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Transizione energetica

Cina, cala del 60% lo smog in 10 anni, ma ora il ritorno del carbone mette alla prova la transizione verde

La Cina rallenta la faticosa corsa contro l’inquinamento atmosferico. Sebbene dopo l'”airpocalypse” del 2013, Pechino sia riuscito a ridurre di quasi il 60% le concentrazioni di polveri sottili (PM2.5), un’analisi del Financial Times evidenzia una recente inversione di tendenza. Nei primi mesi dell’anno, i livelli di smog sono aumentati in media dell’11% in sei grandi città industriali del nord, con punte del +22% a Shijiazhuang e +16% a Jinan, due importanti poli industriali con una forte presenza nei settori chimico, farmaceutico e della manifattura avanzata.

Questo rimbalzo, guidato da condizioni meteo sfavorevoli, dal forte dinamismo della petrolchimica nazionale e da un massiccio ricorso alla generazione elettrica da carbone per ragioni di sicurezza energetica, mette in luce la fragilità dei progressi ambientali finora conseguiti dalla potenza asiatica.

I dati storici evidenziano la portata degli sforzi compiuti da Pechino. Dal picco del 2013, l’abbattimento delle emissioni (-60%), dovuto a massicci interventi regolatori, ha garantito un calo del 30% dei ricoveri ospedalieri legati alle polveri sottili.

La trasformazione è evidente anche sul piano demografico. Nel 2015 soltanto 87 milioni di persone vivevano in aree che rispettavano gli standard nazionali sulla qualità dell’aria. Nel 2024 il numero è salito a 664 milioni, oltre sette volte tanto.

Un progresso significativo, ma ancora incompleto. Più della metà della popolazione cinese continua infatti a vivere in aree dove la concentrazione di polveri sottili (PM2.5) resta superiore ai livelli considerati sicuri dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, con valori circa sei volte più elevati rispetto alle linee guida internazionali.

Le polveri sottili, generate principalmente da traffico veicolare e attività industriali, rappresentano uno dei principali fattori di rischio ambientale e sanitario. Per le loro dimensioni estremamente ridotte possono penetrare nei polmoni e raggiungere il sistema circolatorio, aumentando il rischio di patologie cardiovascolari e respiratorie.

Il rallentamento della manifattura pesante ha favorito una contrazione della produzione di acciaio (-4,4%) e cemento (-6,9%), sostenendo la traiettoria di decarbonizzazione del Paese. Al contempo, la quota di elettricità generata da fonti rinnovabili è salita al 37%, spinta da un’espansione senza precedenti del solare e dell’eolico.

Il solare è diventato uno dei simboli della transizione cinese: nel 2025 ha raggiunto l’11,1% della generazione elettrica nazionale, sedici volte il livello del 2015. Secondo i dati di Global Energy Monitor, la Cina dispone oggi di oltre 13.000 grandi impianti fotovoltaici, con una capacità complessiva superiore ai 1.100 GW.

Tuttavia, il vero ostacolo alla neutralità climatica rimane l’approvvigionamento di base. Di fronte alle incertezze geopolitiche globali, Pechino ha privilegiato la sicurezza e l’autosufficienza energetica nazionale, scommettendo nuovamente sulla sua risorsa più economica e abbondante: il carbone.

I progetti legati a nuove centrali termoelettriche hanno registrato massimi storici, raggiungendo nel 2025 ben 161 GW di capacità complessiva. Inoltre, solo nei primi due mesi del 2026, la Cina ha potenziato la rete con altri 20 GW di potenza da carbone, pari a quasi la metà di tutte le nuove installazioni rinnovabili dello stesso periodo. Il risultato è una contraddizione difficile da ignorare: il Paese che oggi domina la produzione mondiale di tecnologie verdi resta anche il maggiore emettitore globale di gas serra.

In definitiva, la parabola cinese dimostra l’efficacia delle politiche centralizzate nell’intercettare i cosiddetti “low-hanging fruit”, ovvero gli obiettivi di riduzione più immediati e semplici da raggiungere attraverso l’efficientamento dei grandi impianti industriali.
Secondo le proiezioni di BloombergNEF, riportati dalla testata britannica, la Cina è infatti sulla buona strada per ridurre le proprie emissioni del 17% entro il 2030 rispetto al picco previsto per il 2023.

Tuttavia, come sottolineano gli analisti del Centre for Research on Energy and Clean Air (CREA), la fase successiva della transizione richiederà interventi molto più complessi e politicamente onerosi. Per consolidare i risultati e rispettare il target nazionale di riduzione del PM2.5 a 25 microgrammi entro il 2035, la Cina non potrà più concentrarsi soltanto sul miglioramento degli standard emissivi e sul contenimento dell’inquinamento locale, ma dovrà affrontare il nodo strutturale della dipendenza dai combustibili fossili.

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