Le imprese italiane hanno fatto passi avanti nell’integrare la sostenibilità nelle proprie decisioni, andando oltre la sola dimensione ambientale. Ma il percorso resta disomogeneo e il prossimo salto sarà portare la transizione anche nelle aziende con meno risorse e competenze.
Il cambiamento climatico non è più una sfida da preparare: è già entrato nelle strategie, nei rischi e nelle decisioni quotidiane delle imprese. Con il 2030 sempre più vicino, però, alla pressione dell’emergenza climatica si sommano tensioni geopolitiche, incertezza economica e rallentamenti sul fronte degli SDGs, rendendo più difficile trasformare gli impegni sulla sostenibilità in risultati concreti. Per le aziende, la sfida diventa quindi duplice, da una parte continuare a spingere sulla transizione e, dall’altra, prepararsi a un contesto sempre più esposto agli impatti del cambiamento climatico.
È in questo scenario che si inserisce il lavoro di UN Global Compact Network Italia, che riunisce imprese impegnate a integrare i principi della sostenibilità nelle proprie strategie e attività. In questa intervista Daniela Bernacchi, Executive Director di UN Global Compact Network Italia, racconta come sta cambiando l’approccio delle aziende italiane: dalla crescente integrazione della sostenibilità nei processi decisionali all’attenzione per adattamento e resilienza, fino alla necessità di rafforzare il dialogo con le istituzioni.
Facciamo una fotografia: a che punto è la sostenibilità in Italia, in un contesto reso sempre più complesso dalle tensioni geopolitiche e dall’emergenza climatica?
Siamo in una fase complessa. Il 2026 si sta caratterizzando per forti tensioni geopolitiche con conseguenze economiche e strategiche che non sono ancora del tutto delineate. Al tempo stesso, l’emergenza climatica impone di accelerare e, soprattutto, di introdurre soluzioni coraggiose e concrete.
L’obiettivo degli 1,5°C fissato dall’Accordo di Parigi è una soglia fondamentale per limitare gli impatti del cambiamento climatico. Non significa che, una volta superata la soglia, si entri automaticamente in uno scenario irreversibile, ma con l’aumento delle temperature crescono anche la frequenza e l’intensità degli eventi estremi, i danni agli ecosistemi e i rischi per le nostre economie e società. Secondo gli ultimi dati UNEP, il superamento degli 1,5°C nei prossimi anni è ormai molto probabile e, anche nello scenario più favorevole, le temperature potrebbero arrivare a circa 1,8°C prima di iniziare a diminuire.
È proprio in questo contesto, segnato da una crescente complessità e da forti pressioni sul fronte della sostenibilità, che il ruolo delle imprese diventa ancora più importante. Per le aziende, infatti, la sfida è trasformare gli obiettivi climatici in percorsi concreti di decarbonizzazione, investimenti e innovazione, rafforzando al tempo stesso la propria capacità di resilienza. E, nonostante le difficoltà e il rischio di un backlash sulla sostenibilità, vediamo segnali positivi dalle imprese italiane che partecipano all’UN Global Compact: queste continuano a investire in crescita inclusiva, resilienza climatica e pratiche di business responsabili, integrando sempre più le dimensioni ambientale, sociale e di governance. In uno scenario così complesso, mantenere la direzione e trasformare gli obiettivi in azione concreta diventa quindi ancora più importante.
Rispetto a qualche anno fa, in quali aree nota progressi e dove, invece, il tessuto imprenditoriale italiano è ancora in ritardo?
Negli ultimi anni abbiamo osservato una progressiva evoluzione: la sostenibilità è entrata sempre più nelle strategie e nei processi decisionali delle aziende e non viene più percepita esclusivamente come una questione di responsabilità ambientale. Cresce l’attenzione anche agli aspetti sociali, alla governance, alla trasparenza e all’etica delle pratiche commerciali.
Naturalmente permangono dei ritardi e, soprattutto, una distanza tra le imprese più strutturate e quelle che dispongono di minori risorse e competenze. Una delle sfide principali è quindi quella di riuscire a fare in modo che la transizione sostenibile non rimanga circoscritta alle aziende più avanzate, ma coinvolga in maniera sempre più ampia il tessuto produttivo italiano.
Gli eventi climatici estremi di questa estate hanno reso molto tangibile l’emergenza per governi e imprese. Ma i temi dell’adattamento e della resilienza climatica sono entrati realmente nelle strategie aziendali?
Gli eventi climatici estremi hanno reso ancora più evidente che il cambiamento climatico non è una prospettiva lontana, ma una realtà che produce già oggi conseguenze economiche e sociali. Per le imprese questo significa interrogarsi non soltanto sulla riduzione delle proprie emissioni, ma anche sulla capacità di adattarsi a un contesto climatico sempre più instabile.
Tra le aziende aderenti vediamo una crescente consapevolezza su questi temi e un’attenzione maggiore alla resilienza. La sfida, ora, è trasformare questa consapevolezza in strategie strutturate, investimenti e piani di adattamento capaci di entrare stabilmente nella gestione del rischio e nelle decisioni di lungo periodo.
È questa la priorità su cui dovrebbero concentrarsi le aziende nei prossimi anni?
L’adattamento climatico è certamente una delle priorità, ma deve essere inserito in una visione più ampia della transizione sostenibile. Le imprese sono chiamate contemporaneamente a rafforzare la propria resilienza, a contribuire alla transizione ambientale, a promuovere inclusione e crescita sostenibile e a mantenere elevati standard di integrità e responsabilità nella propria attività.
In altre parole, non si tratta di scegliere tra clima, dimensione sociale e governance: la sostenibilità richiede un approccio integrato. È proprio questa capacità di tenere insieme le diverse dimensioni che può rendere la transizione realmente duratura e inclusiva.
La sfida dell’adattamento al cambiamento climatico non può essere affrontata senza una cooperazione con i soggetti pubblici. Cosa nota su questo fronte?
La collaborazione tra imprese, istituzioni e altri attori della società è indispensabile. L’adattamento richiede infatti infrastrutture, investimenti, competenze e politiche di lungo periodo che nessun singolo soggetto può realizzare da solo.
Uno degli elementi distintivi dell’UN Global Compact è proprio la capacità di creare occasioni di dialogo e collaborazione. La transizione giusta richiede infatti un’azione coordinata e una responsabilità condivisa tra settore privato e settore pubblico.
Quali sono le prossime iniziative del Global Compact?
Il 2026 è stato un anno particolarmente ricco sul piano programmatico e ci ha visto impegnati su alcuni temi strategici per il futuro della sostenibilità: abbiamo lanciato “Starting Nature”, un nuovo percorso dedicato al capitale naturale, e prevediamo di sviluppare una seconda iniziativa su questo fronte nel prossimo anno.
Un altro tema destinato ad assumere un ruolo centrale nei prossimi mesi è quello dell’acqua. La Fondazione ha recentemente presentato al Forum Euromediterraneo di Roma, con il supporto di TEHA, la ricerca “Building a Water Smart Economy in the Euro-Mediterranean Area – The Role of Business”, che mette in evidenza il ruolo che le imprese possono svolgere nella costruzione di un’economia più resiliente e attenta alla gestione della risorsa idrica.
Accanto a questi nuovi filoni di lavoro, continueremo a rafforzare il supporto alle aziende aderenti, attraverso strumenti concreti, occasioni di confronto e percorsi di accompagnamento.
Quale evoluzione ha visto negli anni nelle aziende che fanno parte del Network?
L’evoluzione più significativa riguarda il modo stesso in cui le imprese interpretano la sostenibilità. Negli anni siamo passati da una visione nella quale questi temi potevano essere considerati prevalentemente nell’ambito della responsabilità sociale o ambientale a una maggiore integrazione della sostenibilità nelle strategie e nei processi aziendali.
Le imprese del Network stanno dimostrando una crescente attenzione non soltanto alla dimensione ambientale, ma anche alla governance, alla dimensione sociale, all’inclusione e all’etica del business. È un’evoluzione importante perché significa considerare la sostenibilità non come un elemento accessorio, ma come una componente della capacità stessa dell’impresa di creare valore e affrontare le trasformazioni future.
La direzione è quindi quella di una transizione giusta, nella quale competitività, resilienza, inclusione e sostenibilità procedano insieme.

