Il 16 settembre si celebra la Giornata Internazionale per la Protezione dello Strato di Ozono, iniziativa promossa dalle Nazioni Unite per ricordare la stipula del Protocollo di Montréal, l’accordo che ha dato il via all’eliminazione delle sostanze dannose per l’ozono. Un successo sul fronte della cooperazione internazionale che sta portando alla chiusura del buco dell’ozono. Un modello a cui ispirarsi per l’azione collettiva anche in ambito climatico.
Il 16 settembre si celebra la Giornata Internazionale per la Protezione dello Strato di Ozono, istituita dalle Nazioni Unite per ricordare la firma del Protocollo di Montréal del 1987, lo storico accordo internazionale che ha avviato la progressiva eliminazione a livello globale delle sostanze responsabili della riduzione dell’ozono stratosferico (cosiddette ODS, Ozone-Depleting Substances). Un successo sul fronte della cooperazione internazionale che ha portato a risultati tangibili, tanto che l’ONU stima che il buco si chiuderà completamente entro la metà del secolo, a eccezione delle zone polari per cui bisognerà attendere il 2066. Un esempio di come l’azione collettiva, decisa e unidirezionale a livello politico globale sia la principale arma per far fronte alle problematiche ambientali, prima fra tutte il cambiamento climatico.
Indice
Cos’è lo strato di ozono e perché si è creato il buco
Lo strato di ozono (O₃) si trova nella stratosfera, che si estende da circa 7 km di altitudine ai poli e fino a 20 km all’equatore, arrivando a circa 50 km sopra la superficie terrestre. Questo strato agisce come uno scudo cruciale contro le radiazioni ultraviolette (UV) dannose.
Negli anni Settanta e Ottanta gli scienziati scoprirono che sostanze chimiche di origine antropica contenenti alogeni (cloro, bromo e fluoro) stavano erodendo gravemente questo strato protettivo. Il danno più evidente si verificava sopra l’Antartide, dove la forte riduzione dell’ozono portò a un’azione internazionale urgente.
Il Protocollo di Montréal, e i successivi emendamenti, hanno imposto l’eliminazione graduale di quasi 100 sostanze ozono-lesive, in particolare i clorofluorocarburi (CFC), largamente usati nella refrigerazione, nel condizionamento dell’aria, negli isolanti in schiuma e negli aerosol, e gli halon, usati nei sistemi antincendio e nella fumigazione agricola.
L’inizio del buco dell’ozono antartico ogni anno è innescato da un’interazione complessa di condizioni meteorologiche e reazioni chimiche. Durante l’inverno polare australe, forti venti stratosferici formano un vortice stabile che isola un’area con temperature estremamente basse, favorendo la formazione di nubi stratosferiche polari. Con il ritorno della luce solare in primavera (da agosto a dicembre), le ODS accumulate reagiscono sulla superficie di queste nubi, rilasciando atomi di cloro e bromo che distruggono le molecole di ozono. Questo porta alla formazione del buco dell’ozono, un’area in cui le concentrazioni stratosferiche di ozono si riducono drasticamente e la colonna totale scende al di sotto della soglia di 220 Unità Dobson (DU).
Con l’aumento delle temperature nella transizione verso l’estate australe, i venti del vortice polare si indeboliscono, permettendo all’aria ricca di ozono delle latitudini extratropicali di mescolarsi in quota, chiudendo naturalmente il buco entro la fine dell’anno.
Stato del buco dell’ozono nel 2025
Stando a quanto pubblicato da Copernicus Atmosphere Monitoring Service (CAMS) dell’Unione Europea, l’inizio del buco dell’ozono antartico del 2025 si è verificato prima della media 1979–2022, con i principali indicatori di monitoraggio (ossia area del buco, colonna totale minima di ozono, deficit di massa dell’ozono e temperatura minima a 50 hPa, circa 20 km di altitudine) molto simili a quelli osservati nel 2023.
Alla fine di agosto, l’area del buco dell’ozono antartico ha raggiunto circa 15 milioni di km², in anticipo rispetto al 2024, quando la stessa soglia era stata raggiunta una settimana più tardi. Lo sviluppo precoce è risultato più vicino ai modelli del 2023 che alla stagione più moderata del 2024, quando un riscaldamento stratosferico a luglio aveva rallentato la formazione del vortice polare. Nella prima metà di settembre, con un’area stimata di 21,08 milioni di km², le dimensioni e altri indicatori si sono discostati dal modello del 2023, risultando più comparabili con il 2024 e la media 1979–2022.
Ad ogni modo, la durata e l’estensione del buco dell’ozono sono soggette a variabilità, in funzione delle dinamiche atmosferiche globali e dei fattori chimici, perciò tali fluttuazioni sono considerate normali.
Il successo del Protocollo di Montréal
Con il Protocollo di Montréal, firmato nel 1987 ed entrato in vigore nel 1989, quasi 200 Paesi si impegnarono a eliminare gradualmente la produzione e l’uso di sostanze ozono-lesive. Questo impegno collettivo, mantenuto e rafforzato con successivi emendamenti, ha portato all’eliminazione del 99% di tali sostanze. Grazie a questa cooperazione senza precedenti, lo strato di ozono è oggi in via di recupero e, secondo le previsioni scientifiche, potrebbe tornare ai livelli pre-1980 entro la seconda metà del secolo.
Perchè l’azione sul buco dell’ozono è una lezione per il cambiamento climatico
Quello dell’ozono rappresenta un esempio positivo di come la cooperazione internazionale possa affrontare con successo una crisi ambientale globale. Tutti i Paesi, grandi e piccoli, sviluppati ed emergenti, si sono impegnati in modo coordinato a ridurre progressivamente le sostanze ozono-lesive, condividendo tecnologie e meccanismi di supporto finanziario. Una risposta che, a quasi quarant’anni di distanza, continua a essere citata come modello di diplomazia ambientale.
Un impegno di questa portata non si riscontra oggi sul fronte della lotta al cambiamento climatico. Nonostante l’urgenza riconosciuta dalla comunità scientifica e gli obiettivi fissati dall’Accordo di Parigi, le emissioni di gas serra globali continuano a crescere e gli sforzi rimangono frammentati. Il contrasto tra il successo del Protocollo di Montréal e le difficoltà dell’azione climatica globale rappresenta un monito: senza un impegno condiviso e coordinato, la sfida più grande del nostro tempo rischia di restare irrisolta.
Gli impatti sul clima dell’ozono: una questione ancora aperta
Se il successo del Protocollo di Montréal è indiscusso, restano aperti gli interrogativi sugli effetti che la chiusura del buco dell’ozono potrà avere sul clima. Lo strato di ozono, infatti, non è soltanto un filtro per le radiazioni UV, ma influenza anche la dinamica atmosferica e la circolazione dei venti. Se da un lato, infatti, l’ultimo report delle Nazioni Unite, che ogni quattro anni monitora i progressi del Protocollo, abbia stimato come l’uso continuato e incontrollato di alcune ODS (in particolare dei clorofluorocarburi), che sono gas a effetto serra, avrebbe aumentato le temperature globali di ben 1°C entro la metà del secolo, dall’altro alcuni studi suggeriscono che la graduale ricostituzione dello strato potrebbe avere impatti complessi sui sistemi climatici.
In particolare, uno studio recente, pubblicato su Atmospheric Chemistry and Physics, evidenzia che con l’eliminazione delle sostanze ozono-lesive, ma in presenza di livelli elevati di inquinamento atmosferico, l’ozono residuo può contribuire a riscaldare la Terra fino al 40% in più rispetto a quanto stimato finora.
In particolare, lo studio ha stimato che tra il 2015 e il 2050, l’ozono possa intrappolare circa 0,27 watt per metro quadrato di calore extra. Questo potrebbe fare dell’ozono un contributore significativo al riscaldamento globale, secondo solo alla CO₂ in termini di effetto radiativo aggiuntivo, se le tendenze attuali non cambiano.
Tuttavia, nonostante questi risultati emergenti, ci sono molte incognite: come varieranno questi effetti in base alla regione geografica, alle condizioni atmosferiche locali, ai livelli di altri inquinanti e all’evoluzione delle emissioni?
Al contempo, è importante considerare e ricordare i molteplici benefici che la chiusura del buco dell’ozono ha sulla salute e sull’ambiente e che derivano dalla riduzione dei raggi UV, dalla prevenzione di tumori della pelle e dalla diminuzione dei danni agli ecosistemi.
