante per trasformare anche le festività in un momento di consapevolezza. È proprio in quest’ottica che si inserisce lo studio di McKinsey, che analizza in profondità costi, opportunità e possibili percorsi verso una filiera della plastica più circolare e a basse emissioni.

Il costo ambientale della produzione di plastica

La produzione di plastica rappresenta il 3% delle emissioni globali di CO₂, con oltre un miliardo di tonnellate di carbonio fossile intrappolato ogni anno nei materiali plastici. Un’azione concertata lungo tutta la filiera produttiva potrebbe ridurre dell’80-90% queste emissioni entro il 2050. Tecnologie e soluzioni esistono già, ma servono investimenti, collaborazione e modelli di business sostenibili per superare gli ostacoli tecnologici e infrastrutturali.

Nel 2023, la produzione globale di plastica ha superato i 400 milioni di tonnellate, generando tra 1.000 e 1.200 milioni di tonnellate di CO₂. A ciò si aggiunge un ulteriore miliardo di tonnellate di carbonio fossile intrappolato nei materiali stessi, che rischia di essere rilasciato in assenza di una gestione circolare dei rifiuti. La plastica è ovunque, dai contenitori per alimenti ai componenti dei razzi, e la sua impronta carbonica varia notevolmente in base al tipo, al processo produttivo e alla regione geografica.

Il processo di produzione della plastica è complesso e frammentato in tre fasi principali: la produzione delle materie prime (che rappresenta circa il 20% delle emissioni), la produzione dei monomeri (25-50% delle emissioni), e la produzione del materiale plastico finito (30-55%). Ogni passaggio è caratterizzato da processi ad alta intensità energetica, spesso alimentati da combustibili fossili, con variazioni significative in termini di efficienza e tecnologie impiegate.

Riciclo e innovazione: le chiavi per una plastica circolare

Una delle leve più promettenti per ridurre l’impatto climatico della plastica è il riciclo, sia meccanico che chimico. Il riciclo meccanico riguarda materiali come PET e HDPE, già largamente presenti nelle infrastrutture di raccolta e riciclo in Europa e in alcune aree dell’Asia; il riciclo chimico invece consente di trattare plastiche più complesse o contaminate, come policarbonati e PVC, ma richiede ancora innovazione e investimenti per raggiungere la scala industriale.

Un principio chiave evidenziato da McKinsey è quello dello “short-loop” ovvero cicli di riciclo più brevi, che evitano passaggi ad alta intensità energetica, come la produzione dei monomeri o la raffinazione delle materie prime fossili, che riducono drasticamente le emissioni e migliorano l’efficienza complessiva della filiera. L’accesso e la valorizzazione dei materiali secondari, soprattutto nei settori ad alto volume come automotive e beni di consumo, è fondamentale per rendere concreti questi cicli brevi e costruire catene circolari su larga scala.

Un altro fattore determinante è la disponibilità di energia rinnovabile. L’elettrificazione dei processi ad alta temperatura, se alimentata da fonti rinnovabili, può moltiplicare l’effetto positivo del riciclo, sostituendo i combustibili fossili e contribuendo in maniera significativa alla decarbonizzazione.

Come allineare la filiera per accelerare la transizione

La transizione verso una plastica decarbonizzata e circolare non può essere realizzata da un singolo attore. Serve un allineamento tra tutti gli stakeholder della filiera: produttori di materie prime, trasformatori, utilizzatori finali e sistemi di gestione dei rifiuti. Secondo McKinsey, sono quattro le strategie principali che possono guidare questo allineamento:

  1. Aumentare l’efficienza energetica: le tecnologie di risparmio energetico, come il recupero del calore, sono già disponibili e spesso economicamente vantaggiose. Tuttavia, richiedono una priorità negli investimenti da parte dei produttori.
  2. Promuovere l’innovazione tecnologica: piccoli impianti pilota possono testare soluzioni avanzate come l’elettrificazione dei forni o l’uso dell’idrogeno. La maturazione tecnologica di questi processi potrebbe sbloccare una riduzione massiva delle emissioni.
  3. Aggregare e attivare la domanda: coordinare la domanda da parte di diversi attori industriali può facilitare la realizzazione di impianti a basse emissioni, rendendo economicamente sostenibili gli investimenti.
  4. Aumentare la circolarità a ciclo più breve: valorizzare nuove fonti di materiali secondari e ottimizzare la gestione dei flussi di riciclo consente di rendere effettivi i cicli brevi, riducendo le emissioni e migliorando l’efficienza complessiva della filiera plastica.

Essere “first mover” in questo processo offrirà vantaggi competitivi. Le fonti di energia rinnovabile e le materie prime alternative non saranno sufficienti per tutti. Chi saprà attivare per primo filiere circolari a basse emissioni sarà meglio posizionato nel mercato del futuro.