Il primo appuntamento di ESGeneration Italy, la nuova associazione nata da Borsa Italiana, il Forum per la Finanza Sostenibile e Febaf, è dedicato alla just transition. La Commissione Europea richiama infatti che bisogna impegnarsi affinché la transizione verso un’economia climaticamente neutra avvenga in modo equo e non lasci indietro nessuno. Nella tavola rotonda “Finanziare la just transition: dall’impegno all’azione”, introdotta da Sara Lovisolo, Head of Group ESG di Euronext, e moderata da Luca Testoni, direttore di Eticanews, si sono confrontati Ivan Faiella, Coordinatore della G20 Task Force for Sustainable Finance, Banca d’Italia, Giulia Genuardi, Head of sustainability planning and performance management, Enel e Luciano Monti, Professore di Politiche dell’Unione Europea, LUISS Guido Carli.
E la just transition è un tema considerato già dalle prime attività del Sustainable Finance Working Group del G20. “Tra le prime e numerose attività è stato messo a punto un documento, che deve ancora essere approvato dai ministri delle finanze, che pone le basi per una tassonomia, non solo europea, ma mondiale. E si concentra su tre priorità. La prima” spiega Faiella, “riguarda le tecniche di allineamento degli investimenti ai criteri di sostenibilità, la seconda i criteri per una diclosure internazionale e la terza il ruolo delle banche multilaterali di sviluppo e delle istituzioni internazionali per cercare di convogliare il più possibile le risorse nella direzione giusta, per conciliare sviluppo e transizione, che è il core della just transition”.
Faiella sottolinea il caso dell’emergenza energetica. Sono proprio quei Paesi in via di sviluppo che hanno una domanda crescente di energia a sperimentare problemi di accesso all’energia, da parte di una grossa fetta della popolazione che non riesce a disporre dei servizi di base. “Ma le differenza non sono solo tra Paesi, ma anche tra diverse fasce della popolazione all’interno della stessa nazione. I recenti aumenti del prezzo dell’energia possono creare problemi di equità”, rileva Faiella, che è anche tra i co-fondatori dell’Osservatorio italiano sulla povertà energetica.
“La transizione passa inevitabilmente per un aumento dei prezzi dell’energia”, sottolinea l’esponente della Task force, “sia che vengano sussidiate le fonti rinnovabili con un aumento del costo della bolletta sia che venga introdotta una carbon tax. Per gli economisti è positivo perché porta a un uso più oculato delle risorse. Rimane la questione che l’energia è un bene primario e a pagare il conto rischiano di essere le fasce più deboli della popolazione per le quali tale costo diventa sempre più rilevante sulla propria capacità di spesa. Per questo bisogna attivare politiche economiche che, analizzando quali sono le famiglie più in difficoltà, intervengano in modo mirato agendo selettivamente su di loro ma mantenendo il segnale di prezzo che va nella direzione giusta Un esempio win win è un programma di efficientamento del sistema energetico delle case popolari che allevia il costo dell’energia per le fasce più bisognose e permette una reale riduzione delle emissioni”
Molto attenta a questi temi è anche Enel, per la quale la produzione di energia è al centro della propria attività. “Ci siamo resi conto che promuovere un’economia net zero significa adottare un nuovo modello di business. La nostra road map” spiega Genuardi, “prevede di raggiungere la completa decarbonizzazione nel 2050. Abbiamo definito anche obiettivi intermedi. Nel 2030 avremo ridotto le nostre emissioni dell’80% rispetto al 2017. In termini pratici significa che cambieremo completamente il nostro mix energetico. A oggi abbiamo 50 gigawatt di rinnovabili che dovranno triplicare al 2030. E la finanza ha un ruolo fondamentale. Finanza che diventa sostenibile perché supporta un modello di sviluppo sostenibile”.
Nel momento in cui cambiamo il mix energetico gli impatti che ci possono essere tensioni dal punto di vista sociale sia all’interno dell’azienda sia nelle comunità con cui coinvolte. “Sono aspetti che vanno tenuti in considerazione e gestiti tenendo dando priorità al benessere delle persone. Come azienda abbiamo cercato di agire concretamente nell’ottica di non lasciare nessuno indietro. Per questo” sottolinea la manager, “abbiamo affiancato agli obiettivi ambientali del nostro piano, quelli sociali. Gli impianti chiudono e occorrono investimenti per la riqualificazione del personale, per esempio abbiamo trasformato i dipendenti di una centrale fermata in piloti di droni per la manutenzione degli impianti rinnovabili”
“L’agenda 2030 dell‘Onu non è vincolante, ma lo diventa se la finanza agisce per fare convergere gli investimenti verso quegli obiettivi attraverso gli strumenti e le imprese che si impegnano verso gli SDGs. I rischi sono l’SDG washing, ossia cercare di far sembrare un investimento legato agli obiettivi dell’agenda quando non lo è” osserva Monti.
“La sfida per gli operatori finanziari” aggiunge il professore, “è riuscire ad accompagnare la transizione tenendo conto dei necessari costi per finanziare le imprese nel cambiamento e al contempo della perdita di valore degli investimenti nei settori che smetteranno di esistere. Nei prossimi tre anni verranno persi 340 mila posti di lavoro nel settore del carbone. E’ evidente che quegli impianti dovranno essere chiusi ma si dovrà trovare una nuova collocazione per tutte quelle persone. Ci vuole un accompagnamento per riconvertire il personale diretto settori che saranno sostituiti dal passaggio a un modello economico sostenibile”.
