Presentato “ESG Connect 2026 – Gli obiettivi e la rilevanza economica della transizione climatica delle imprese: un’analisi condotta su scala europea e italiana”, uno studio che valuta il rischio di transizione delle aziende. Metallurgia, energia, trasporti e logistica i settori più esposti. Dal punto di vista territoriale, invece, la situazione è abbastanza uniforme, pur riflettendo le specificità produttive dei vari distretti. Un ruolo notevole lo giocherà la governance: strutture più mature potranno determinare obiettivi climatici più ambiziosi.
La transizione climatica rappresenta davvero un rischio per il sistema produttivo italiano? Stando a una recente ricerca di Cerved ESG Ratings, in Italia il rischio di transizione è basso per circa il 62,5% delle aziende (Molto Basso per appena lo 0,5%) e solo 1 realtà su 5 (20,1%) si assesta su un profilo medio. Tuttavia, c’è una quota non trascurabile, pari al 16,9%, che rientra nelle fasce alto e molto alto e che dovrà affrontare percorsi di trasformazione particolarmente impegnativi nei prossimi anni, soprattutto in settori come metallurgia, energia, trasporti e logistica. Alle imprese che rientrano nelle fasce di rischio alto e molto alto sono associati circa 745 miliardi di euro di ricavi. Un ruolo rilevante sarà esercitato dai modelli di governance: la presenza di strutture più capaci di gestire i rischi potrà determinare obiettivi climatici più ambiziosi. Questi sono alcuni dei risultati emersi da ESG Connect 2026 – Gli obiettivi e la rilevanza economica della transizione climatica delle imprese: un’analisi condotta su scala europea e italiana, lo studio realizzato da Cerved ESG Ratings che, oltre ad effettuare un approfondimento delle strategie di decarbonizzazione, valuta il livello di esposizione delle imprese italiane al rischio di transizione. L’analisi considera il settore economico di appartenenza e i principali fattori in grado di influenzare la sostenibilità futura dei modelli di business. Il rischio di transizione rappresenta un indicatore strategico per stimare quanto le aziende siano esposte agli impatti economici, normativi e tecnologici connessi al percorso di decarbonizzazione e alla trasformazione verso un’economia a basse emissioni.

“La riduzione degli impatti ambientali rappresenta oggi e in prospettiva un elemento centrale di politica industriale e investimenti finanziari”, afferma Andrea Cincinnati Cini, CEO di Cerved ESG Ratings, “La crescente integrazione dei fattori ESG consentirà alle imprese di attuare percorsi di decarbonizzazione e miglioramento continuo in grado di garantire vantaggi competitivi. In questo contesto, Cerved ESG Ratings intende supportare imprese e istituzioni finanziarie attraverso rating ESG indipendenti e tecnologie avanzate, per trasformare la complessità dei dati in informazioni utili a valutare rischi, opportunità e prospettive di crescita”. La transizione climatica sarà soprattutto una sfida finanziaria e richiederà una forte accelerazione degli investimenti, in particolare nei settori energia, logistica e trasporti, costruzioni. La capacità di mobilitare risorse, innovare le tecnologie e trasformare gli asset produttivi determinerà il successo o il fallimento: molte aziende hanno definito obiettivi e strategie, ma ben poche sono in grado di dimostrare piani coerenti destinati a tecnologie low-carbon, efficientamento energetico e produttivo.
Il rischio di transizione cresce con la dimensione aziendale, poiché le grandi imprese operano più frequentemente in settori industriali ad alta intensità energetica e dovranno sostenere investimenti più rilevanti per trasformare impianti, infrastrutture e modelli operativi. Se infatti nelle microimprese (in gran parte attive nei Servizi) quelle con rischio Alto e Molto Alto rappresentano solo il 6,3% del totale, nelle grandi la percentuale sale al 14,2% (10,8% nelle PMI), data la presenza di società che operano nei settori energia, metallurgia e trasporti, i quali dovranno adeguarsi maggiormente ai nuovi standard europei, ridurre le emissioni e mantenere la propria competitività. Con riferimento alle società di capitali, più di un terzo (39,3%) presenta un livello di rischio almeno Medio, evidenziando un’esposizione significativa.

Dal punto di vista geografico, invece, la situazione è abbastanza uniforme in tutta Italia, pur riflettendo le specializzazioni produttive e industriali che caratterizzano le economie locali. In tutte le regioni prevalgono le classi di rischio basso e medio, confermando che la maggior parte delle imprese italiane opera in settori che saranno interessati dalla transizione climatica senza tuttavia essere esposti a processi di trasformazione radicale del proprio modello di business.
Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, regioni con importanti distretti manifatturieri, mostrano un rischio complessivo Basso, ma sono anche tra le regioni che registrano le percentuali più elevate di imprese nella classe Media (Veneto, 41,4%; Lombardia e Marche, 39%; Emilia-Romagna, 38%; Toscana, 37,6%), confermando il ruolo centrale delle filiere industriali nel percorso di transizione energetica e la necessità di maggiori investimenti per l’adeguamento alle nuove traiettorie di sviluppo sostenibile.
La quota maggiore di rischio Basso si concentra in Lazio (69,4%), Sardegna (67,8%), Valle d’Aosta (65,4%) e Calabria (64,8%), territori in cui la struttura produttiva appare mediamente meno esposta agli impatti economici derivanti dal processo di decarbonizzazione, anche se non mancano imprese che dovranno realizzare investimenti di adeguamento. Al contrario, il rischio alto relativo al tessuto produttivo regionale si concentra in Basilicata (10,7%), Molise (10,4%) e Sicilia (10,3%), segnalando la presenza di comparti produttivi potenzialmente più vulnerabili alle trasformazioni normative, tecnologiche e di mercato richieste dagli obiettivi climatici europei.
Per valutare concretamente l’impegno verso la transizione climatica, la ricerca si è focalizzata sull’analisi degli obiettivi di riduzione delle emissioni definiti dalle imprese, confrontando i target del campione italiano con quelli delle aziende europee, approfondendo gli elementi che ne determinano il grado di ambizione e la capacità di generare una riduzione effettiva delle emissioni nel tempo. Il campione di analisi è costituito in modo da favorire la comparabilità tra imprese italiane ed estere nei principali macro-settori esaminati (costruzioni, energia, manifattura, metallurgia e trasporti e logistica).
Il campione di aziende italiane pone il 2030 come orizzonte temporale di raggiungimento degli obiettivi in 9 casi su 10 (87,6%), mentre in quello estero la percentuale scende a 73,4%, indicando una maggiore formalizzazione delle strategie di lungo periodo in quasi 3 casi su 10. I settori con orizzonti di piano in prevalenza oltre il 2030 sono energia (31,7%), chimico/farmaceutico (30,1%), trasporti e logistica (23,7%), manifattura (22,9%) e food & beverage (22,2%). Minore presenza di target oltre il 2030 caratterizza invece costruzioni (15,4%) e metallurgia (10,7%).
Relazione tra ambizione dei target climatici e Score Ambientale e di Governance
È stata condotta un’analisi per valutare la relazione tra il livello di sostenibilità complessiva delle imprese – misurato attraverso lo Score Environmental (E), componente del modello di Rating ESG sviluppato da Cerved ESG Ratings e l’ambiziosità dei target di riduzione delle emissioni. Il campione italiano ha mostrato che c’è una correlazione: aziende con performance ESG più alte, in genere integrate nelle strategie aziendali, tendono ad adottare obiettivi di decarbonizzazione più sfidanti. Queste imprese dispongono di una gestione dei rischi climatici più strutturata, di una misurazione delle emissioni più accurata e di una governance maggiormente orientata agli obiettivi di sostenibilità di lungo termine.
Tutte caratteristiche che possono facilitare la definizione di target climatici più credibili e ambiziosi, poiché consentono alle organizzazioni di pianificare e monitorare gli interventi con maggiore efficacia. Allo stesso modo è stata svolta un’analisi tra Target Ambition e Governance Score dei modelli di rating di Cerved ESG Ratings. I risultati vengono confermati: una governance solida favorisce una maggiore capacità di gestione della transizione ed è associata a obiettivi climatici più alti. La correlazione positiva si nota particolarmente nei settori Trasporti e Logistica e Metallurgia.
L’efficienza energetica e la digitalizzazione principale punto di forza delle aziende italiane
Quasi la totalità delle imprese italiane del campione analizzato (93%) adotta interventi di efficientamento energetico, monitoraggio dei consumi e digitalizzazione dei processi, una quota superiore a quella osservata nel campione estero (76,7%). Questo evidenzia una particolare attenzione all’ottimizzazione delle operations come strumento di riduzione delle emissioni e dei costi. Al contrario, elettrificazione dei processi, mobilità elettrica, utilizzo di idrogeno low-carbon, carbon capture e decarbonizzazione industriale dei processi produttivi risultano più diffuse all’estero, a conferma che nei mercati internazionali stanno emergendo percorsi più maturi nelle tecnologie necessarie per i settori hard-to-abate.
In Italia, i percorsi di innovazione variano significativamente da settore a settore in funzione delle tecnologie disponibili, della struttura produttiva e dell’intensità emissiva. Comparti come energia, manifattura e chimico/farmaceutico sono a un livello più avanzato, mentre la metallurgia deve confrontarsi con forti vincoli tecnologici e industriali che rendono difficile la decarbonizzazione, come dimostrato da target più prudenti. Infine, sempre più imprese estendono le proprie strategie oltre le emissioni dirette, coinvolgendo fornitori, clienti, materiali e logistica. Le leve legate alla circular economy e alla decarbonizzazione della supply chain sono molto diffuse sia in Italia sia all’estero. Tuttavia, non emergono ancora obiettivi particolarmente ambiziosi associati alla catena del valore quale direttrice di transizione.


