Al Politecnico di Milano il confronto tra magistratura, imprese e professionisti.
Moda, come traghettare il settore fuori dai problemi legati al mancato presidio della catena di fornitura? Per individuare una via di uscita e fare il punto sullo stato di avanzamento dei diversi tavoli di lavoro, si sono trovati seduti fianco a fianco Paolo Storari, il magistrato che conduce le indagini sul settore, e Luca Sburlati, presidente di Confindustria Moda che ha portato il punto di vista delle imprese. Il confronto si è svolto nel corso di un incontro organizzato dall’Osservatorio Nazionale D.Lgs. 231/2001 del CNDCEC (Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili) e dalla School of Management del Politecnico di Milano.
Il settore moda che, con 70 miliardi di export e oltre 500 mila occupati, rappresenta una delle colonne portanti del Made in Italy è sotto pressione da più fronti. Proprio mentre deve affrontare le difficoltà portate dai prodotti a basso costo provenienti dalla Cina e una competizione sempre più aggressiva anche sulle fasce più elevate, si trova a dovere gestire un tema di credibilità che rischia di acuire la crisi in atto. Dall’altra c’è una realtà, emersa dai controlli presso gli opifici dei subfornitori, che sembra inverosimile per le condizioni di sfruttamento delle persone in cui operano. E che va risolta non solo per doveroso rispetto dei lavoratori coinvolti, ma proprio per restituire credibilità alla qualità e all’unicità della produzione italiana.
Al centro del confronto ci sono temi di grande attualità: come gestire la catena di fornitura in un momento in cui il legislatore europeo sta allentano le maglie dei controlli previsti dalla CSDDD e come rendere effettiva la governance, che sia sostanziale e non solo un elenco di procedure e buone intenzioni. La strada passa dal dialogo e dall’assunzione di responsabilità che deve vedere impegnati tutti gli stakeholder, dalle imprese ai consumatori e agli organi di controllo. Il nodo è la questione della distribuzione del valore lungo le filiere, della moda ma non solo, dove a valle persistono situazioni di sfruttamento e insostenibilità economica, mentre a monte i grandi gruppi macinano utili. E per il Made in Italy può essere l’occasione per ribadire il proprio ruolo di leader nella gestione di problematiche, presenti anche altrove, anche se non evidenziate.
“È il primo confronto pubblico che coinvolge tutte le parti in causa”, spiega Salvatore Sodano, Presidente dell’Osservatorio Nazionale D.Lgs. 231/2001 del CNDCEC, che ha coordinato il dibattito, “e lo abbiamo proposto per offrire un momento di riflessione qualificata e multidisciplinare su un comparto strategico per l’economia italiana, con l’obiettivo di contribuire allo sviluppo di modelli organizzativi, strumenti di prevenzione e pratiche di filiera sempre più efficaci e corrette, in grado di coniugare competitività, legalità e tutela dei diritti, magari rafforzando un dialogo stabile tra sistema giudiziario, organi di controllo, imprese e professionisti”.
Sburlati: il settore moda è in crisi serve una politica economica forte e modelli di produzione che non puntino solo al taglio dei costi
La filiera della moda e del tessile è una delle colonne portanti dell’economia italiana. Vale circa 90 miliardi ed è la seconda filiera per export: su circa 600 miliardi di beni esportati ogni anno, circa 70 miliardi riguardano prodotti del tessile-abbigliamento. Un settore strategico quindi, ma che deve affrontare sfide decisive.
“Il settore è sotto attacco da Est e da Ovest”, osserva Sburlati, “da un lato c’è la Cina, che domina l’ultrafast fashion con prodotti a basso costo: in Europa arrivano ogni giorno circa 300 mila pacchi che eludono i dazi e invadono i nostri armadi. Non solo, nel suo piano quinquennale Pechino ha deciso di salire di gamma, puntando sul mercato premium per servire i propri consumatori ed evitare l’importazione di beni europei. In una sola notte ha anche chiuso i principali blogger che promuovevano lo stile di vita occidentale, per proteggere il mercato interno. Dall’altro ci sono gli Stati Uniti con la politica dei dazi che non ha ancora prodotto effetti evidenti, ma il contraccolpo è atteso. A ciò, si aggiunge, la svalutazione del dollaro, che rende più costose le merci importate negli USA e la crisi di una grande catena di distribuzione come Saks che, con i suoi 80 punti vendita, rappresenta un canale importante per il lusso europeo”. Una congiuntura che va affrontata con decisione e che si inserisce in un quadro già critico.
Negli ultimi anni la crescente competizione e la crisi dei consumi hanno già fatto sentire i loro effetti. “Il settore moda è sceso da 104 miliardi nel 2023 a 90 miliardi nel 2024 e stimiamo un’ulteriore forte contrazione nel 2025”, avverte Sburlati, “senza un piano industriale serio nei prossimi mesi, il rischio è di scendere a 60–65 miliardi, con la perdita di 100 mila posti di lavoro e tra un quarto e un quinto delle imprese, soprattutto le più piccole. La filiera è fragile: i grandi marchi non sono più nostri e il sistema produttivo, composto da moltissime micro-imprese, è complesso, con vulnerabilità strutturali, cresciuto talvolta in modo irrazionale e sempre più al servizio dei grandi player internazionali”.
In questo contesto, secondo il presidente di Confindustria Moda, il settore non può permettersi una crisi di reputazione. “Mi è già capitato in contesti internazionali di sentire chiedere “il Made in Italy esiste ancora?” Non dobbiamo offrire assist ai nostri competitor”, avverte Sburlati, “certi comportamenti vanno stroncati perché, se nel breve possono sembrare un vantaggio competitivo per qualcuno, nel lungo rischiano di compromettere l’immagine di tutto il settore”.
Per salvare il tessile-moda serve una politica industriale di Paese, a partire dalle relazioni industriali con la Francia, partner inscindibile nella filiera, fino alla capacità di aprire nuovi mercati come il Mercosur. È però necessaria anche una ridefinizione dei modelli di produzione, con una più equa ripartizione del valore aggiunto lungo la filiera e un corretto utilizzo dei presidi di gestione del rischio delle aziende. Uno strumento importante, per esempio, sono i sistemi di incentivazione del management che orientano le scelte aziendali. “Se si punta solo sul taglio dei costi e i bonus del management vengono legati solo a quanto riescono a pagare meno i fornitori, non stiamo andando nella giusta direzione. I bonus vanno legati alla sostenibilità”, conclude il manager. Ma anche la programmazione della produzione da parte delle grandi case: se ogni stagione si sceglie il fornitore con una gara al ribasso i piccoli non hanno la possibilità di fare programmazione e investimenti.
Storari: ci sono situazioni di povertà intollerabile che vanno affrontate, il nostro obiettivo non è punire ma cambiare la situazione
Quando si parla di sfruttamento del lavoro lungo la catena di fornitura si pensa generalmente a Paesi lontani, non certo all’Italia. Eppure è questo quello che ha accertato la Procura della Repubblica di Milano. Opifici in cui il personale veniva controllato da cani lupo, dove c’erano bambini che giocavano in mezzo a macchinari a cui erano stati tolti i blocchi di sicurezza per lavorare più velocemente, gente che dormiva e mangiava nello stesso posto di lavoro, pagate tre euro all’ora e dove lavoravano di notte perché così si evitavano i controlli.
Una realtà che pareva invisibile a tutti. Alle aziende che, nonostante i presidi formali di controllo della catena di fornitura, non si accorgevano della realtà, ma anche ai sindacati, alle forze dell’ordine e alle associazioni. Una situazione insostenibile sulla quale la Procura della Repubblica di Milano ha posto un faro. E non c’è solo il settore moda, anche se per la notorietà dei brand coinvolti è quello che ha creato maggiore scalpore, ma anche quello dei cosiddetti “lavori poveri”: come i fiduciari (le guardie non armate) che stanno all’ingresso dei grandi supermercati o delle eleganti boutique di Montenapoleone oppure i rider della logistica. E poi soprattutto, c’è l’esternalizzazione attraverso gli appalti illeciti che nascondono somministrazioni di mano d’opera. Le conseguenze di questi illeciti sono molteplici e vanno dall’evasione dell’IVA al mancato pagamento dei contributi sociali, ma soprattutto alla creazione di una nuova categoria sociale: quella dei lavoratori poveri.
“Al centro dell’azione della Procura c’è la lotta alla povertà. Povertà alla quale sono costretti, da condizioni di sfruttamento, i lavoratori delle realtà che incontriamo nelle indagini. In questo contesto, come Procura della Repubblica, il nostro obiettivo non è la condanna del singolo, ma riuscire a sanare le situazioni di illecito che incontriamo”, spiega Storari, “operiamo con un modello giuridico innovativo: un processo all’impresa di carattere non sanzionatorio. Cosa vuol dire? Non mi interessa processare la persona fisica, l’amministratore delegato, per arrivare, nei casi migliori e dopo diversi anni, a una condanna minima con pena sospesa, che non cambia nulla. Ciò che conta è che l’impresa modifichi il proprio modello organizzativo, le procedure, che inizi a fare i controlli sulla filiera. Solo cambiando l’organizzazione la situazione migliorerà. Al termine di questo percorso, fortemente orientato dalla Procura, non viene prospettata una sanzione all’impresa. Ed è un passaggio fondamentale: l’obiettivo non è punire, ma ottenere un cambiamento reale e duraturo”.
Certo sistemare le cose ha anche un costo, significa per esempio pagare l’IVA evasa e i contributi evitati. In alcuni casi anche internalizzare alcuni processi che erano stati fittiziamente esternalizzati. “In due anni e mezzo di attività, la procura ha portato a casa un miliardo e cento di milioni, versati all’erario per effetto del tema dell’indetraibilità dell’IVA quando ci sono appalti non genuini. Ma non solo” aggiunge Storari, “sono state assunte con contratti regolari 52.000 persone che prima erano sfruttate. E questo, perdonatemi la battuta, manco Landini”.
Alla base di queste problematiche c’è il tema della governance aziendale. Che deve essere reale non cosmetica. “Spesso assistiamo a quello che definiamo un decoupling organizzativo. Cosa significa? Entriamo in aziende e troviamo stanze piene di carta, protocolli, modelli organizzativi, codici etici, piattaforme. Sulla carta sembra un mondo assolutamente idilliaco, ma la realtà a volte è ben diversa. Ecco il decoupling, un sistema formalmente mostra conformità e sostenibilità non rispecchiato dal modo di operare. Bisognerebbe cercare di ridurre la distanza tra il mondo paradiso e quello reale”.
Tra soluzioni normative e piattaforma di collaborazione come uscire dalla situazione
Per cambiare le aziende devono rivedere il proprio modello organizzativo. Dal punto di vista normativo viene ribadita l’importanza della 231, che, tuttavia sottolinea Storari, non deve essere semplicemente vista come un modello di organizzazione che protegge l’azienda dai rischi degli illeciti dei dipendenti e dei manager, ma deve allargare la prospettiva arrivando ad includere anche i rischi della catena di fornitura.
Dal fronte dei professionisti, avvocati e commercialisti, viene la richiesta di una maggiore chiarezza normativa. “Attualmente la procura si muove su un terreno giurisprudenziale applicando le misure preventive relative agli articoli 34 e 34bis del codice Antimafia che in alcuni specifici casi prevede il ricorso all’amministrazione giudiziaria. Ma manca la definizione giuridica dell’ambito di intervento e delle modalità e ci sono ampi spazi di interpretazione soggettiva” avverte Gianluca Varraso, Professore ordinario Diritto Penale dell’Università Cattolica, Dipartimento di Scienze Giuridiche che aggiunge “la strada a mio avviso da seguire è quella dell’applicazione del 231, il cui scopo è evitare i procedimenti penali, attraverso un modello di organizzazione idoneo e adeguato e la presenza di un organismo di vigilanza che sia in grado di svolgere la sua funzione”.
Una certa discrezionalità delle norme è invece un elemento essenziale, secondo Storari, per potere instaurare un dialogo costruttivo tra aziende e Procura per potere risolvere le problematiche incontrate nel modo più favorevole. “Nella mia esperienza, maturata in quattro o cinque anni di confronto costante con le aziende”, spiega il magistrato, “emerge un dato molto chiaro. Quando un’impresa viene attenzionata, la prima reazione è pragmatica: “diteci cosa dobbiamo fare, cosa non va, ma mettiamoci subito al lavoro e se ho sbagliato, me ne assumo la responsabilità”. Ma perché questo accada è necessario costruire un metodo condiviso dove procura, professionisti e impresa devono lavorare insieme attorno a un tavolo con norme calate nella realtà operativa delle aziende. Questo è il punto centrale. E per farlo non servono norme “trincerate”, ma norme più elastiche, capaci di lasciare spazi di discrezionalità anche alla procura, da esercitare all’interno di un contraddittorio reale con l’impresa. Il contraddittorio, infatti, non è solo una garanzia difensiva, ma è uno strumento di accertamento, un metodo per individuare la soluzione migliore. Questo dobbiamo averlo ben chiaro”. Quindi il dialogo tra impresa e Procura, un po’ sul modello dei non prosecutor agreement americani, è un nodo centrale per arrivare a superare i problemi incontrati. E in questo dialogo è determinante anche il ruolo dei professionisti e degli avvocati che devono sapere rendere consapevoli le aziende dei rischi che corrono e aiutarle a prevenire i rischi strutturandosi in maniera adeguata.
Sempre dal dialogo nasce anche uno strumento, frutto del tavolo di lavoro a cui hanno partecipato tutti gli stakeholder coinvolti, che è il protocollo di legalità, Protocollo d’intesa per la legalità dei contratti di appalto nelle filiere produttive della moda. “L’iniziativa non intende sostituirsi all’intervento legislativo, ma piuttosto svolgere un ruolo di apripista, intervenendo con maggiore rapidità rispetto ai tempi, attualmente bloccati, dell’auspicato iter parlamentare, fermo dopo l’approvazione in una delle due Camere” osserva Andrea Sianesi, professore del Polimi e partecipante al tavolo di lavoro della piattaforma per la legalità nella moda, aperta a tutte le aziende italiane del comparto, pensata per mappare e rendere trasparente la rete dei fornitori lungo l’intera filiera della moda all’interno del territorio nazionale, “il nostro obiettivo è creare uno strumento per osteggiare il più possibile l’adozione di quelle condotte illecite di sfruttamento della manodopera”.
