La Survey 2026 di KPMG su 160 aziende italiane fotografa il secondo anno della rendicontazione di sostenibilità. Governance e integrazione nei processi migliorano, mentre restano indietro i piani climatici e la biodiversità
La rendicontazione di sostenibilità entra nella fase della maturità, ma la trasformazione delle imprese procede a velocità diverse. Nel secondo anno di applicazione della Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD) in Italia, 145 aziende su 160 dispongono di un comitato ESG, 140 dichiarano di avere un sistema di controllo interno sull’informativa di sostenibilità e 134 collegano gli obiettivi ESG ai sistemi di incentivazione del management. Allo stesso tempo, però, 121 imprese dichiarano di non avere ancora un piano di transizione climatica formalizzato e soltanto 9 hanno sviluppato un piano dedicato alla biodiversità. È il quadro che emerge dalla Survey 2026 di KPMG sulla rendicontazione di sostenibilità, realizzata su un campione di 160 società italiane che hanno pubblicato la rendicontazione relativa all’esercizio 2025 secondo gli European Sustainability Reporting Standards (ESRS).
L’indagine fotografa il secondo anno di applicazione della CSRD in Italia e coinvolge un campione composto da 124 società quotate e 36 altri enti di interesse pubblico, appartenenti ai principali comparti economici. Le aziende analizzate rappresentano complessivamente circa 1,76 milioni di dipendenti e quasi 2.000 miliardi di euro di ricavi, offrendo così una fotografia significativa dello stato di avanzamento della rendicontazione di sostenibilità nel mercato italiano.
Secondo KPMG, il 2025 rappresenta un anno di consolidamento. Dopo la prima applicazione della direttiva, le imprese stanno progressivamente trasformando il reporting ESG da semplice adempimento normativo a strumento di governo aziendale, pur in un contesto regolatorio ancora in evoluzione.
Il contesto normativo: la CSRD entra nella seconda fase tra semplificazioni e nuovi standard
Il secondo anno di applicazione della CSRD coincide con una fase di profonda revisione del quadro normativo europeo. La proposta Omnibus e la revisione degli ESRS puntano infatti a ridurre gli oneri amministrativi senza modificare i principi fondamentali della rendicontazione di sostenibilità.
Tra le principali novità evidenziate da KPMG figurano il rinvio degli obblighi per alcune categorie di imprese, la revisione delle soglie dimensionali di applicazione, la semplificazione di numerosi datapoint richiesti dagli ESRS e una maggiore flessibilità nella struttura delle dichiarazioni di sostenibilità. Rimane invece centrale il principio della doppia materialità, mentre la logica della “fair presentation” sostituisce definitivamente un approccio puramente basato sulle checklist informative.

Anche la Tassonomia europea viene alleggerita. La Commissione europea ha infatti ridotto del 64% i datapoint richiesti nei template di rendicontazione, introducendo inoltre criteri di materialità che consentono alle imprese di non effettuare alcune valutazioni quando le attività interessate rappresentano una quota marginale dei ricavi, degli investimenti o dei costi operativi. Parallelamente prosegue il percorso di revisione degli ESRS, che punta a migliorare l’interoperabilità con gli standard internazionali IFRS Sustainability Disclosure Standards e a rendere più proporzionati gli obblighi di disclosure, senza compromettere la qualità delle informazioni fornite agli investitori e agli altri stakeholder.
In questo scenario, la survey mostra come le imprese italiane abbiano già iniziato ad anticipare alcune delle semplificazioni previste dagli ESRS revised. 28 delle aziende utilizza già un executive summary nella rendicontazione di sostenibilità, mentre il 49% inserisce parte delle informazioni tecniche in allegato, soprattutto quelle relative alla Tassonomia UE e agli indici delle disclosure obbligatorie. Nonostante questa razionalizzazione dei contenuti, la lunghezza media dei report rimane sostanzialmente stabile: 147 pagine nel 2025 contro le 151 dell’anno precedente. Un dato che conferma come la riduzione dei requisiti informativi non si traduca automaticamente in documenti più brevi, ma piuttosto in una diversa organizzazione delle informazioni.
Governance ESG: la sostenibilità entra sempre più nei processi decisionali
L’evoluzione più evidente riguarda la governance. La sostenibilità non viene più gestita come un tema separato, ma entra progressivamente nelle strutture decisionali delle imprese.
Su 160 società analizzate, 145 dispongono di un comitato dedicato alla sostenibilità o ai rischi e sostenibilità, in crescita del 9% rispetto all’anno precedente. Di questi, ben 133 sono comitati endoconsiliari, segno che le tematiche ESG vengono affrontate direttamente a livello di consiglio di amministrazione. Parallelamente cresce anche il collegamento tra risultati ESG e remunerazione del management: 134 imprese inseriscono obiettivi ESG nei sistemi di incentivazione di breve periodo, mentre 103 li utilizzano anche nei piani di lungo termine, con incrementi rispettivamente del 20% e del 14% rispetto al 2024.

Inoltre, secondo la survey, 140 imprese dichiarano di avere un sistema di controllo interno dedicato all’informativa di sostenibilità, mentre 77 affermano di integrare le opportunità ESG nei processi di pianificazione strategica o di Enterprise Risk Management. Sono invece 71 le aziende che dichiarano un’integrazione strutturata tra il piano di sostenibilità e il piano industriale. Il dato che registra una lieve flessione riguarda l’integrazione tra materialità finanziaria dei rischi e sistemi di Enterprise Risk Management. KPMG sottolinea però come questa diminuzione non rappresenti un passo indietro, bensì una conseguenza di descrizioni più accurate dei processi di doppia materialità, che oggi evidenziano con maggiore trasparenza i casi nei quali tale integrazione è ancora parziale o in fase di sviluppo.
Anche il coinvolgimento degli stakeholder rimane uno degli elementi caratterizzanti della rendicontazione italiana. Sono 122 le imprese che dichiarano di avere coinvolto stakeholder esterni nell’analisi di doppia rilevanza. Nel 74% dei casi il consiglio di amministrazione approva direttamente il processo di doppia materialità, mentre solo una quota limitata delle aziende attribuisce al board un ruolo esclusivamente informativo. Secondo KPMG, nonostante la crescente complessità metodologica della doppia materialità, il dialogo con gli stakeholder continua quindi a rappresentare uno degli elementi qualificanti dell’applicazione della CSRD in Italia.

Doppia materialità: meno temi, ma più integrazione nei processi aziendali
Uno degli aspetti più interessanti emersi dalla survey riguarda l’evoluzione dell’analisi di doppia materialità. Dopo la fase iniziale di implementazione, le imprese sembrano aver raggiunto un maggiore livello di consapevolezza nella selezione degli impatti, dei rischi e delle opportunità (IRO) realmente rilevanti.
Nel 2025 il numero medio di IRO rendicontati scende a 47, in diminuzione del 4% rispetto all’anno precedente, mentre il valore massimo passa da 240 a 213. Una riduzione che, secondo KPMG, non indica un minore livello di trasparenza ma una migliore focalizzazione sulle informazioni realmente materiali. I chiarimenti introdotti dagli ESRS revised, soprattutto riguardo alle misure di mitigazione e prevenzione, potrebbero rendere ancora più selettiva la rendicontazione nei prossimi esercizi.
Dal punto di vista tematico emerge una netta prevalenza degli aspetti sociali, che rappresentano il 50% degli IRO complessivamente individuati, seguiti dai temi ambientali con il 35%, dalla governance con il 13% e dagli aspetti entity specific con il restante 2%.
I temi climatici (ESRS E1), la forza lavoro propria (ESRS S1) e la governance (ESRS G1) risultano materiali per la totalità delle imprese analizzate, indipendentemente dal settore di appartenenza.

La survey evidenzia inoltre come l’approccio delle aziende italiane rimanga fortemente orientato alla gestione dei rischi. Gli impatti negativi rappresentano il 31% degli IRO identificati, i rischi il 29%, gli impatti positivi il 26%, mentre le opportunità si fermano al 14% del totale, in lieve diminuzione rispetto all’anno precedente. Anche osservando l’orizzonte temporale emerge la stessa impostazione: nel lungo periodo prevalgono ancora le valutazioni legate ai rischi piuttosto che all’individuazione di nuove opportunità di business sostenibile.
Gli IRO entity specific continuano invece a rappresentare una quota limitata della rendicontazione, pari al 2% del totale. Quando vengono utilizzati, riguardano soprattutto innovazione tecnologica, digitalizzazione, cybersecurity, protezione dei dati, soddisfazione dei clienti e supporto alle comunità locali. Si tratta di aspetti che non trovano piena copertura negli standard ESRS ma che le imprese ritengono rilevanti per descrivere il proprio modello di business e i principali fattori competitivi.
Dalla rendicontazione alla strategia: cresce la capacità di collegare sostenibilità e investimenti
La survey mostra segnali di maturazione anche sul piano della pianificazione economica. Sono infatti 108 le imprese che rendicontano le risorse finanziarie, sotto forma di CapEx o OpEx, associate alle azioni di sostenibilità, con un incremento del 37% rispetto al 2024.
Secondo KPMG, questo rappresenta uno dei cambiamenti più significativi osservati nel secondo anno di applicazione della CSRD. La sostenibilità inizia infatti a essere collegata alle decisioni di investimento e di allocazione delle risorse, trasformando il reporting da semplice esercizio di trasparenza a strumento di supporto alle decisioni strategiche. Rendicontare gli investimenti destinati agli obiettivi ESG significa infatti rendere più evidente il legame tra strategie industriali, gestione dei rischi e creazione di valore nel lungo periodo.
Piani di transizione: il clima resta il principale punto debole
Se governance e processi aziendali mostrano segnali di consolidamento, la pianificazione climatica appare ancora incompleta.
La survey evidenzia che 121 imprese, pari a circa tre quarti del campione, dichiarano di non avere ancora un piano di transizione formalizzato conforme agli ESRS. Soltanto 39 aziende dispongono di un piano coerente con gli standard europei, mentre appena 32 dichiarano anche un obiettivo Net Zero e solo 15 hanno target validati dalla Science Based Targets initiative (SBTi). Ancora più ridotto il numero delle imprese che dichiarano un piano pienamente allineato all’Accordo di Parigi (4).

Le motivazioni di questo rallentamento sono diverse. In 61 casi le aziende dichiarano di avere previsto un piano, ma di averne rinviato la formalizzazione; altre lo stanno ancora sviluppando oppure attendono ulteriori chiarimenti normativi prima di completare il percorso.
La situazione, però, migliora osservando i target di riduzione delle emissioni. Sono infatti 105 le imprese che hanno definito obiettivi per le emissioni Scope 1 e Scope 2, mentre 72 hanno già fissato target anche per lo Scope 3, cioè lungo la catena del valore. Le principali leve di decarbonizzazione riguardano efficienza energetica, acquisto di energia rinnovabile, coinvolgimento dei fornitori, materiali a basse emissioni e criteri ESG negli acquisti. Si conferma quindi una crescente attenzione alla gestione delle emissioni indirette, considerate uno degli aspetti più complessi della transizione climatica.

Anche sul fronte della biodiversità il percorso appare ancora nelle fasi iniziali. Sebbene 62 imprese identifichino il tema come rilevante nell’analisi di doppia materialità, soltanto 9 dichiarano di avere un piano di transizione dedicato. Nella maggior parte dei casi le aziende parlano di iniziative ancora in fase di valutazione o di sviluppo, confermando come questo rappresenti uno degli ambiti meno maturi del reporting ESG italiano.
Oltre la CSRD: cresce il reporting volontario mentre si avvicina la sfida della CSDDD
L’evoluzione della rendicontazione non si limita agli obblighi previsti dalla CSRD. La survey mostra infatti un aumento delle imprese che continuano a pubblicare documenti volontari di sostenibilità.
Nel 2025 sono 46 le aziende che affiancano alla rendicontazione obbligatoria ulteriori report, contro le 33 dell’anno precedente, di cui 13 pubblicano più di un documento volontario. Tra questi figurano report sul clima, documenti dedicati ai diritti umani, report di impatto, executive summary e documenti focalizzati su specifici indicatori ESG. Per KPMG questo dimostra che la domanda di trasparenza da parte di investitori e stakeholder continua a rimanere elevata anche in presenza della rendicontazione obbligatoria.
Lo sguardo si sposta infine sulla Corporate Sustainability Due Diligence Directive (CSDDD), destinata a rappresentare il prossimo banco di prova per molte grandi imprese europee. La survey evidenzia come il percorso sia ancora all’inizio: soltanto 23 imprese citano esplicitamente la direttiva nella propria rendicontazione di sostenibilità, 49 dispongono di una politica dedicata ai diritti umani e appena 40 utilizzano strumenti strutturati per valutare i potenziali impatti lungo la catena del valore. Un dato che suggerisce come, dopo aver consolidato il reporting, le aziende dovranno ora rafforzare anche i processi di due diligence richiesti dalla nuova normativa europea.
Nel complesso, la Survey 2026 di KPMG restituisce l’immagine di un sistema che sta superando la fase dell’adempimento. La rendicontazione di sostenibilità diventa sempre più parte integrante dei modelli di governance, della pianificazione strategica e dei sistemi di controllo interno. Restano però aperte alcune sfide decisive, a partire dai piani di transizione climatica, dalla biodiversità e dalla preparazione alla CSDDD. La vera evoluzione della CSRD, suggerisce KPMG, non consiste tanto nell’aumento delle informazioni pubblicate, quanto nella capacità delle imprese di utilizzare il reporting come leva per orientare le decisioni strategiche, gestire i rischi e creare valore nel lungo periodo.
