Debutto in chiaroscuro per Shein alla Borsa di Hong Kong: il titolo arriva a perdere il 10% per poi recuperare e chiudere quasi invariato. La società vale circa 26,3 miliardi di dollari, lontanissima dai quasi 100 miliardi della valutazione del 2022. A pesare sono redditività, dazi, rischi regolatori e sostenibilità.
Shein arriva in Borsa, ma il mercato non sembra disposto a riconoscere al colosso dell’ultra fast fashion la valutazione che aveva raggiunto negli anni della sua espansione più impetuosa. Al debutto alla Borsa di Hong Kong, il titolo ha aperto in calo di circa il 10%, per poi recuperare progressivamente le perdite e chiudere a 48,50 dollari di Hong Kong, praticamente invariato rispetto ai 48,56 dollari del prezzo di collocamento. L’operazione ha raccolto circa 1,74 miliardi di dollari e valorizza la società intorno a 26,3 miliardi di dollari.
Il dato più significativo è però il confronto con il passato: nel 2022 Shein era arrivata a essere valutata quasi 100 miliardi di dollari sul mercato privato. Il valore è quindi poco più di un quarto di quel picco. Anche prima dell’esordio ufficiale il mercato aveva lanciato un segnale negativo: nel cosiddetto mercato grigio le azioni erano scese di oltre il 10%.
Shein è un’azienda di moda nata in Cina e con sede a Singapore, costruita attorno a un modello digitale radicalmente diverso da quello dei grandi gruppi tradizionali. Non produce grandi collezioni stagionali, ma utilizza dati, algoritmi e una rete di migliaia di fornitori per individuare rapidamente la domanda, testare piccoli quantitativi e immettere continuamente nuovi prodotti sul mercato. Un modello di business che concentra tutte le principali criticità del fast fashion. Il gruppo serve circa 273 milioni di clienti attivi e propone in media circa 4.700 nuovi stili di abbigliamento al giorno, con oltre 2 milioni di stili complessivi. Nel 2025 i ricavi hanno raggiunto 41,8 miliardi di dollari, contro 32,1 miliardi nel 2023.
Il problema è che proprio il modello che ha permesso a Shein di crescere così rapidamente sta entrando in una fase di maggiore pressione. Dazi, costi logistici, controlli regolatori, controversie sulla filiera e interrogativi sulla sostenibilità stanno mettendo alla prova la capacità del gruppo di continuare a offrire prezzi estremamente bassi mantenendo al tempo stesso elevata redditività.
Una valutazione lontanissima dai grandi competitor
La quotazione restituisce innanzitutto una fotografia molto diversa da quella dei grandi gruppi quotati della moda. Shein, con circa 41,8 miliardi di dollari di ricavi nel 2025, ha dimensioni di fatturato comparabili a Inditex, proprietaria di Zara, che nel 2025 ha registrato circa 39,9 miliardi di euro di ricavi. Ma il mercato attribuisce alle due società valori enormemente diversi.
Shein vale circa 26,3 miliardi di dollari, mentre Inditex supera ampiamente i 200 miliardi di dollari di capitalizzazione secondo i dati di mercato. Anche il confronto con i grandi gruppi del lusso è indicativo: LVMH e Hermès hanno capitalizzazioni superiori ai 200 miliardi di dollari.
La distanza non si spiega quindi soltanto con le dimensioni e la redditività. Gli investitori stanno attribuendo a Shein un multiplo più basso perché vedono maggiori rischi sul futuro della crescita e sulla sostenibilità economica del modello. Il mercato sembra chiedersi quanto a lungo sia possibile mantenere prezzi estremamente bassi quando aumentano dazi, costi di spedizione e vincoli normativi. E soprattutto i problemi in termini di sostenibilità ambientale e condizioni dei lavoratori.
La redditività è sotto pressione
La crescita dei ricavi non è più sufficiente a garantire una traiettoria lineare degli utili. Nel 2025 Shein ha realizzato circa 2,06 miliardi di dollari di utile netto, in calo rispetto ai circa 3,37 miliardi del 2024. Nel primo trimestre del 2026 il deterioramento è diventato ancora più evidente: la società ha registrato una perdita di 99 milioni di dollari, contro un utile di 395 milioni nello stesso periodo dell’anno precedente. La perdita ha risentito anche di un onere contabile di 328 milioni di dollari legato alla valutazione delle azioni privilegiate.
A pesare sono soprattutto i cambiamenti nel commercio internazionale. Negli Stati Uniti la fine dell’esenzione de minimis per le importazioni dalla Cina, che consentiva di importare senza dazi le spedizioni sotto un determinato valore, ha aumentato il costo delle vendite e della gestione degli ordini. Shein ha dichiarato di aver dovuto valutare anche aumenti dei prezzi per compensare almeno in parte l’incremento di dazi e imposte.
Anche l’Europa rappresenta una sfida. Il mercato europeo genera oltre il 35% del fatturato di Shein, ma l’introduzione di nuovi oneri sulle importazioni e l’evoluzione della normativa potrebbero aumentare ulteriormente i costi. Dal 1° luglio 2026 l’Unione europea ha infatti introdotto un onere di 3 euro sui piccoli pacchi provenienti da Paesi extra-UE, nell’ambito della nuova disciplina che riguarda le importazioni di basso valore. La misura interessa piattaforme come Shein, Temu e AliExpress. La stessa Shein prevede un possibile impatto negativo sui volumi di vendita qualora fosse necessario aumentare i prezzi. Tuttavia, fino ad oggi, Shein ha beneficiato del possesso di strutture logistiche in Europa, in particolare di un importante magazzino in Polonia, dal momento che i prodotti spediti da magazzini europei non sono soggetti allo stesso trattamento doganale delle spedizioni provenienti direttamente da Paesi extra-UE.
A questa stretta si aggiunge quella della Francia. Dal 1° settembre 2026 è entrato in vigore un nuovo contributo ambientale sui prodotti di fast fashion, pensato per ridurre l’impatto del settore e scoraggiare il consumo di capi a basso costo. Il contributo parte da 2 euro per capo e aumenterà progressivamente fino a un massimo di 4 euro nel 2027, mentre per alcuni prodotti può arrivare a rappresentare fino al 50% del prezzo del capo prima delle imposte, con un tetto massimo di 12 euro. La misura colpisce in particolare piattaforme come Shein e Temu e rende ancora più complesso il mantenimento di prezzi estremamente bassi.
Il modello Shein sotto esame
La forza di Shein è anche la sua principale vulnerabilità. Il gruppo ha costruito un sistema nel quale tecnologia, dati e produzione estremamente flessibile permettono di rispondere quasi in tempo reale alle tendenze dei consumatori. La società lavora con una vasta rete di terzisti, concentrati in larga parte in Cina, mentre la produzione viene continuamente adattata alla domanda.
È un modello molto diverso da quello dei retailer tradizionali e consente di limitare le scorte invendute attraverso la produzione iniziale di piccoli quantitativi. Ma l’elevatissimo numero di nuovi prodotti crea un’altra questione: secondo il documento di quotazione a Hong Kong, il sito propone circa 4.700 nuovi stili al giorno e oltre 2 milioni di modelli complessivi.
La strategia ha permesso a Shein di raggiungere una scala globale senza costruire una rete fisica di negozi paragonabile a quella dei competitor. Ma il sistema dipende fortemente da marketing, logistica internazionale e rapidità della supply chain. Se aumentano i costi di trasporto o vengono meno i vantaggi doganali, una parte del vantaggio competitivo rischia di ridursi.
Dazi e regolamentazione cambiano le regole del gioco
Il debutto di Hong Kong arriva in un momento in cui Shein deve affrontare una crescente pressione normativa. Tanto è vero che i tentativi precedenti di quotazione a New York e Londra erano stati accompagnati da forti critiche riguardanti filiera produttiva, condizioni di lavoro, governance e impatto ambientale.
In Europa la società è stata sottoposta a diverse iniziative regolatorie. La Commissione europea ha avviato nel febbraio 2026 un procedimento formale nell’ambito del Digital Services Act sulla vendita di prodotti illegali, sul design potenzialmente addictive della piattaforma e sulla trasparenza dei sistemi di raccomandazione che determinano quali contenuti e prodotti vengono mostrati agli utenti.
In Francia sono inoltre intervenute sanzioni e iniziative relative, tra gli altri aspetti, alle informazioni fornite ai consumatori e alle pratiche commerciali. Nel maggio 2025 la rete europea CPC aveva contestato a Shein, tra le altre cose, pratiche relative a falsi sconti, pressione all’acquisto e informazioni incomplete o fuorvianti sui diritti dei consumatori.
La sostenibilità resta il nodo più difficile
È sul fronte ESG che la distanza tra la narrazione dell’azienda e le critiche degli investitori appare forse più evidente.
Sebbene Shein abbia incrementato azioni negli ultimi anni sul fronte della trasparenza delle proprie iniziative e della sostenibilità, passando da un rapporto di sostenibilità di 28 pagine nel 2021 a 118 pagine, creando nel 2025 un comitato consultivo ESG esterno e migliorando gli audit della supply chain (nel 2024 il 47% degli audit sui fornitori e subfornitori ha ottenuto un punteggio A o B, contro il 29% nel 2023), per gli investitori ESG il problema è più profondo e riguarda il modello stesso. Shein basa la propria crescita su volumi elevatissimi, cicli di prodotto brevissimi, prezzi molto bassi e frequenti acquisti. Il rischio è che una riduzione delle scorte invendute non equivalga automaticamente a una riduzione dell’impatto ambientale complessivo.
Particolarmente significativo è il confronto con Inditex: nel 2025 Shein ha dichiarato emissioni di gas serra circa doppie rispetto a quelle riportate da Inditex, pur avendo ricavi inferiori.
La questione, dunque, non riguarda soltanto la quantità di capi rimasti invenduti, ma l’intero ciclo economico: produzione, materiali, trasporto, frequenza degli acquisti, durata dei prodotti e smaltimento. È qui che la promessa di una moda più efficiente grazie alla tecnologia si scontra con le critiche rivolte all’ultra fast fashion.
