Una ricerca condotta da un pool di business school europee, tra cui quella del Politecnico di Milano, dimostra che i venture capitalist in Europa e negli USA si concentrano su aspetti molto diversi quando devono selezionare e valutare le startup su cui investire. Negli Stati Uniti contano il modello di business e la scalabilità del progetto, da noi si dà più valore alla persona che sta dietro all’idea, alla sua passione ed esperienza. Differenze da considerare se si cercano finanziamenti da una parte o dall’altra dell’Atlantico.
Nonostante l’idea diffusa che il capitale di rischio statunitense abbia prestazioni superiori rispetto a quello europeo, i dati mostrano che non è così: le metriche di performance sono quasi identiche, si punta a rendimenti simili, si affrontano gli stessi tassi di fallimento e si raggiungono risultati di alto livello equivalenti. La differenza sta nel modo in cui vengono prese le decisioni di investimento, si scelgono le operazioni e si valuta il rischio, determinando chi ottiene finanziamenti e chi no.
I VC europei hanno un flusso di operazioni più ristretto, cogliendo meno opportunità. Si basano sulle attuali condizioni di mercato, mentre gli statunitensi preferiscono modelli finanziari predittivi, per stimare la scalabilità e il potenziale del progetto. Entrambi credono che il successo dipenda dal team (96%) così come il fallimento (92%), ma gli europei danno meno importanza al modello di business (43%), all’adeguatezza strategica (43%) e ad altri fondamentali come il prodotto e il mercato, che invece negli Usa contano per il 74% e il 68%. Differenze che si estendono alla percezione del fondatore ideale: in Europa si dà priorità a qualità individuali quali passione, determinazione e impegno; negli USA l’attenzione è rivolta alla coesione del team, alla struttura organizzativa e alle dinamiche interpersonali.
Sono alcune delle evidenze contenute nello studio condotto da accademici europei di business school (POLIMI School of Management, Audencia Business School, IE Business School, Stockholm School of Economics (SSE), Universidad Complutense de Madrid, Vlerick Business School e Università di Gand, Università del Lussemburgo) che ha esaminato come i contesti istituzionali influenzino le decisioni di venture capital in Europa rispetto agli Stati Uniti.
Intitolato Practices of European and American Venture Capitalists: homogeneity and heterogeneity at work, lo studio parte da un sondaggio (il più ampio realizzato finora sul venture capital europeo) che ha coinvolto 611 manager di 396 società, rappresentative del 55% della capitalizzazione di mercato e di 130 miliardi di euro in gestione. “Il modello di venture capital statunitense, istituito nel 1946 e adottato in Europa negli anni ’70, è alla base di entrambi gli ecosistemi” commenta Massimo Colombo, Professore ordinario di Innovation Economics, Entrepreneurship ed Entrepreneurial Finance alla POLIMI School of Management. Gli Stati Uniti sono all’avanguardia in termini di maturità e scala degli investimenti, tuttavia i risultati ottenuti in Europa non sono dissimili. Quello che cambia è l’approccio, e questo va tenuto presente perché i tentativi di replicare il modello statunitense, in particolare quello della Silicon Valley, rischiano di trascurare le condizioni locali.
“Il rafforzamento degli ecosistemi europei richiede un approccio diverso”, continua Colombo, “un maggior flusso di operazioni in fase iniziale per favorire startup ad alto potenziale, un migliore accesso al capitale in fase avanzata affinché le aziende possano crescere all’interno dell’Europa, e una più forte collaborazione tra gli investitori per massimizzare competenze e reti. Ma non solo: quando si presenta un’idea negli Stati Uniti occorre mettere l’accento sulla forza del modello di business, sulle dimensioni dell’opportunità e su proiezioni finanziarie credibili. In Europa, invece, si considera molto la persona che sta dietro al progetto, quindi passione, impegno ed esperienza sono prioritarie rispetto a valutazioni realistiche sulla possibilità di scalare rapidamente il business”.
Scendendo più nel dettaglio della ricerca, si è calcolato che per chiudere un’operazione i VC europei incontrano circa 17 team di gestione, mentre negli Stati Uniti il numero sale a 28, anche se emettono un numero simile di term sheet (1,7 in entrambe le regioni). Se consideriamo che il numero di VC europei è circa il 60% di quelli USA, le startup europee che hanno l’opportunità di incontrare un VC sono solo circa un terzo di quelle oltreoceano. Vi sono poi differenze nella valutazione: i VC europei si basano sulle attuali condizioni di mercato, utilizzando dati comparativi e procedendo a ritroso a partire dagli obiettivi di partecipazione azionaria, mentre gli statunitensi preferiscono metodi prospettici basati su modelli finanziari predittivi, flussi di cassa futuri e tempistiche previste per la liquidità.
Anche le motivazioni alla base della creazione di un sindacato differiscono: negli USA si tratta principalmente di raccogliere maggiori capitali e distribuire il rischio, in Europa invece interessa accedere a competenze complementari, per cui le operazioni non sono strutturate solo intorno al finanziamento, ma anche alla conoscenza e alle reti.
Nonostante le diversità, alcuni aspetti fondamentali sono comuni. Le strutture contrattuali si sono largamente allineate: i diritti pro rata sono molto utilizzati (80% di tasso di adozione), come pure le clausole anti-diluizione e una presenza significativa nel consiglio di amministrazione. Per i fondatori e gli investitori transnazionali, questa coerenza riduce gli attriti e crea una base di riferimento prevedibile per le trattative.

