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Rapporto Intesa Sanpaolo

Bioeconomia, valori record nel 2024, Italia seconda in UE ha generato 426,8 mld di euro

Nel 2024 la bioeconomia, l’insieme di attività che utilizzano materie prime di origine biologica e rinnovabile, ha raggiunto un valore di produzione pari a 3.042 miliardi di euro in Europa, pari all’8,7% del totale economia, occupando oltre 17 milioni di addetti. In Italia, il comparto ha generato un output pari a 426,8 miliardi di euro, sintesi sia del buon andamento della filiera agro-alimentare, sia del calo registrato in alcuni settori di forte specializzazione italiana come la moda, i prodotti in legno ed i mobili. La bioeconomia nella Penisola rappresenta circa il 10% del valore della produzione complessiva ed il 7,7% considerando l’occupazione. L’Italia risulta specializzata in questo meta-settore, rappresentando il 14% dell’UE27, una percentuale superiore rispetto a quella che si osserva per il totale delle attività economiche (12,4%). Sono questi alcuni dei dati emersi dall’undicesimo Rapporto La Bioeconomia in Europa, presentato a Roma all’Università Luiss Guido Carli e realizzato dal Research Department di Intesa Sanpaolo, in collaborazione con il Cluster SPRING e con il contributo di SRM – Studi e Ricerche per il Mezzogiorno.

L’analisi del panorama della bioeconomia nei paesi europei è stata condotta utilizzando l’appartenenza alle
diverse aree climatiche come chiave di lettura, allo stesso tempo sintetica e in grado di raccontare le specificità
delle diverse geografie. I cluster individuati sono quattro: Area Mediterranea (Italia, Spagna, Grecia, Portogallo e
Croazia), Area Continentale Temperata (Austria, Romania, Polonia, Repubblica Ceca, Slovenia, Ungheria,
Bulgaria e Slovacchia), Area Temperata Oceanica (Francia, Germania, Belgio e Paesi Bassi) e Area Paesi Nordici
(Lettonia, Lituania, Estonia, Svezia, Finlandia e Danimarca).

“La bioeconomia si conferma un settore rilevante per l’economia italiana, rappresentando un’occasione di crescita anche per le Aree Interne, spesso escluse dai circuiti dello sviluppo” ha dichiarato Stefania Trenti, Responsabile Industry and Local Economies Research di Intesa Sanpaolo, che ha continuato: “la Bioeconomia può rappresentare un’occasione per innovare anche per settori altamente competitivi come quello del packaging in plastica. L’originale indagine su imprese attive in questo settore, presentata nel report, conferma il ruolo che i prodotti bio-based già ora giocano nel contesto italiano grazie all’impegno di imprese fortemente innovative e proattive di fronte alle sfide del mercato”.

Imballaggi e plastica bio-based: competitività e domanda al centro

Il rapporto evidenzia il potenziale di crescita dei prodotti bio-based, in particolare nel settore del packaging, considerato chiave per l’economia circolare. Un’indagine condotta su 171 imprese italiane del comparto plastica conferma che quasi la metà utilizza già input di origine naturale, e tra queste il 40% lo fa in misura significativa. Si tratta di imprese fortemente vocate all’innovazione, che hanno scelto di utilizzare materie prime bio based spinte soprattutto da motivi di competitività e di richieste del mercato. In prospettiva, il 23% delle aziende che non utilizzano materie prime bio-based intende introdurre tali input nei propri processi produttivi, mentre ben il 68% delle imprese che utilizzano input bio-based in maniera marginale dichiarano di voler ampliare l’utilizzo di tali risorse.

Mediterraneo e Nord Europa: territorialità per la bioeconomia

A livello europeo, l’analisi mostra che la bioeconomia ha maggiore incidenza nei Paesi mediterranei (10,3% del totale economia) e nordici (9,7%). In tutte le aree considerate la filiera agro-alimentare rappresenta oltre la metà
del valore della bioeconomia. Al contrario nel sistema moda bio-based spiccano i paesi dell’area Mediterranea, influenzati dall’Italia, mentre nei comparti del legno e mobili bio-based e nella carta emergono i paesi del Nord Europa.

Guardando invece al settore della chimica, gomma e plastica la ocmponente bio-based ha incidenze più modeste e relativamente simili nelle diverse aree climatiche, dall’1,2% del totale della bioeconomia nel Mediterraneo al 2,3% dei paesi Nordici.

Il Rapporto individua anche nelle Aree Interne italiane, e in particolare del Mezzogiorno, territori strategici per la la transizione verso la bioeconomia. Tali aree, secondo l’analisi condotta da SRM, posseggono un capitale ecologico e produttivo che le rende naturalmente vocate a sostenere tale trasformazione. La ricchezza in biodiversità, la prevalenza di colture stabili, la diffusione di pratiche biologiche, la presenza di sistemi agro-silvo-pastorali integrati e la relativa assenza di agricoltura intensiva configurano questi territori come aree strategiche per l’Italia, non solo in termini produttivi, ma soprattutto come custodi di servizi ecosistemici e innovazione sostenibile.

Verso una strategia industriale europea per la bioeconomia

Secondo Catia Bastioli, presidente del Cluster SPRING, “la bioeconomia è oggi una leva strategica per coniugare sostenibilità ambientale, competitività industriale e coesione territoriale”. Serve ora un riconoscimento normativo a livello europeo: tra le azioni proposte, l’introduzione di sottocodici NACE, la valorizzazione del contenuto bio-based nei prodotti e il lancio di una nuova Lead Market Initiative europea.

Con l’imminente revisione della Strategia europea per la Bioeconomia, attesa per la fine del 2025, e il posizionamento del settore nel Clean Industrial Deal, il Rapporto lancia un messaggio chiaro: la bioeconomia può diventare un pilastro industriale strategico per l’Europa del futuro.